Jurassic World – Il dominio

Torna alla regia Colin Trevorrow e quello dei dinosauri diventa uno strano circo

“Dinosauri sotto la tenda del circo: perplessi”. Parafrasando il titolo di un classico del Nuovo Cinema Tedesco, quel sense of wonder che aveva contraddistinto la saga di Jurassic Park sin dagli esordi pare essersi progressivamente trasformato in un gusto dell’eccesso, in una tendenza ad alzare ogni volta l’asticella, che dovrebbe produrre stupore a getto continuo ma finisce più che altro per generare un oceano di perplessità.

Eppure, ci eravamo lasciati bene, per certi versi: il finale di Jurassic World – Il regno distrutto aveva posto repentinamente i protagonisti (e conseguentemente il pubblico) di fronte a un dubbio amletico, ossia lasciare che i dinosauri trasportati con intenzioni losche sul continente americano morissero in massa, oppure aprire le gabbie per salvarli da fine certa correndo però il rischio di vederli scorrazzare liberamente in Natura. Nel lungometraggio in questione, diretto dal più talentuoso cineasta iberico Juan Antonio Bayona, la situazione veniva sbrogliata da un intervento deciso della piccola Maisie Lockwood, a sua volta un enigma vivente (in quanto frutto di un esperimento di clonazione, come si scoprirà in seguito), la più adatta quindi a intervenire in soccorso dei dinosauri morenti. Quel suo gesto generoso ma senz’altro avventato spalancava le porte di una nuova era, in cui gli esseri umani avrebbero dovuto condividere il pianeta coi dinosauri stessi, il che, come si può immaginare, sarebbe stato causa di non pochi “incidenti”.

Sentirsi volteggiare uno Pterosauro sopra la testa, nuotare inseguiti da un gigantesco Mosasaurus o ritrovarsi di fronte un T-Rex durante un picnic non deve essere particolarmente piacevole, per quanto nella storia umana non si sia mai realmente verificato. Alla faccia di certe esilaranti dichiarazioni del nostro Al Bano Carrisi, il quale, suggestionato forse dalla visione di cartoni animati come Ryu il ragazzo delle caverne, se ne uscì un tempo con la teoria che i nostri antenati in ere lontanissime avessero “battuto” i dinosauri. Troppo ottimismo e un pizzico di ignoranza, da parte del nostro cantante la cui voce, senz’altro meravigliosa, si presta talvolta a ragionamenti non proprio impeccabili, eufemisticamente parlando. Fatto sta che questa improbabile e difficoltosa coabitazione almeno nella fiction è diventata realtà, traducendosi nel successivo Jurassic World – Il dominio in un mondo dove ormai le possenti creature preistoriche si sono sparpagliate in aree vastissime, vengono vendute per i più svariati scopi in circuiti illegali, sono persino allevate e usate per ulteriori esperimenti da qualche disinibita corporation; come ad esempio quella Byosin che (quasi a presagire recenti e funesti fatti di cronaca) il suo quartier generale lo ha stabilito sulle Dolomiti, adattando in un certo qual modo alle esigenze dei grossi rettili la brutta abitudine degli Yankee di impadronirsi, per le loro basi, di qualche pezzetto più o meno grande di territorio italiano.

Morale della favola, il pallino è passato nuovamente nelle mani di Colin Trevorrow, il regista che con Jurassic World aveva dato il la (assecondando un’evoluzione della saga a nostro avviso frizzante e non del tutto banale) alla più recente trilogia, sorta sulla scia del capostipite Jurassik Park. Se le premesse però fino ad ora erano state quantomeno discrete, le conclusioni trovate da Colin Trevorrow per questo terzo capitolo del rinnovato franchise ci sono sembrate a dir poco pacchiane, modeste. Più che ripercorrere linearmente la sinossi del film, le vorremmo passare militarmente in rassegna, esternando così i nostri dubbi. A partire magari da quel catastrofismo d’accatto, evidenziato tanto per dire dall’introduzione nell’ambiente di locuste giganti, più in sintonia forse con qualche piaga biblica…


