Franco Micalizzi da Trinità al musical passando per la vita. Intervista esclusiva

Aggiornato il: mar 5


Ogni anno ci troviamo a celebrare qualche ricorrenza di fatti tristi di cui avremmo volentieri fatto a meno. Spesso si tratta di ricordare le vittime di qualche disastro, di attentati, uccisioni e tragedie varie. Poiché ricordare è importante per non permettere che certe cose accadano ancora, ben vengano le ricorrenze, ben venga la memoria. Stavolta però celebriamo, con un sorriso sulle labbra, il cinquantenario di una cosa leggera e divertente, che ogni tanto ci vuole. Parliamo di “Lo chiamavano Trinità”, un film che ha lasciato una bella traccia nel cinema italiano e che ancora oggi passa regolarmente in tv. Uscito nel dicembre del 1970, quel film segnò diversi esordi fortunati: quello alla regia di Enzo Barboni (E.B. Clucher) che scrisse anche la sceneggiatura, quello di una coppia cinematografica destinata ad un grande e duraturo successo, ovvero Terence Hill e Bud Spencer, nonché quello di Franco Micalizzi come autore di colonne sonore. Per Micalizzi dunque è anche il cinquantenario della sua carriera di soundmaker cinematografico. Quale migliore occasione per fare due chiacchiere col Maestro a proposito di Trinità, del cinema, della musica e molto altro?

Superati di slancio gli ottant’anni in una forma invidiabile, Franco continua a lavorare ai ritmi di sempre, perché quando ti sposi con la musica rinunci automaticamente all’idea stessa della pensione. Sai che noia senza musica? Lo abbiamo intervistato in una pausa dei suoi impegni e parlarci è stato, ancora una volta, un piacere.

Allora Maestro, hai scritto una quantità enorme di musica, colonne sonore a profusione, ma anche canzoni, perfino sigle di cartoni animati, però mi sembra che continui a lavorare con gli stessi ritmi… Guarda, la mia media è di quasi un pezzo al giorno. Scrivo molta musica strumentale e ora sto facendo il produttore. Ho avuto la fortuna di incrociare splendide voci femminili con cui lavorare. Con Nusia abbiamo realizzato la nuova versione di Trinity che lei canta insieme a Frankie Lovecchio arricchendola di nuovi colori e ho prodotto il suo disco. Ora sto lavorando con una cantante straordinaria che si chiama Erika Croce, in arte I'm Erika, che secondo me è una delle più belle voci che abbiamo in Italia. Grazie a lei diversi brani che tenevo nel cassetto perché non avevo trovato la voce giusta, stanno finalmente prendendo vita.


Produttore ma anche talent scout quindi…

Sì, mi piace molto lavorare con giovani di talento, anche se In Italia il talento è una cosa di cui non frega niente a nessuno, a meno che non si voglia chiamare talento quello che viene richiesto da certi programmi televisivi, ma quello con il vero talento non ha nulla a che vedere. A me cadono le braccia a vedere certe trasmissioni che incensano personaggi men che modesti, è diseducativo, è qualcosa che abbassa costantemente il livello culturale per poter vendere prodotti di scarso valore. Ci sono tanti ragazzi di talento, te lo posso assicurare, gente brava, che però viene tenuta ai margini. Le idee non sono più premiate, si cerca sempre la banalità, la scopiazzatura, Non per fare il solito vecchio rompicoglioni nostalgico e passatista, ma se pensi alla musica pop creata in Italia a partire dagli anni ’60, anche la più commerciale, era fatta da gente veramente brava e preparata. Alla Rca, che allora era il cuore del pop italiano e non solo, ci lavoravano musicisti di assoluto rispetto, ci venivano anche dall’estero per partecipare a quei momenti, persino dalla patria del pop, l’Inghilterra, Spesso trovavano qui la loro America come Mal dei Primitives o Douglas Meakin, che ha fatto a lungo il turnista in Rca, suonando su molti dischi dell’epoca. Io ho collaborato con lui in diverse occasioni, sia per sigle di cartoni animati, settore in cui lui si è poi, potremmo dire, specializzato, ma anche in altre occasioni. Doug era molto musicale, un bravo chitarrista e un buon cantante, ed essendo di madrelingua mi risolveva il problema dei testi in inglese. Ha cantato anche su diverse colonne sonore, come “Non c’è due senza quattro” o “Nati con la camicia”, portando nel pop italiano un impulso anglosassone che l’ha arricchito. É bello collaborare con persone professionali e di talento, io le ho sempre cercate perché i bravi musicisti spingono anche te a dare il meglio.

