Il "politicamente corretto" è scorretto con l'arte? Lo chiediamo agli esperti

“Siete froci?” Esclamava Floria Tosca di fronte al suo Cavaradossi abbracciato ad un Angelotti fuggitivo travestito da donna, intenti a cantare l’inno alla libertà dei giacobini nella Roma papalina di inizio ‘800!

Una battuta ironica, determinante e leggera, nonostante il termine usato, recitata con infinita classe dalla grandissima Monica Vitti che ne alleggerisce la volgarità quasi a farla dimenticare del tutto, nel capolavoro assoluto di Gigi Magni “la Tosca” del 1973. Film interpretato da attori straordinari e accompagnato dalle note perfette del maestro Armando Trovajoli. Come si poteva dire diversamente quella battuta? Ci avrà pensato molto il signor Magni prima di scriverla o si sarà semplicemente affidato al suo indiscutibile talento, affidandosi al suono di una parola che, se usata in maniera geniale, non può essere scambiata per volgarità ed offesa? Il suono di alcune parole è insostituibile, un’altra parola, magari meno forte e più politicamente corretta, sarebbe risultata inefficace a rendere quel tempo comico preciso e calzante! “Siete pederasti?” “siete omosessuali?” Non sortiscono certamente lo stesso effetto della battuta scelta: “siete froci?” Un altro suono perfetto a restituire comicità è il suono della parola “mignotta” molto usata nella commedia all’italiana. Esaltando la sillaba “gno”, ovviamente con l’enfasi propria solo degli attori di talento, riecheggia tutto il peso e la sofferenza del mestiere più antico del mondo sdrammatizzato e reso deliziosamente buffo! Brutti sporchi e cattivi, il film del 1976 di Ettore Scola, è pieno di questi suoni oggi sconsigliati e considerati eccessivi, eppure racconta, senza limiti, uno spaccato di realtà cinica e grottesca in cui i protagonisti si muovono liberi da ogni regola. Come avrebbe potuto Scola muovere i fili dei suoi burattini se non si fosse sentito libero nel fotografare quel mondo? Come avrebbe fatto parlare e agire quella gente ai limiti della società se avesse dovuto stare attento alla scelta dei termini e delle gesta? Ci avrebbe offerto un prodotto finto, ipocrita ed edulcorato e, probabilmente, ci avrebbe rinunciato. Questa improvvisa e tutta nuova attenzione alla scelta del linguaggio con lo scopo di non risultare offensivi verso alcune categorie certamente crea una grande difficoltà a chi ha fatto e vuole fare della satira e dell’ironia il suo lavoro! Il creativo che, solitamente scrive di getto ispirato dagli eventi del mondo, costretto a pensar troppo o a ragionare sulla battuta estemporanea, perde il gusto della battuta stessa! Certamente oggi Peter Sellers non avrebbe potuto fare la parodia del goffo indiano colorato di Hollywood Party, così come Vittorio Gassman non avrebbe potuto ironizzare sul personaggio Occhio fino/finocchio nel Sorpasso di Dino Risi. Alla luce dei fatti odierni anche il vicino giapponese di Holly in “Colazione da Tiffany” probabilmente non avrebbe potuto prendere vita. Dovremmo dunque, oggi, considerare queste meravigliose pellicole da buttare? Il problema non è solo sul versante comico, certamente anche film altamente drammatici subirebbero delle brusche frenate emotive a causa della moderna censura travestita da politically correct. Basti pensare alla Febbre del Sabato Sera. Temi come il razzismo, l’aborto, la violenza, l’uso di stupefacenti e l’emigrazione non potevano mancare in un film che racconta una generazione che annegava nel vuoto esistenziale. Del resto “La Febbre del Sabato Sera” segnò un’epoca, e si impose sul mercato proprio per la sua attualità in quanto specchio di una società mondiale in pieno cambiamento. Che facciamo buttiamo nell’ indifferenziata pure il sogno di John Travolta e di tutta una generazione che gli andò dietro ballando e sognando con lui fregandosene di un certo ipocrita perbenismo? Le premesse odierne di questo atteggiamento fanatico del controllo sono preoccupanti e soprattutto andranno a castrare la libertà di espressione che è il motore della satira e di tutto un settore che vive proprio sulla satira di costume e di parola! Ho raccolto, in proposito, i pensieri di alcuni attori, comici e monologhisti, che finora hanno costruito sulla libera parola e sul libero pensiero il loro mestiere e riporto qui le loro sincere preoccupazioni per il futuro se mai quest’ondata di “puzzolente pulizia” dovesse davvero avere la meglio.


