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Comandante Pierfrancesco Favino, il neo identitario. Pierfra, di’ qualcosa di destra

Aggiornamento: 12 nov 2023

Pierfrancesco Favino è il centro e al centro della polemica. Interprete di un film, Comandante, preso di mira dalla fanteria di sinistra perché reo di aver portato in scena un eroe italiano, l’attore de L’Ultimo Bacio, come è ormai stranoto, rincara la dose e si prende tutta la scena. In attesa di valutare i benefici di tanta attenzione mediatica su Comandante, vittima designata della sistematica negazione-demolizione dell’identità italiana da parte del benpensante stratificato, siamo più che convinti che questa sia un’occasione persa per parlare seriamente di temi, politiche sul cinema e strategie di mercato, partendo dall’identità che è un argomento più rilevante del chi interpreta cosa ma sappiamo che alle cause reali e di spessore si predilige la nota di colore.


Questa vicenda è paradigmatica. La bolla di sapone che montando diviene sostanza e dialettica politico-culturale. Fanno sorridere gli slogan “Tutti con Favino”, ancora 24 ore e sarà invocato a gran voce come nuovo Ministro alle Politiche Culturali. Che si chiamano politiche perché dettano un indirizzo. In questo senso, ci permettiamo di osservare Favino sia giunto a parlare di identità, seppure in modo improprio, così come fanno i rappresentanti dell’attuale governo da decenni. Prendendo atto della sua inedita vocazione a destra, nella sua invettiva manca però un passaggio: chi decide cosa? Favino dice che un tempo Enzo Ferrari lo avrebbe interpretato Gassman e non è escluso che non sia così ma acclarato che c’è una distanza siderale tra Gassman e Mastrandrea (attore anche gradevole e spesso all’altezza di taluni ruoli ma collocandolo nella stessa frase con Vittorio gli si fa torto), non ha chiarito il come e il perché. In buona sostanza, se produco un film decido io a chi assegnare una certa parte e se per me, Ferrari è Driver, Driver diventa Ferrari. E questo, per il semplice fatto che i soldi sono i miei. Per inciso, Adam Driver è un attore piuttosto modesto ma come limitare eventualmente i danni e mascherarne i limiti è un problema di Mann.

Però, Favino, un po’ di ragione ce l’ha quando parla di appropriazione culturale, anche se l’appropriazione culturale è un’altra cosa. Se di appropriazione culturale si può parlare, non è nella scrittura di Driver ma nel fatto che Mann si interessi di Ferrari, restituendone una lettura che con ogni probabilità risentirà della sua percezione, quindi trasfigurata secondo la sua lente più o meno distorta, pregiudizi compresi come si è già colto nei pur grandiosi Rush e il successivo Le Mans’66. O per contro, sarà un’opera improntata sul rispetto assoluto nei confronti di una delle personalità più significative del’900. Ma d’altra parte, Mann segue il suo cinema, come Ridley Scott segue il suo portando sullo schermo (malamente) i Gucci, Ma è colpa loro se girano film che noi non realizziamo poiché i nostri produttori ignorano sistematicamente quei personaggi che hanno fatto la storia o la cronaca italiana? La fisica ripudia il vuoto. Se non lo occupa il cinema italiano, lo occupa quello internazionale. Al netto del fatto che se Favino sente ardere il fuoco sacro, può prodursi i film che desidera e affidare a sé stesso le parti che sogna, imporsi come star coi soldi degli altri è una pretesa che non può essere soddisfatta neppure se sei il migliore attore in circolazione.


Quindi Favino ha le prime pagine, ha l’attenzione dei social, ha raggiunto certamente un obiettivo, ma il tema è mal posto. Si facciano film per il grande pubblico, rivendibili all’estero, non le battaglie da retroguardia. Si investa su soggetti qualificanti e di riscoperta dei nostri eroi, intellettuali e inventori che sono un’inesplorata e mai veramente scandagliata, miniera d’oro. Ecco che Enzo Ferrari torna a essere fatalmente la pietra di paragone della latitanza del nostro cinema sul fronte della narrazione che colpisce l’immaginario collettivo, con quello di Mann sono tre i registi di grosso calibro, dopo Howard e Mangold ad averne tracciato il profilo, ben tre. Se tre indizi fanno una prova, da un lato, Enzo Ferrari è un mito che travalica il tempo e lo spazio, dall’altro, noi italiani siamo di una mediocrità senza appello. Tant’è che il problema non è che ci fregano Ferrari ma chi lo interpreta.