La tua celeberrima prolificità ha preso il via proprio con Trinity, che fu subito un grande successo, anche disgiunta dal film. Te lo saresti mai aspettato?

Certo che no. Ero preparato e determinato a scrivere per il cinema ma era pur sempre il mio esordio. Però del pezzo ero convinto e ci rimasi male quando il produttore mi disse che avrebbe preferito un tema diverso, “una specie di ninna nanna”. Ovviamente ne scrissi un altro seguendo le sue indicazioni ma non mi convinceva affatto. Alla fine però decisero per Trinity, dandomi implicitamente ragione.


Che cinema era quello di quell’epoca?

Era un cinema molto attivo, si facevano tanti film, di alto, medio, basso livello Insomma ce n'era un po' per tutti. E poi c'era questa cosa dei western che richiamavano molto pubblico e piacevano addirittura gli americani. Se ci pensi l'idea di realizzare dei Western in Italia era abbastanza folle, ma come spesso succede alle idee folli, risultò vincente. Per un pugno di dollari aprì la strada, ma lo stile di Leone era epico, drammatico, con sequenze lunghe e lente che Morricone riempiva con la sua musica. Enzo barboni invece, che era un uomo ironico e ricco di humor, scrisse questa sceneggiatura divertente che sposava il western con la commedia. Trovare un produttore non fu facilissimo, di solito gli rispondevano che faceva troppo ridere e per un Western non andava bene. Era, tutto sommato, una favola e si sa che le favole ben riuscite hanno una vita lunghissima. Certo, rispetto al grande cinema italiano di allora, era un filmetto di poco conto, girato in economia, dove il West era nei dintorni di Roma, il fiume che si vede nel film era il Tevere, il villaggio dei mormoni era in Abruzzo, i set e le scenografie erano quelle già usate in altri film, come spesso succedeva con i cosiddetti film di cassetta o di genere. Ricordo che quando uscì in vhs, lo cercai in un grande negozio di musica di Roma ed era nel reparto “Trash Movie”. Lì per lì ci rimasi un po’ male, però dopo 50 anni siamo ancora qui a parlarne. Comunque, trash o non trash va detto che senza questi film

i produttori non avrebbero potuto investire grandi cifre di denaro nel cinema d'autore che era prestigioso ma costoso e spesso non garantiva incassi sufficienti.

È vero che prima di girare la scena iniziale del film in cui Trinità divora una pentola di fagioli, il regista lo tenne a digiuno per 24 ore?

Vero. I fagioli li cucinò un attrezzista, lo stesso che aveva costruito la lettiga di Trinità. Barboni che, avendo fatto la campagna di Russia, di fame ne sapeva qualcosa, volle rappresentare in quella scena quella sorta di fame atavica che ha accompagnato molti momenti della storia degli italiani, e che in qualche modo ha finito per entrare nel nostro Dna. Forse è anche per questo che siamo i numeri uno in fatto di cucina. Pensa che Enzo mi confessò che aveva iniziato a fare il cinema come ciackista a 16 anni, per poter mangiare il "cestino", ovvero il pranzo che veniva portato sui set in scatole che contenevano tutte le pietanze di un pasto completo.



