Andrea Pazienza, il murales e il Sistema. Graffiti di un grande artista

Aggiornamento: 8 ago

Il murales rinvenuto sei giorni fa riporta sulle prime pagine un artista che come pochi altri ha saputo inquadrare mirabilmente la realtà del suo tempo, trasfigurandola in paradossi e acme di geniale cattiveria.


“Hasta la Visca!” Il murales rinvenuto nella vecchia casa di famiglia sul Gargano, è tra le altre cose un ironico omaggio al suo insegnante di disegno delle superiori, il prof. Visca, appunto. Un amico e un maestro ma pure una fonte inesauribile di contrasti. Puntualmente cristallizzati con quella spietata ironia che sarebbe stata la sua matrice e fortuna.


Opere a fumetti perfide e acide come i personaggi che ne hanno fatto un peso massimo della narrazione per immagini italiana e internazionale. Ma Pazienza era molto altro. Illustratore per Fellini, suo è il poster de La Città delle Donne, nonché autore delle illustrazioni del picture disc, Le Canzoni di Totò, curato da Vincenzo Mollica che comprende brani cantati da Murolo, Nino Taranto, Achille Togliani.


Pazienza sapeva stare nell’establishment senza subirlo. Sapeva muoversi al suo interno senza rimanerne contaminato. Pazienza come Rino Gaetano, un altro che se n’è andato troppo presto, era uno dei pochissimi che non aveva padroni da ossequiare. Tessere da esibire. Linee da seguire, fedelmente e pedissequamente. Un bastian contrario. Ma attenzione: non per partito preso. Andrea Pazienza, nato a San Benedetto del Tronto nel 1956 e scomparso a Montepulciano nel 1988, era un grillo parlante. La pecora nera che non piace alla gente che deve piacere ma che con un’umanità rara nello spocchioso e provincialotto circolo intellettuale italiano di Sistema, illumina a colpi di radiosa e beffarda strafottenza.


Oggi i suoi Zanardi e Pentothal farebbero a pezzi il Vasco Rossi degli ultimi decenni, difficilmente grazierebbero Vinicio Capossela, uno che combina l’anima tzigana con gli spot dei bucatini mentre ammiccante e malandrino osserva che le mascherine danno fascino alle donne (anche il velo, aggiungiamo noi). Quei due incenerirebbero Massimo Gramellini, ruberebbero lo scopettone di Alessandro Gassman e il microfono di Piero Pelù. Per Conchita De Gregorio penserebbero a una destinazione esotica degna di quel nome da chica che fa molto estate a Capalbio sognando Che Guevara. Chissà che appassionate dissertazioni in uno sperduto pueblo della Patagonia attinenti il commercio equo e solidale e il disboscamento responsabile dell’Amazonia. O quale sfoggio di mirabile retorica inclusiva tra le prostitute dell’Avana o perché no, mentre le mamme e le mogli cilene cercano i cadaveri dei desaparecidos.


Si divertirebbero da matti. Li seppellirebbero sotto valanghe di sberleffi. Terminata la mattanza, Andrea Pazienza comporrebbe musica sacra.

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