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A LADY OSCAR NON SI ADDICE IL GENDER

Nell’anno appena concluso si sono celebrati due importanti anniversari su un personaggio iconico: Lady Oscar o se si preferisce La Rosa di Versailles.

Nel 1972 usciva infatti in Giappone sulle pagine del settimanale Margaret Comics per la prima volta il manga Versailles no Bara di Riyoko Ikeda, mentre nel 1982 arrivava sul canale televisivo Italia 1 l’anime Lady Oscar, uno dei maggiori successi di sempre nel nostro Paese.

Questa storia e questo personaggio senza tempo sono stati celebrati in quest’anno appena concluso in vari modi, con mostre, collezioni di moda, eventi cosplay, concerti, pubblicazioni, facendo emergere l’entità di un fandom importante, con al suo interno più generazioni, che si incontrano sia nel mondo virtuale che in quello reale.

Su Lady Oscar, titolo per il mercato occidentale mutuato dal non eccelso film dal vero di Jacques Demy del 1978, si è detto e scritto molto, anche perché si tratta di un immaginario di grande potenza e interesse: Riyoko Ikeda era partita con l’idea di fare un adattamento manga della biografia su Maria Antonietta di Stefan Zweig, ma le fu chiesto di affiancare all’ultima regina di Francia un personaggio fittizio. Come molte giovani della sua generazione, l’autrice amava Sapphire, l’eroina spadaccina di Osamu Tezuka, ma la sua passione per la Storia l’avevano anche portata a scoprire figure di donne guerriere del passato sia occidentale che orientale, oltre che la vicenda di Pierre Augustin Hulin, guardia reale che passò dalla parte dei rivoluzionari partecipando alla presa della Bastiglia.

Nacque così il personaggio di Oscar, ragazza cresciuta dal padre come un maschio, che diventò presto la più amata dalle giovani lettrici, tanto da diventare lei la protagonista, anche al centro di una delle storie d’amore più struggenti di sempre, con il suo compagno di una vita André, suo attendente, promosso protagonista dall’interesse delle fan: Riyoko Ikeda si ispirò per loro due ai suoi genitori, la mamma figlia di una nobile famiglia di samurai, il papà un commerciante di bici, osteggiati prima ma poi capaci di coronare il loro sogno.

Un personaggio quindi che ha unito Oriente e Occidente, reinventando un immaginario a tal punto che oggi non si può più parlare di Rivoluzione francese, donne guerriere e corte di Versailles senza pensare a Lady Oscar e non è un caso che la sensei Ikeda sia stata insignita della Legion d’Onore per il suo contributo alla conoscenza della cultura d’Oltralpe.

Come tutti i grandi successi, ha suscitato varie riletture, tra cui alcune discutibili, come quella di rendere Oscar un personaggio lesbico o addirittura transgender. Un qualcosa che viene da lontano, perché i fan più attempati ricordano quando decenni fa uscì un articolo sul supplemento Tuttolibri de La Stampa con già questo.

Intendiamoci, manga ed anime hanno iniziato a trattare certe tematiche, come appunto l’omosessualità, ben prima del cosiddetto movimento woke, e Riyoko Ikeda ha parlato di questo in Caro fratello e Claudine. Ma in Lady Oscar ha voluto invece raccontare un percorso di emancipazione dagli stereotipi di genere, dimostrando che una donna poteva essere protagonista di una storia d’azione senza essere una super eroina e restando donna.

Certo, Rosalie, la protetta di Oscar, si innamora della protagonista, in uno dei tanti amori impossibili presenti nella storia, e le dame di corte sono attratte da questa giovane così diversa da loro e molto più libera, ma tutto finisce lì, e nemmeno le calunnie della villain Jeanne de La Motte, che accusa Oscar di essere l’amante della regina e di partecipare ad orge vestita da uomo per il piacere della sua sovrana cambiano le carte in tavola.

Oscar è una donna, una donna che ha mostrato a più generazioni di fan che c’erano altri modi di essere tale, che si poteva essere forti, coraggiose, spavalde, abili con le armi e non per forza passive e vulnerabili. Oscar ringrazia ad un certo punto, sia nel manga che nell’anime, il padre di averla cresciuta come un uomo perché le ha permesso di vivere una vita piena, non sottomessa, e sarà quella la vita che vivrà fino alla fine, accettandone sia i vantaggi che gli svantaggi.

Del resto, questo riflette la realtà, dove per secoli le donne per essere libere davvero hanno preso abiti maschili, e ancora oggi questo capita in Paesi al momento ai margini dell’interesse mediatico, come l’Aghanistan e l’Iran.

Oscar è una donna che si innamora di uomini, prima una bella cotta per l’amante della regina Maria Antonietta, il conte Hans Axel von Fersen, e poi il suo André, con cui ha un legame basato sulla parità in tutto, non di sopraffazione e di sottomissione. Non rinnega mai il suo genere, e nell’anime c’è una frase emblematica a tal proposito, detta da André, Una rosa sarà sempre una rosa e non sarà mai un lillà, che dovrebbe mettere un freno a certe speculazioni.

La sua libertà e il suo amore per André sono i due assoluti che guidano Oscar, che sacrificherà alla fine la sua vita per raggiungere l’uomo che sognava di sposare in una chiesetta nel paesino di Arras, in uno dei finali più tragici e struggenti di sempre.

Si può dire tanto su Lady Oscar, e si potrà sempre dire qualcosa, ma certe strumentalizzazioni, come quelle riprese per criticare una nota cantante di sigle per ragazzi o quelle presenti nelle elucubrazioni di intellettuali varie, sono fuori luogo. Sarebbe ora di capirlo, dopo mezzo secolo o quasi.

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