Poi il film uscì ed ebbe subito un successo clamoroso rispetto ad altri del genere. Come mai secondo te? Sì, le sale scoppiavano, c'era la fila fuori dai cinema, in alcuni casi dovettero addirittura chiamare la polizia a causa della ressa. Io credo che alla base ci fosse l'idea. Barboni, che fino ad allora aveva fatto il direttore della fotografia, ebbe l’idea giusta, a riprova del fatto che se hai tanti soldi ma non hai delle buone idee non fai dei bei film mentre se hai l'idea giusta fai dei bei film anche con pochi soldi. L'Uomo è nato per creare, per immaginare, i soldi sono roba da banchieri e finanzieri. Hai mai avuto scontri o divergenze con i produttori riguardo al tuo lavoro?

No, anche perché, contrariamente a quanto succede in America, in Italia i costi della colonna sonora non sono in carico al produttore ma all'editore della musica, che ne acquisisce i diritti. Anche quelli naturalmente cercano di spendere il meno possibile e di solito ti danno la metà della metà di quello che servirebbe. Queste ristrettezze da una parte ti fanno diventare scaltro e capace, ma dall'altra ti sacrificano parecchio. Poi certo, se veniva fuori un grande successo, allora investivano di più, com’è accaduto con Morricone ad esempio, ma erano comunque molto attenti a non esagerare.

A proposito di Morricone, lui diceva che la musica serve a mostrarti quello che non si vede nel film, sei d'accordo con questa idea?

Guarda, secondo me ancora di più. La musica può andare addirittura più in profondità dell'immagine stessa. Io riuscivo a raccontarti che cosa succedeva in un film dopo il primo minuto. Bastava ascoltare la musica all'inizio perché la musica ti portava nel film, nel mondo che veniva raccontato, sin dall'inizio. Il segreto per fare una buona colonna sonora è cogliere la cellula numero uno del film, Il suo cuore. A quel punto la tua musica sarà rappresentativa della storia. La cosa più importante ovviamente è il tema centrale, che poi va dosato e fatto affiorare nei momenti chiave. Purtroppo oggi si usano molto le library e poco i compositori, ma è un altro cinema, che si consuma in fretta. Per dire, in Italia saranno almeno vent'anni che non si fa un film in grado di sfidare il tempo, di essere ancora importante fra 50 anni. Del resto se senti parlare i politici non pronunciano mai la parola cultura. Eppure è proprio la cultura la base di tutto, noi siamo la nostra cultura prima di ogni altra cosa, ma ce ne stiamo dimenticando e questo è molto triste.


Però i fatti ti danno ragione: Trinity ha lasciato il segno. Anche Tarantino, che già aveva utilizzato un tuo brano in un altro film, l’ha usata per il finale di “Django Unchained”. Un riconoscimento, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, niente male…

Sicuramente, sono cose che fanno piacere. Mi aveva anche invitato alla prima a Roma al cinema Adriano, ma poi è stato male e non è venuto. In seguito non c'è più stata occasione di vederci ma ho scritto un brano per lui, They call him Tarantino, in stile western, che a lui è piaciuto moltissimo. Fa parte del mio album Celebrities in cui ho creato 17 ritratti in musica ad altrettanti personaggi celebri della musica, del cinema, dell'arte e della scienza. La soddisfazione più grande però sarebbe essere chiamato da lui a realizzare un intero soundtrack, ma bisogna che si sbrighi, vista la mia età!

Il tuo lavoro ha avuto una grande influenza su tanti musicisti, gruppi come Calibro 35 e La Batteria, solo per restare in Italia, ti devono molto. Ti sei cimentato con successo perfino nelle sigle dei cartoon, come Gordian e Trider G7, proprio con Meakin e Dave Sumner, per non parlare di L’ultima neve di primavera, che è stata una hit mondiale…

Quello fu un successo spaventoso, rimase in classifica per mesi in tutto il mondo, in Argentina addirittura al numero uno per un anno intero. Con Lupin, che ho scritto una mattina mentre aspettavo i genitori a pranzo, ci sono cresciute un paio di generazioni e non se lo dimenticano. Ci sono ancora persone che mi scrivono ringraziandomi perché con quella canzone ho avuto una parte nella loro gioventù.


