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LA CENSURA È UNA COSA SERIA

Aggiornamento: 2 giorni fa

Colti da curiosità cerchiamo in rete “I Professionisti dell’antimafia”, articolo scritto da Leonardo Sciascia e pubblicato sul Corriere della sera del 10 gennaio 1987 (il testo lo trovate qui https://www.archivioantimafia.org/sciascia.php).


Non vi stiamo a tediare con l’esegesi del testo. Se volete leggetelo. Merita. Però ci permettiamo di citare un brano più o meno a metà:


Censurato

Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”.


Leonardo Sciascia

Letto? Interessante non trovate? Esibirsi come difensore di un valore, usando il proprio tempo per reiterare tale esibizione, sottraendolo ad altro (perché il tempo è finito, e 24 ore in una giornata restano sempre 24 ore). Qual è il vantaggio che se ne ricava? Considerarsi (ed essere) in una botte di ferro, come diceva Sciascia. Chi potrebbe mai a questo punto contestare un minimo atto o decisione di chi difende il valore? Solo chi è contro il valore, giusto? Quindi se contesti chi difende il valore, in realtà te combatti il valore, e logica (logica malata, ma pur sempre esibita come logica) impone considerarti nemico del valore. Se il valore è l’antimafia, il nemico può essere solo il mafioso.


Detto questo per ricordare cose dette nel 1987 e che costarono a Sciascia accuse livorose e ostracismi da parte dei salotti bene, veniamo a noi.


La censura. Cos’è la censura? La censura è – primo passo - impedire l’espressione del pensiero dell’altro. Impedirlo SEMPRE e COMUNQUE. E la censura vera è – secondo passo – PUNIRE chi, malgrado i miei atti che gli negano l’espressione, riesce a trovare un modo per esprimere il proprio pensiero. La censura vera prevede divieto totale e conseguenze per chi lo infrange. Esiste la censura vera? Certo che esiste. Esiste in Cecenia, ad esempio. Esiste in Corea del Nord. Ma anche in India (provate a esprimere opinioni a sfavore dell’induismo, e vedete come reagisce il governo Modi). Esiste in tutti i paesi islamici. Esiste in Russia. Esiste in Myanmar, e in molti paesi dell’estremo oriente. Esiste in Turchia, dove per legge è proibito parlare del genocidio degli Armeni, e se ne parli vai in galera. La censura governativa, quella vera, ufficiale, decisa dai governi e perseguita dalle forze dell’ordine, esiste. Ma non in Italia. Né in altri paesi. Se in Cecenia, ad esempio, uno volesse pubblicare un monologo contro la politica repressiva degli omosessuali, non troverebbe nessun editore disposto a pubblicarlo. Ma – e qui scatta la vera censura – se anche uno stampasse autonomamente un libro, con il suo monologo e lo distribuisse gratuitamente, gli sarebbe proibito. Perché la censura è questo. Non è non dare spazio sulle reti TV nazionali cecene, o che nessun editore ceceno ti pubblichi il tuo libro, ma impedirti di esprimere il tuo pensiero in QUALSIASI modo, anche impedendoti di farlo in modo del tutto autonomo. Non puoi andare in TV a leggere il tuo monologo? Bene, ti colleghi in video sulla tua pagina facebook, e lo leggi in diretta. La censura vera è se la polizia viene a casa tua, e ti arresta per averlo fatto. Perché in quel caso ti è impedito in OGNI modo di esprimere il tuo pensiero. Ma una società dove se non riesci a usare il canale comunicativo 0001, te ne restano ancora 1000 non è una società dove c’è la censura.


Il discorso è sicuramente molto più ampio e articolato, e non pretendiamo di esaurirlo, ma il concetto è chiaro (speriamo).


Questo però ci porta al secondo passaggio, e qui torna Sciascia.


Partendo dal presupposto (contestabile certo, ma è il NOSTRO presupposto di adesso) che in realtà in Italia non ci sia vera censura, ma solo – eventualmente – una difficoltà a usufruire di alcuni canali comunicativi, con mille altri che restano disponibili, il dubbio di un subdolo “professionismo dell’essere censurato” viene.


Riprendiamo il testo di Sciascia e cambiamo alcune parole.


“Prendiamo, per esempio, uno scrittore o un intellettuale che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antifascista (…) si può considerare come in una botte di ferro. (…) Chi mai oserà contestarlo o obbiettare a cosa dice? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come fascista, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”.


Giorgia Meloni

Esibirsi come difensore di un valore, e denunciare la censura subita, anche se poi nei fatti cosa volevo dire trova spazio e diffusione senza problemi, anzi, spesso in modo molto più facile grazie all’essere ritenuto vittima di censura, mette al riparo da qualsiasi contestazione.


Prendiamo il caso del professor Luciano Canfora. Il professor Canfora non ha detto semplicemente che Giorgia Meloni è neofascista nell’animo. No. Il professor Canfora disse che il sostegno di Giorgia Meloni (all’epoca non ancora premier, perché i fatti accaddero prima delle elezioni del 25 settembre 2022) per l’Ucraina e il battaglione Azov  - che in quel momento era il fulcro della resistenza ucraina – era comprensibile perché essendo , per il professor Canfora il battaglione Azov portatore di messaggi neonazisti, chi lo sosteneva condivideva nell’animo gli stessi valori, quindi chi sosteneva il battaglione Azov nella resistenza alla Russia condivideva gli stessi valori che spingevano il battaglione Azov. E se per il professor Canfora il battaglione Azov era portatore di valoro neonazisti, logica voleva che anche Giorgia Meoni fosse neonazista nell’animo. Ovviamente oggi nessuno considera la frase intera e il ragionamento sotteso alle dichiarazioni del professor Canfora, perché attaccando Giorgia Meloni il professor Canfora è, per dirla come Sciascia “in una botte di ferro”, e nessuno lo contesterà per non passare da neonazista.


