“Assassinio sul Nilo”: togliete il fiasco a Kenneth Branagh

Continua lo scempio delle opere di Agata Christie da parte del regista britannico


“Two is megl che one” recitava il tormentone di una nota marca di gelati nostrani parecchi anni fa. Con l’ultima fatica di Kenneth Branagh potremmo dire che il numero due è peggio dell’uno. Non era bastato, difatti, al noto attore e regista britannico distruggere Assassinio sull’Oriente Express ha voluto bissare con Assassinio sul Nilo, meglio noto come Poirot sul Nilo, compiendo l’ennesimo guazzabuglio di politicamente corretto e narcisismo con una sequela di strafalcioni letterari, storici e financo geografici.

Premesso che Poirot sul Nilo fu considerato dallo scrittore John Dickson Carr un capolavoro da salvare e inserito nella lista dei dieci migliori gialli di tutti i tempi. Di tale romanzo ne fu fatta una prima trasposizione cinematografica nel 1978, che vinse l’Oscar per i migliori costumi, e che annoverava nel cast Peter Ustiov, David Niven, Mia Farrow, Angela Lansbury e Bette Davis. Nonostante le aspettative, però, non ebbe un grande successo al botteghino, probabilmente a causa delle varie modifiche apportato rispetto al testo originale.

Detto ciò, esaminiamo subito i punti salienti che rendono la nuova pellicola di Branagh un lavoro da dimenticare. Il film si apre con un livido bianco e nero su una trincea della Grande Guerra sul fronte belga. Ivi un giovane militare, chiamato Poirot, grazie ad una sua intuizione riesce a portare alla vittoria la sua guarnigione; tuttavia, non riesce a salvare dalla morte il suo capitano, inciampato su una trappola esplosiva che, nello scoppio, sfregia anche il viso di Poirot. Hercule viene raggiunto nell’ospedale da campo dov’è ricoverato e curato dalla sua amata, la crocerossina Katherine, che lo incoraggia a farsi crescere i baffi per nascondere le cicatrici.


Primo strafalcione letterario: Hercule Poirot non ha mai partecipato alla Prima Guerra Mondiale. Nel racconto Doppia Colpa è lo stesso investigatore che narra di essere arrivato in Inghilterra come profugo di guerra e che in patria aveva sempre e solo svolto l’attività di ispettore di polizia. Pertanto, era alquanto impossibile che si trovasse in un qualsiasi scenario bellico e ancor meno che rimanesse sfregiato! Ma Branagh ha questo vizio di dover rendere Poirot un homme d’armes difatti anche in questo film schiva le pallottole, lancia mannaie (cosa da far impallidire Hannibal Lecter e Leatherface) e ci offre un triello (mi perdonerà Franco Franchi se uso una sua espressione) con la pistola che risulta alquanto ridicolo.

Ma è soprattutto il lato sentimentale che non regge. Non è mai esistita nessuna fidanzata crocerossina di Hercule l’unica donna di cui si infatua è la contessa Vera Rossakoff, uno dei rari casi in cui l’investigatore permette di farla franca ad un colpevole.

Branagh insiste nel voler dare una sua visione, errata, estremamente affettiva e fragile di Poirot che non gli appartiene, e che i suoi veri estimatori neanche vogliono. Oltretutto ancora una volta calca la mano sulle abitudini del detective facendolo sembrare sempre di più un asperger.

Anche qui aggiunge la sua nota meltingpot con dei soldati africani sul fronte occidentale. Vero è che il Belgio usò, come tutti gli stati coloniali, le sue truppe cammellate ma quasi esclusivamente sul fronte esterno e africano. Però alla fine fa figo e molto pro-BLM.

Dopo il siparietto bellico troviamo il nostro detective a Londra nel 1937 in un locale in cui si esibisce la cantante blues afroamericana Salome Otterbuorne e la sua manager la nipote Rosalie. E qui Branagh, in nome del politicamente corretto, commette uno dei suoi stupri letterari difatti il personaggio di Salome è caucasico, fa la scrittrice, nel film del ’78 fu interpretata da una magistrale Lansbury, e Rosalie è la sua timida figlia non la nipote battagliera. Oltretutto nella prima versione cinematografica il suo personaggio era dedito al bere nonché ad una certa licenziosità.

In più Branagh fa infatuare Poirot della cantante dalla pelle d’ebano per la quale a fine film taglierà i suoi baffi! Ecco questa è una cosa completamente inaccettabile e impensabile per un qualsiasi fan del detective belga.

Oltre a questo, mostra una serie di danze troppo avvolgenti e spinte per quel periodo, dovremmo aspettare gli anni 50 per una certa apertura nei balli di coppia. Questa parentesi, però, serve ad introdurre il tema della storia ossia la nascita del triangolo amoroso tra la ricca ereditiera Linnet Ridgeway-Doyle, la sua amica Jacqueline de Bellefort e il di lei fidanzato il manzo Simon Doyle.


