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Il mio nome è Vendetta. Su Netflix il revenge movie con Alessandro Gassman


Santo (Alessandro Gassman) fa il falegname assieme al cognato. Vive e lavora immerso nella boscaglia, poco fuori Bolzano. Santo è il padre di Sofia (Ginevra Francesconi), ragazza che gioca a hockey ed è fidanzata con Hakim. Santo, che è di origini calabresi, ama la vastità e il silenzio di quei luoghi. Ciò che invece non ama affatto è farsi fotografare, dice che i ricordi uno li conserva nel cuore ma la figlia gli scatta comunque una foto e la posta sui social. Un fatale scatto fotografico. L’uomo, schivo e di poche parole non si è sempre chiamato Santo Romeo e non è sempre stato un falegname, in un’altra vita era Domenico Franzè, di professione, assassino. Su di lui pende una vecchia sentenza di morte mai sospesa. Era riuscito a far perdere le sue tracce ma un esperto di informatica al soldo di don Angelo Lo Bianco anziano capo di una cosca della 'ndrangheta, lo rintraccia grazie a un software di confronto facciale. La caccia nei confronti del vecchio sicario si riaccende e a farne le spese sarà la sua famiglia.


L’opera di Cosimo Gomez si propone, forse inconsapevolmente come una parabola sulla vendetta. La sete di vendetta che guida la mano di Domenico è successiva alla faida avviata decenni prima quando lui eliminò il figlio di Lo Bianco. Questa concatenazione di delitti collega filologicamente Io sono Vendetta ai precedenti Taken, e John Wick e I am wrath, con John travolta, in italiano, proprio Io sono vendetta, specie nella prevedibilità dello schema azione/reazione che è il perimetro del genere. Nel primo capitolo della trilogia scritta da Besson e interpretata da Neeson, l’ex agente segreto fa fuori i membri della gang albanese che gli aveva rapita la figlia, nel secondo scatta la vendetta del capo banda, padre di uno di questi.

La vicinanza con la saga interpretata da Keanu Reevs è anche sul piano professionale,

seppure nell’amena località in cui L’Uomo Nero si è ritirato a vita privata, tutti ne conoscano il passato. Il problema del revenge film è quindi nel ristretto ventaglio di direzioni, uno spazio di manovra ridotto perché l’archetipo della legge del taglione può evolversi e risolversi unicamente all’interno di un regolamento di conti. Elemento non meno condizionante è la carne della propria carne, se il boss russo di John Wick lo vuole morto perché lui lo ha privato del figlio che a sua volta gli aveva ucciso il cagnolino lasciatogli dalla moglie, l’innesco del killer americano è il rapimento della figlia che metterà in moto un vortice di rivalse e rapimenti. Andando a ritroso, arriviamo fino a Commando, questa volta è una giovanissima Alyssa Milano a essere vittima di un sequestro, se in tale messe di rimandi ai riferimenti di genere riconosciamo anche alcuni cenni a Leon, quel che rimane di originale in questa profusione di cliché non è moltissimo ma tutto sommato Il mio nome è Vendetta funziona. A queste latitudini il revenge movie è merce talmente rara che anche un film vistosamente imperfetto e con alcune ingenuità (l’esplosione che dovrebbe offrire il diversivo è per entità ed effetti, inverosimile. Ha la medesima detonazione di una miccetta), va comunque accolto se non con favore, almeno con indulgenza. A suo vantaggio va anche un altro fattore, ogni singola pellicola italiana che si emancipi dal registro realista porta con sé un carico di aspettative che vanno molto oltre le ragioni dello stesso film che immancabilmente è chiamato a far rinascere il genere. Se ogni uscita sottende questa missione, la probabilità di fallimento aumenta esponenzialmente, volendo quindi sottrarre Il mio nome è vendetta a un ruolo che non gli spetta, cosa lodare? Tanto per cominciare gli scorci paesaggistici ottimamente miscelati all’interno del tessuto visivo. Nell’ammirarli ci si domanda come possano essere tanto poco utilizzati. Apprezzabili anche le riprese notturne. La notte incombe, muta alleata di un uomo ombra.

Gassman nel non completamente inedito ruolo d’azione (era stato Gianni Chellini, l’antagonista di Jason Statham in Transporter: Extreme), porta a casa la pagnotta. Efficacemente cupo, sensatamente mono espressivo e monosillabico, è sufficientemente credibile, parimenti all’allenamento a cui si è sottoposto per tre mesi che lo rende adeguatamente preparato nel corpo a corpo. Convince Alessio Praticò, nella parte del figlio del boss, Michele Lo Bianco. Subdolo, obliquo, vile ma lucido e calcolatore. Remo Girone, per contro, è mal impiegato. Il boss più iconicamente criminale del nostro schermo avrebbe meritato maggior cura. Di una maggior cura avrebbero potuto beneficiare anche alcuni passaggi del film. L’irruzione in casa che porterà alla mattanza e l’inseguimento della moto sono appena accettabili. Gomez firma, dunque, una più che onesta opera di genere, guardabile, discretamente confezionata ma tutt’altro che imprescindibile, il cui limite è nell’assenza di un valido antagonista. Non si ha neppure per un istante la sensazione che l’assassino possa soccombere e l’irrisoria facilità con cui fa fuori un piccolo esercito di tagliagole calabresi non giova in alcun modo alla suspence. È in sostanza un errore di scrittura, l’eroe, sia pure nell’accezione più ampia possibile, trattandosi di un criminale, si definisce rispetto al profilo del nemico, più è qualificato, più il protagonista convince lo spettatore. Qui la disparità è talmente schiacciante da risentirne la credibilità. Il finale può essere telefonato o perfetto a seconda delle angolazioni da cui si osserva. Pensare a un riscatto dell’ex feroce sicario sarebbe stato irrealistico, ma al tempo stesso, lui che finge di essere armato per lasciarsi catarticamente abbattere da una tempesta di pallottole è qualcosa di esasperatamente già visto.

La chiusura è su di lei. Anche qui, nulla di inedito ma funziona. Come funziona Ginevra Francesconi.


 


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