Antonio Scurati

Ma andiamo avanti. Ti invitano a scrivere un monologo sul 25 aprile. Pagato. Sul 25 aprile. Non sulla situazione attuale dell’Italia o di cosa te pensi del governo. Sul 25 aprile. Te usi quest’occasione per scrivere un attacco diretto ed esplicito al governo. Non una rievocazione storica del 25 aprile, magari citando le varie componenti della resistenza, quella comunista, quella cattolica e quella liberale. Non una riflessione sul ruolo chele forze armate alleate ebbero nella liberazione. Non una riflessione su un’Italia divisa in due, che si ritrovò dopo la liberazione a dover ricostruire il paese. No. Decidi che la cosa che vuoi fare è usare lo spazio che ti offrono sulla RAI per attaccare il governo in carica. Ossia, decidi di usare lo spazio che ti offrono, per esprimere delle opinioni personali, ovviamente convinto che siano quelle giuste e che tutti le debbano sentire per darti ragione, ma pur sempre opinioni di netta condanna su un governo. Su un canale pubblico. E venire pagato per farlo.

Possiamo dirlo? È un po’ come il bambino che provoca per vedere fino a che punto può arrivare prima che qualcuno si irriti e dica “ora basta!”, per poi lamentarsi che non l’hanno fatto giocare.


E poi ritrovarsi con inviti da tutte le parti per giocare.


Esistono dei “professionisti dell’essere censurato”? Sì. Ovvio che sì. Sono tutti coloro che – tanto per farci capire – quando un club di tifosi della Juventus li invita a recitare un monologo arrivano e pronti ad arringare la folla con un testo dove dicono quanti scudetti abbia rubato la Juve, e come la Juventus sia la rovina del calcio italiano. Quando i dirigenti del circolo leggono il monologo, e dicono “ma che sei scemo? Quella è la porta”, si lamentano di essere stati censurati, e subito rimediano inviti da tutti gli altri circoli di tifosi non juventini per poter recitare il proprio monologo.


Torniamo a noi. Esiste la censura vera in Italia? No. Però è indubbio che fino a poco tempo fa le voci ammesse in alcuni canali erano sempre e solo a senso unico. Egemonia culturale? Sì. Occupazione degli spazi ufficiali e istituzionali da parte di una sola parte politica? Sì. Parliamo della Resistenza, ad esempio. Fino a pochi anni fa la vulgata era che la resistenza fosse solo quella Comunista. La resistenza antifascista di matrice cattolica, o di matrice liberale conservatrice non veniva citata, e quindi non esisteva. Che all’interno della Resistenza gruppi partigiani NON comunisti fossero stati eliminati non dalle forze di Salò o dai Nazisti, ma da “colleghi” partigiano comunisti non si poteva dire. Non era censura, ma autocensura (altra cosa, diversa dalla censura e forse ancora più grave). Un episodio come Porzus era taciuto, negato, oscurato. Idem le Foibe. E chi ne parlava nei canali che trovava, andando contro “il valore difeso” veniva considerato un nemico. Se parlavi delle Foibe eri fascista. Se dicevi che tra il 1946 e il 1949 furono commessi omicidi politici eri fascista (e successe a Gianpaolo Pansa). Se dicevi Fosse di Katlyn eri nazista. Se dicevi Porzus eri fascista. Nessun attore faceva monologhi sulle foibe, Nessuno scrittore scriveva romanzi o racconti sulle foibe. Nessuno storico ne parlava. Non era censura, ma sicuramente c’era una pressione sociale che “consigliava” chi voleva lavorare a uniformarsi al pensiero dominante. È un dato di fatto, e oggi dire che non è vero e che non era così significa solo due cose: o non sai come erano le cose, e allora parli a vanvera, in buona fede, ma a vanvera; o lo sai e allora menti per nascondere il fatto che eri parte di quel sistema di omologazione che impediva l’espressione di altri.


La censura vera poi è cosa diversa dal controllo editoriale. Quando qualcuno manda un testo, anche se commissionato, al committente, sa che esiste il controllo editoriale, ossia la revisione del testo non solo a livello grammaticale, ma per vedere se è coerente con gli standard stabiliti dal committente. Siamo certi che ne sia al corrente anche Antonio Scurati. Nessun testo proposto a una redazione è intoccabile. Finché non viene accettato è una PROPOSTA, e le proposte possono benissimo essere esaminate, ritoccate, modificate. È il gioco editoriale, e chi vive di scrittura lo conosce e non si lamenta se un redattore facendo l’editing di un monologo, chiede delle modifiche per renderlo accettabile e in sintonia con gli standard stabiliti dal committente.

La censura è una cosa seria. Quando uno è censurato nei paesi dove esiste veramente la censura non ottiene un beneficio dal non aver potuto leggere un testo su un canale TV. Subisce conseguenze, conseguenze molto molto serie.


In Italia invece i professionisti dell’essere censurati sono quelli che riescono sempre a volgere a loro vantaggio cosa gli succede.


Scusate se non ci disperiamo per loro.

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