La scena si sposta poi in Egitto sotto la Sfinge dove Poirot incontra il suo giovane Bouc e la sua protettiva e scostante madre Euphemia. Ecco nel romanzo non esistono assolutamente questi personaggi. L’unica coppia madre e figlio presenti sono gli Allerton che ben poco hanno a che spartire con questa variante cinematografica se non l’amore del giovane per Rosalie. L’unico amico di vecchia data di Hercule che compare nel libro è il Colonello Race, che ebbe il volto di David Niven, già apparso nel libro precedente Carte in tavola, che è sulle tracce di una spia straniera.

Branagh compie un taglio notevole alla lista dei personaggi, tra cui l’archeologo italiano Guido Richetti a dimostrazione che il regista ha in odio noi italiani. Ma, soprattutto, compie la sua solita miscellanea tokenista alquanto imbarazzante.

In primis il personaggio del giovane Ferguson, acceso comunista che si scopre poi appartenere ad una ricca famiglia aristocratica (un free radical chic ante litteram), che qui diventa la signora Van Schuyler, attempata e grassa milionaria, madrina di Linnet, che ha ceduto tutti i suoi averi al partito comunista britannico, nonché lesbica accompagnata dalla sua infermiera e amante l’obesa signorina Bowers.


Peccato che nella versione originale la Van Schuyler sia una ricca e viziata signora americana che non ha alcun rapporto con Linnet né alcuna simpatia sinistrorsa né intrattiene rapporti equivoci con la Bowers. Ma ovviamente il buon Kenneth non poteva non mettere una nota femminista e arcobaleno nel suo film! In più nella versione cinematografica del ’78 la Van Schuyler e la Bowers furono interpretate rispettivamente dall’immortale Bette Davis e dalla magistrale Maggie Smith, mentre qui hanno i volti delle attrici comiche britanniche Jennifer Saunders e Dawn French… ogni commento è vano.

Veniamo poi a Lord Windlesham fidanzato respinto di Linnet che qui viene fuso con la figura del medico austriaco Bessner divenendo addirittura una sorta di Giuseppe Moscati, il “medico dei poveri”, in salsa british.

E ora un’altra chicca tokenista: sia nel libro che nel film originale compare la figura di Andrew Pennington, avvocato e “tutore”, tutt'altro che disinteressato, degli interessi economici di Linnet che fu interpretato da un grandissimo George Kennedy Jr e qui cambia etnia, diventa indiano, cognome Katchadourian, e assurge a livello di cugino dell’ereditiera. Allora è vero che l’impero britannico aveva fatto dell’assorbimento il caposaldo della sua politica coloniale ma neanche nei più progressisti salotti inglesi un nobile avrebbe adottato un indiano.

Aggiungiamo poi che Branagh, oltre che nei dialoghi con la Otterbuorne, continua a mandare frecciatine pro-BLM quando Katchadourian dice “ho dovuto buttare la pistola perché se la polizia avesse visto uno dalla pelle scura armato mi avrebbero sparato”. Mio caro l’Egitto di quegli anni era uno dei posti in cui un uomo ricco e non caucasico poteva tranquillamente girare armato.

Poi altri stravolgimenti Bouc viene assassinato poiché ha scoperto l’identità dell’assassino, in verità è Salome che dovrebbe essere uccisa, ma ovviamente non si può far morire una donna nera e progressista. Rosalie viene presentata come amica di vecchia data di Linnet cosa assolutamente falsa.


In più Branagh commette un gravissimo errore geografico. Al momento dei saluti col “Dr” Windlesham gli chiede “Tornerà a Londra?” “No andrò dove c’è più bisogno di me, andrò in Africa!”. Ecco in quanto docente di materie umanistiche mi risulta, a meno che nottetempo non sia stato qualche spostamento della crosta terrestre, che l’Egitto faccia parte del continente africano. E non può neanche appellarsi ad una questione colonialistica poiché è uno stato indipendente dal 1922!


Ah Kenneth, Kenneth la tua pagella è scarsina 2 in Letteratura, 2 in Storia e 2 in Geografia! Mi spiace rimandato a settembre!

Quindi nulla da salvare? No, come sempre la scenografia è superba e anche alcuni membri del cast sono meritevoli. Cominciamo con Annette Bening nei panni di Euphemia che benché sia completamente slegato dal personaggio della signora Allerton ci regala un’interpretazione di spessore.


Seguono poi i protagonisti di questo luttuoso triangolo amoroso Linnet, Jacqueline e Simon. La prima è interpretata da una sempre brava e bella Gal Gadot che ha il solo neo, ad essere proprio pignoli, di addolcire troppo il suo personaggio. Una splendida rivelazione è la francesina Emma Mackey che interpreta egregiamente la de Bellefort tenendo testa ad una Mia Farrow che fu fantastica in quella parte. In ultimo Armie Hammer che non fa rimpiangere il compianto Simon MacCorkindale come Mr Doyle.


Purtroppo, Kenneth Branagh appellandosi alla dicitura “liberamente tratto” stupra i capolavori altrui anziché creare un qualcosa di proprio ma come disse Tolkien “il male non può creare niente di nuovo, può solo corrompere e rovinare”.


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