FREAKS OUT, O DEL NEOREALISMO FANTASTICO

Aggiornamento: 7 gen


Mescolare i “Freaks” (1932) di Tod Browing e “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini sembra un assurdo, eppure Gabriele Mainetti è riuscito nell’impresa impossibile realizzando con “Freaks out” un film di neorealismo fantastico.

Una storia che vede protagonisti un gruppo di attori circensi dotati di improbabili superpoteri nella Roma occupata dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, in un film ricco di invenzioni e di ironia.


Tra quelle che stemperano il dramma, ci sono il Zirkus Berlin, nel quale l’atmosfera kitsch del libertino kabarett della repubblica di Weimar si mescola con la cupa kultur del nazionalsocialismo e la sua simbologia e un cattivo che è anch’egli un freak.

Con nazi tanto iperrealisti da sembrare usciti dalla saga di “Indiana Jones” o da una pellicola di Tarantino e una banda partigiana che presenta un omaggio al Gobbo del Quarticciolo, degna di un film post apocalittico.

Il film eccede le abituali produzioni nazionali e ciò ha condotto Mainetti ad abbondonare la freschezza del suo precedente “Lo chiamavano Jegg Robot” per un racconto più rutilante, ma a tratti più freddo e con qualche lungaggine di troppo.

Ciò nonostante, il regista governa bene la storia e mostra una grande maestria nella lunga sequenza psichedelica sull’orrore della guerra, vista attraverso lo schermo di uno strumento tanto anacronistico allora, quanto quotidiano ai nostri tempi.

Gabriele Mainetti

Mainetti si diverte a filmare una storia da cui trapela la sua passione per il cinema avvalendosi delle fumettistiche scenografie di Massimiliano Sturiale e della fotografia di Michele d’Attanasio e ricorrendo ad un cast all’altezza della sfida.

Nascosto dalla fitta peluria del suo personaggio c’è Claudio Santamaria, mentre Pietro Castellitto da una coloritura personale a Cencio e Giancarlo Marini è Mario. Nei panni di Israel, il titolare del circo Mezza Piotta, c’è Giorgio Tirabassi.

Mainetti si conferma particolarmente attento nella scelta dei ruoli femminili e del villain di turno. Aurora Giovinazzo, farà sicuramente parlare di sé in futuro, così come Franz Rogowski, il cattivo freak nazista, è destinato a rimanere nella memoria.

Applausi, dunque, ad un film che potrebbe segnare una svolta per le produzioni nazionali, ma soprattutto al coraggio di osare con il quale, per una volta, il cinema italiano esce dai rassicuranti binari del provincialismo narrativo contemporaneo.


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