Ecco, le stesso locuste sono indice di una tendenza ad affastellare nella trama i più svariati temi ecologici o di bioetica (clonazione umana, spionaggio industriale, organismi geneticamente modificati, crisi alimentare mondiale), risolvendoli un po’ tutti sbrigativamente, a tirar via. Così da lasciare poi spazio a quel Circo Barnum, fatto di sequenze d’azione (catture, agguati, inseguimenti, autentiche battaglie aeree tra velivoli e rettili alati) il cui taglio a dir poco ipertrofico dà più l’idea della baracconata che quella di una genuina avventura. Branchi di Parasaurolofi da prendere al lazo, modello cowboy. Carnivori sempre più grossi o astuti o semplicemente bizzarri (ce n’è pure uno con gli unghioni affilati come una spada, dallo stile di caccia alquanto inverosimile), per fare concorrenza agli ormai arcinoti Tirannosauri e Velociraptor. I ritrovi clandestini del mercato nero di dinosauri a Malta, poi, che assomigliano un po’ a qualche bazar spaziale di Star Wars e un po’ a un’avventura di Indiana Jones riuscita male. E per chiudere in bellezza, alcune nuove specie introdotte nel racconto con caratteristiche talmente strabilianti (la “fantazoologia” è stata presente sin dal primo Jurassik Park, ma in piccole dosi e abbinata a ricostruzioni credibili, mentre qui invece si tende davvero a esagerare) da risultare infine ridicole: su tutti questi obbrobri troneggia l’inedito Pyroraptor, immaginato di dimensioni diverse da quelle dei fossili, dai colori sgargianti e con una improbabile capacità di nuotare a razzo sotto laghi alpini ghiacciati!

A compensare le lacune della trama e una vena fin troppo circense nelle scene d’azione non basta, quindi, la volontà di “rimettere insieme la vecchia banda” ripescando molti dei personaggi (e degli interpreti) più rappresentativi dei precedenti capitoli, da Chris Pratt (Owen Grady) a Laura Dern (Ellie Sattler), da Jeff Goldblum (Ian Malcolm) a Sam Neill (Alan Grant), da Omar Sy (Barry Sembène) alla giovanissima Isabella Sermon (Maisie Lockwood). Neanche siffatta parata di star mature o in erba riesce a far decollare l’empatia nei confronti dei personaggi, che sembrano quasi mettere in scena carnevalescamente se stessi, il proprio passato e le conseguenti tare. Senza troppa convinzione, a dire il vero.


Archiviato uno show indubbiamente pittoresco ma non così avvincente, il consiglio che si potrebbe dare allo spettatore più smaliziato è di recuperare su qualche canale decisamente underground un lungometraggio del 2017, The VelociPastor. Attingendo a uno spirito scanzonato e irriverente quanto quello delle produzioni targate Troma, il carneade Gregory James Cohan ci prospetta le avventure di un giovane e aitante Reverendo la cui fede è andata in crisi dopo la morte violenta dei genitori, ma che in seguito al suo peregrinare in Estremo Oriente è incappato in una maledizione, che nelle situazioni di pericolo può trasformarlo… udite udite… in un feroce tirannosauro! Sarà una spregiudicata prostituta da redimere, l’unica in grado di convincerlo a usare questi nuovi poteri per massacrare criminali e altri cattivi, tra cui una grottesca squadra di ninja orientata verso il più bieco integralismo religioso. Come si sarà certo intuito, i dinosauri sono qui il pretesto di un film sgangherato, deliziosamente trash, farsesco nei dialoghi e con uno split screen d’altri tempi cui aggiungere poi effetti speciali esilaranti, “rustici” ancor prima che artigianali, quale fiore all’occhiello. Pretese artistiche zero. Ma di gran lunga più divertente, per i nostri gusti, dell’ultimo e così fracassone capitolo di quella saga, magistralmente varata nel 1993 da Steven Spielberg e Michael CrIchton.


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