Jin, Jyan, Azadi. Donna, Vita, Libertà


A due mesi dall'inizio delle proteste in Iran si contano tra i manifestanti circa 300 vittime e 15 mila persone incarcerate (fonte: Agenzia Anbamed). Tra le vittime anche diversi minori. Le proteste, però, continuano con grande coraggio, nonostante la repressione prosegua, oltre che nelle piazze, anche nei tribunali. La procura di Teheran ha accusato 11 persone (10 uomini e una donna) di gravi reati: “diffusione del male in terra”, “raduno e complotto per compiere reati” e “propaganda contro il sistema della repubblica islamica”). Tali reati prevedono la pena di morte. L’ONU ha chiesto al regime di non effettuare le esecuzioni, in caso di condanna.

Inoltre, durante le manifestazioni a Karaj è stato ucciso un miliziano appartenente al Basiji, formazione giovanile dei Pasdaran.

Insomma, la situazione sta diventando molto seria anche per un regime, come quello iraniano, che ha sempre dimostrato grande capacità di restare in sella anche nelle situazioni più critiche. Una decina di anni fa le grandi proteste popolari furono represse nel sangue. Ma adesso la situazione è ancora peggiore, e forse la decisione di rilasciare Alessia Piperno, arrestata in Iran il 28 settembre e custodita nel carcere di Evin, può essere visto come un tentativo di trovare una sponda in Europa.


Da cosa è nata questa protesta?

Una ragazza kurda (del Rojhelat, la parte iraniana del Kurdistan, situata nella zona nordoccidentale della repubblica islamica), ormai diventata tristemente famosa in tutto il mondo, Mahsa Amini, è stata uccisa dalla Polizia morale iraniana (nata nel 2005, il nome ufficiale è Pattuglie per l’orientamento), dopo essere stata arrestata, pare, per non aver indossato correttamente il velo.

La ragazza, il cui vero nome sarebbe stato Jîna Emînî (in Iran, così come in Turchia e prima della guerra civile anche in Siria, i nomi curdi sono proibiti), aveva 22 anni ed era in vacanza a Teheran con la famiglia. Il 13 settembre l’auto dove viaggiava con suo fratello è stata fermata all’ingresso dell’autostrada. Al fratello è stato detto che sarebbe stata presa in custodia per essere condotta a seguire un breve corso sull’uso corretto del velo e poi rilasciata. In seguito gli è comunicato che Jina aveva avuto un infarto ed era stata portata in ospedale, dove è morta due giorni dopo.


Nella famiglia di Jîna c’è qualche attivista politico (tra cui un cugino in esilio nel Kurdistan iracheno) ma lei non aveva mai fatto politica.

Jîna però aveva alcune caratteristiche non particolarmente gradite al regime, un regime teocratico islamico sciita.

Innanzi tutto era una donna. Poi era curda ed era anche musulmana sunnita (come il 90% dei curdi, popolazione che comunque, tendenzialmente, dà alla religione un significato più sociale, culturale e personale che politico: non a caso i curdi sono considerati i peggiori nemici dell’ISIS, che cercò addirittura di sterminare i curdi Yazidi della regione di Shengal, che non seguono nemmeno l’islam sunnita ma una religione antichissima).


La protesta, che probabilmente covava già da tempo, è esplosa. Non solo nel Kurdistan iraniano, ma in tutto il paese, al grido di Jin, Jyan, Azadi (Donna, Vita, Libertà) nelle zone curde e il corrispettivo in farsi nel resto del paese (Zan, Zendegi, Azadi) , oltre all’altrettanto diffuso slogan Morte al dittatore.

La protesta ha avuto e continua ad avere un’ampia risonanza in tutto il mondo.

Riuscirà lo spietato regime di Tehran a salvarsi anche questa volta?

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