Nadia Rinaldi:

“Non è mai stato discriminatorio per noi attori usare certi termini anche se spinti, a volte sono necessari. In un film, se racconti un certo periodo e lo devi collocare presso un genere sociale, che può essere più o meno borghese, devi ricorrere al linguaggio che usa quel determinato ambiente, non puoi farne a meno, anche e soprattutto per rendere più credibili i personaggi della storia, altrimenti risulterebbe tutto finto o poco naturale. Se racconti il disagio della generazione dei ragazzi di oggi devi usare il loro linguaggio; esempi ne sono Gomorra, Suburra e via dicendo.

Il maestro Gigi Proietti faceva un esempio calzante, l’esempio del “lé un po’” ovvero spostati. Per non essere offensivo dovresti dire: “scusi, per cortesia non è che si potrebbe gentilmente spostare alla sua destra poiché io dalla posizione in cui mi trovo ho delle difficoltà a vedere?” Nel frattempo è finito il film e ti sei perso tutto... vuoi mettere se dici: “lè un po’!” Ma oggi si rischierebbe una denuncia! Bisognerebbe unirsi e fare una protesta, ovviamente educata, per alleggerire questa mania del perbenismo ipocrita!”

Franco Oppini:

Sono molto indignato riguardo a questa storia che non si possa sgarrare di un millimetro nel linguaggio, soprattutto per chi fa il mio lavoro. Il comico è sempre stato politicamente scorretto e se lo si vuole ridurre al silenzio significa che siamo tornati al medioevo, al tempo dell’inquisizione, delle forche Caudine! Non esageriamo, altrimenti capolavori quali “Il Vizietto” non potranno più essere rappresentati in cinema o in teatro e sarebbe veramente un peccato! A questo voler essere per forza corretti io proprio non ci sto!

Il comico se ne deve fregare, certo ci sono dei limiti, quelli del buon senso, non si deve essere pesantemente volgari ed offensivi, ma la satira e l’ironia non si toccano.

Queste persone che sui social tuonano e si scatenano se reputano una frase offensiva, diventano a loro volta più offensive ed aggressive del poveretto che ha scritto la frase. Arrivano a lanciare insulti gravissimi da denuncia penale e questi devono essere i primi a sciacquarsi la bocca prima di tapparla ad un artista o a un comico che fa della satira il proprio mestiere.

La mia proposta è quella di esercitare un maggior controllo proprio sui social che, spesso, sono più pericolosi di una battuta scorretta detta con leggerezza ed ironia.

Tiziana Foschi:

Credo che l’arte debba dire liberamente ciò’ che vuole senza condizionamenti ne’ censure tanto meno questa nuova moda del politically correct (politicamente corretto no?) quindi l’arte non esiste (o quasi). Esiste però un’etica collettiva e le parole quanto i gesti e le intenzioni espressi in una “zona” collettiva hanno dei significati collettivi e quindi delle conseguenze!

Grazie per le vostre interessanti riflessioni e speriamo che nessuno tocchi Biancaneve… a parte il principe!

Paola Tiziana Cruciani:

La comicità è scorrettezza, il comico non è mai rassicurante bensì destabilizzante. I politici devono essere corretti, I comici devono essere scorretti.



















58 visualizzazioni0 commenti