Tu sei uno che guarda sempre avanti, ma pensando ai tuoi cinquant’anni di carriera, hai qualche rimpianto o pentimento? Non per le scelte fatte. Io credo molto nel destino, nel fatto che ciascuno di noi ha una strada già segnata da percorrere. Perciò sono certo che se rivivessi mille volte la mia vita farei inevitabilmente le medesime scelte. Certo, la sindrome del "avrei potuto far meglio" a volte mi viene riascoltando certe cose, ma sono anche cosciente che per far meglio avrei dovuto avere più mezzi. D'altra parte però mi capita di ascoltare delle cose che ancora una volta mi dimostrano quel che ti dicevo prima, cioè che talvolta la povertà di mezzi, costringendoti ad un ingegno maggiore, procura degli ottimi risultati. Ad esempio quando c'è stato il passaggio al digitale, i grandi studi con le sale di ripresa enormi per le orchestre hanno chiuso ed è diventato molto più difficile ottenere certi risultati musicali. L’evoluzione tecnologica ha cambiato molte cose, ma spesso in meglio. Oggi risento delle cose mie fatte con i Mini Clavier, che sono stato il primo a portare in Italia, e ogni volta che provo a rimetterci le mani non c'è niente da fare. Hanno un suono e un'atmosfera irripetibili, perché lo sforzo di tirare fuori il meglio da mezzi limitati ha dato a quei brani una particolarità, una personalità, che oggi non si può più creare perché oggi è un tempo diverso, io stesso non sono più uguale a quel che ero anche solo 10 anni fa, ma sono contento di quel che ho fatto, della mia carriera. Contento ma non sono soddisfatto, ti dico la verità. Mi ci vorrebbero altri 50 anni di esperienza, mi ci vorrebbe molto più tempo di quello che ho per realizzare davvero i miei progetti fino in fondo. Vorrei andare ancora oltre, fare di più e meglio, ho un sacco di progetti in testa che non riuscirò a realizzare. Per dire, ho scritto un musical, “Spray Street”, che ritengo una delle cose migliori che ho fatto. Con dei giovani bravissimi con cui abbiamo lavorato un mese in un clima bellissimo, come una famiglia. Ne ho parlato con diverse persone fra quelle che fanno musical in Italia; grandi complimenti, zero risultati. Non sono riuscito a portarlo in scena. Ora sto perfezionando il materiale e presto lo farò uscire in forma di album, dopodiché riproverò, magari negli Stati Uniti, visto che sembra che in Italia la storia non sia abbastanza scontata e leggera per interessare a qualcuno.

Anche perché gli Usa sono il Paese in cui i tuoi dischi si vendono di più, o sbaglio?

Sì, Usa, Canada e poi Italia. Pensa che gli americani hanno fatto un dvd di “Roma a mano armata" doppiato (benissimo) in inglese per il loro mercato che sta girando in Usa. Io l’ho visto e devo dire che hanno fatto un gran bel lavoro, sembra un film americano. Ma anche questo cinquantenario di “Lo chiamavano Trinità” lo stanno festeggiando in tutto il mondo, solo in Italia abbiamo difficoltà, sembra quasi che ci vergogniamo dei nostri successi, bàh.


Hai invece qualche nuova colonna sonora in programma per il prossimo futuro? Non se ne parla proprio, i produttori mi danno già per defunto. Ma sono certo che quando sarò morto si affanneranno a dire quanto ero bravo, che grande musicista, etc. etc. Bene, lo dico ufficialmente: non me frega niente di essere celebrato da morto, lasciate perdere. Ho fatto musiche per centinaia di film, ho scritto canzoni di successo, ma mi avessero mai dato un premio, un premietto, una medaglietta, nulla. Ma lo lascerò scritto: non vi permettete nel modo più assoluto di darmi un qualsiasi tipo di premio alla memoria perché lo rifiuto sin da adesso. Dirò ai miei eredi di prendere a calci nel sedere chiunque ci provi.

Qui la versione di Trinity per il cinquantenario della sua incisione:


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