La politica delle Torri d’Avorio e la vita reale


L’aneddoto è noto, ma fa sempre bene ricordarlo. Coinvolge Palmiro Togliatti, figura umanamente deprecabile ma politicamente un gigante. Riunione del PCI (quello serio, non la slavata imitazione di questi nostri anni). Pietro Secchia, numero due del partito, è lanciatissimo in una concione su operai proletariato forza propulsiva della rivoluzione d’ottobre. Improvvisamente il suo capo, il segretario del partito, il Migliore, ossia Togliatti, lo interrompe a metà di una subordinata e gli chiede: “Che cosa ha fatto ieri la Juventus?”. Secchia, responsabile dell’organizzazione del PCI a livello nazionale visibilmente imbarazzato, tace. Allora il Migliore lo apostrofa, gelido: “E tu pretendi di fare la rivoluzione senza conoscere i risultati della Juve?”. Come a dire, “senza conoscere gli umori del popolo a cui chiedi di insorgere?”.

La storia è chiara: chi pretende di parlare a nome del popolo e IN nome del popolo poi deve conoscere il popolo non in astratto ma nella vita concreta. Togliatti parlava della Juventus, ma possiamo spostare il tiro su altro. Ad esempio i prezzi. L’ISTAT per poter calcolare il costo della vita ha un paniere di beni essenziali e comuni a tutti in base ai quali definisce i vari parametri: ricchezza, povertà, essere benestanti, essere sul ciglio della povertà, essere a rischio, agiatezza. Questo “paniere” è costituito dai beni ritenuti essenziali per lo svolgimento di una vita “media” (quindi ad esempio non il manzo kobe, ma sicuramente un chilo di macinato di vitello sì), e accessibili alla maggioranza della popolazione. I voli spaziali sub orbitali sul missile di Jeff Bezos non sono compresi, ma elementi di uso comune e diffuso invece sì.

Ora il punto è che la vita quotidiana e concreta di gran parte degli elettori è composta dagli elementi del paniere ISTAT e non da oggetti di lusso. La vita concreta e quotidiana degli elettori si sviluppa lungo un livello, e la sensazione è che invece la vita quotidiana dei politici, che DECIDONO e REGOLAMENTANO la vita degli elettori si svolga lungo un altro livello, staccato dal primo non solo in modo contingente, ma in modo sostanziale.

Se Togliatti chiedeva a Secchia cosa aveva fatto la Juventus, oggi bisognerebbe chiedere a un deputato o a un senatore se sa quanto costi una confezione di sei uova al supermercato. O quanto costi un chilo di fettine di manzo. O un chilo di zucchini. E così via. Latte, pane, pesce, patate, frutta, verdura, e ancora detersivi, medicinali… Pensate che il presidente della commissione di vigilanza della RAI, o il presidente della Commissione bilancio, o il capogruppo al Senato del PD o di FI sappia quanto costa una confezione da 10 rotoli di carta igienica, che una famiglia di quattro persone consuma più o meno in due settimane? Pensate che il capogruppo alla Camera di IV, Lega o di LeU sappia quanto costa un chilo di patate? O quanto costi il ticket per le analisi delle urine e del sangue?

Pensate che i politici sappiano cosa siano i “conguagli”, per cui famiglie si ritrovano a dover dare 180 euro al gestore dell’elettricità perché dopo un anno di consumi presuntivi ti arriva una bolletta per cui in realtà hai consumato SEMPRE il 50% di quello che ti veniva chiesto?

Sinceramente pensiamo di no. Sinceramente riteniamo che il dramma sia che la politica (sicuramente a livello nazionale) ormai sia chiusa in un mondo autoreferenziale, dove non si parla più con gli elettori, ma si FA SPETTACOLO a favore degli elettori, litigando sui social o in TV con gli avversari, senza chiedere “cosa ha fatto la Juventus”, oppure “Quanto avete pagato le uova?”. I politici sono staccati dalla vita di tutti i giorni, e così quando devono legiferare volano altissimo, parlando di massimi sistemi e diritti ineffabili ma che incidono poco sulla tavola.

Attenzione però: il problema non è tanto che sia così (perché è cosi). Il dramma è che non dovrebbe esserlo. Rilevare che la politica e i politici italiani (destra, sinistra, centro) si sia rinchiusa in una monade senza più contatto con le persone reali è un conto, condannare a priori la politica in sé è un altro. Una politica sana (perché è possibile farla, ed è un diritto dei cittadini pretendere che esista) è capace di parlare con gli elettori, col territorio, di sudare e usare tempo e fatica per entrare in contatto con i problemi veri. Un tweet a slogan sul lavoro non risolve niente. Ore e ore passate a capire le situazioni e a lottare per risolvere le cose sì. Il caso Whirlpool non si è risolto con i tweet o i post su facebook. Il caso Whirlpool si poteva risolvere se i politici invece di perdere tempo in TV o sui social avessero lavorato per mettere alle strette l’azienda e avessero proposto soluzioni fattibili, non messaggi tipo “Abbiamo risolto tutto!”, quando poi non è vero.


Ogni tanto per farci del male guardo dei talk show. Porta a porta, Otto e mezzo, Dritto e Rovescio, Tagadà, Diritto di Replica, Piazza Italia, e sentiamo politici, intellettuali, giornalisti, direttori di giornale, scrittori, professori. Li ascoltiamo e ci chiediamo “ma questi che pretendono di sapere come gestire le vite degli altri lo sanno quanto costa un litro di latte? Lo sanno quanto spende più o meno una famiglia di 4 persone per fare la spesa in un mese, facendo mangiare una fetta di carne ai bambini una volta alla settimana e cercando di dargli frutta e verdure così che crescano sani? Lo sanno quanto incide la spesa per il cibo in una famiglia monoreddito? E se non lo sanno ma di che parlano?

Per parafrasare a Togliatti: “E tu pretendi di fare politica senza conoscere i risultati della Juve?


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