E allora veniamo agli interpreti. Favino è bravo. Anche molto bravo, ma nonostante abbia all’attivo un cospicuo numero di partecipazioni a film internazionali, all’estero non sembra sfondare. Se dopo WWz, Una notte al museo, Le Cronache di Narnja, Rush e Il Codice Da Vinci non viene preso in considerazione per ruoli da prim’attore, forse più che appellarsi a un tardivo sentimento di patriottico protezionismo, dovrebbe incidere maggiormente sulla scelta dei soggetti. Potrebbe, e con lui tutti gli attori esultanti all’eroe, sensibilizzare i produttori italiani nel puntare su storie che abbiano un respiro ampio, così vendono anche sugli altri mercati e gli attori italiani godendo di fama e reputazione superiori, potrebbero essere valutati da Mann per Ferrari o da Scott per Napoleone o per un eventuale Gladiatore. Potrebbero, ma lo faranno?


La sensazione è che si giri intorno al problema per non andare al suo centro: la sola idea di mettere in piedi progetti incentrati su figure e storie italiane, reali oppure immaginarie, è da scomunica laica e immediato allontanamento da quei salotti bene, dove politica, stampa, casting e produzioni si danno appuntamento (Cfr. La terrazza di Ettore Scola; La Grande Bellezza).

Quando non mette su l’ennesima commedia, il grosso delle produzioni “punta” sul film minimal-esistenzialista che scimmiotta un realismo piatto e scolastico ma che fa contenti quelli che vanno accontentati con buona pace per la promozione del nostro cinema e del concetto stesso di industria, qualcosa che è ideologicamente e opportunisticamente estraneo al complesso delle produzioni che vede nel finanziamento pubblico, la soluzione a ogni esigenza di budget.

In buona sostanza, se non si compete, non si prevale ma se non si prevale, si langue in un vuoto pneumatico rassicurante e ben retribuito ma che all’estero è percepito appunto, come vuoto. Da qui la scelta di Adam Driver per impersonare Enzo Ferrari.


La strategia non si fissa su slogan a proprio vantaggio ma si fissa sugli obiettivi.

Quali sono gli obiettivi? Avere un cinema propagandistico che ci cristallizzi in un eterno ‘68-‘77 per garantire quell’egemonia culturale che si declina in posti di lavoro, incarichi, finanziamenti, potere, capacità di fare affiliazione e proselitismo? Proporre un cinema che veicoli il Paese, ne declini un’identità e attraverso essa, faccia da volano alla cultura e al turismo e generi attenzione e ricchezza? O ancora, l’obiettivo è farne un’industria? Che apporti occupazione, pubblico in sala e investimenti remunerati. Se si persegue questo approccio, allora c’è la necessità di realizzare film di grande presa. In queste righe portiamo esempi che riteniamo utili a stabilire che strategie e azioni sono la conseguenza di una visione-missione-obiettivo.

Tutto il resto, da ciò che riguarda sia il pubblico sia il settore privato - peraltro spesso connesso al pubblico - e le improvvisate analisi della storia del cinema e dei suoi sistemi produttivi è decisamente fuori luogo, anche perché è una conoscenza che non s’improvvisa.


Corretta o meno che sia ritenuta, la posizione che Favino ha proposto (un concetto assai simile alla sovranità culturale!) dovrebbe appartenere alla destra. Quindi bravo Favino che cavalcando la tigre, si riscopre patriottico e pone sul tavolo temi che seppure sgrammaticati, possono essere validi spunti ma che se proposti dalla destra sarebbero bollati di vetero fascismo.


Ma perché il “Lodo Favino” è sgrammaticato? Perché afferma che i personaggi italiani dovrebbero essere interpretati unicamente da italiani. Quindi, se tanto dà tanto, Daniel Brüh, spagnolo con padre tedesco ma nato in Brasile, non avrebbe potuto essere Niki Lauda, così come l’australiano Chris Hemsworth è un James Hunt tirato per i capelli. Considerazioni legate ai loro natali in barba al fatto che abbiano restituito magistralmente i due campionissimi, leggende e assi del volante. Lui stesso è stato Clay Regazzoni, che a dispetto del nome, non era né italiano né italoamericano, ma svizzero. Quale sarebbe la soglia di tolleranza? Un messicano può impersonare un americano ma non un greco o un arabo? Un italiano può interpretare uno svizzero ma non un francese? Ma lui stesso è stato D’Artagnan. Sorvolando sul fatto che visti i risultati, meglio sarebbe stato se avesse soprasseduto, come si spiegano le due misure sullo stesso caso? La differenza è nell’evidenza dell’esistenza di Enzo Ferrari mentre D’Artagnan è solo un personaggio immaginario? È davvero tutto qua? Banalmente qua? Se accogliamo l’idea di un verismo di maniera, accogliamola fino in fondo, per interpretare una prostituta si allestisca un casting sulla Salaria e per il ruolo di un alieno facciamo le audizioni su Vega. Quest’ultima è ovviamente un’iperbole ma l’esempio di Rush è quanto mai utile per stabilire che se ci avventurassimo in talune logiche il cinema non esisterebbe. Per inciso Yul Brynner era russo ma vedreste un altro attore al posto suo nel ruolo di Chris Adams ne I Magnifici Sette?


L’immaginario è come la fisica, ripudia il vuoto. Ci pensi Favino, ci pensino i produttori.

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