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Non è un cinema per Benedetto

Lo spettatore che si avventuri nella visione del film I due papi, prodotto da Netflix, se è attento e non si lascia distrarre si accorge di un particolare non indifferente: il titolo menziona due pontefici, ma in realtà quello raccontato è uno solo, Francesco. Suoi sono i flashback sugli anni giovanili, suo è il racconto dell'attività pastorale, sua è la naturale conclusione.

Per Benedetto XVI? Nulla di tutto questo, se non vogliamo considerare (ma è essere veramente molto generosi) un accenno en passant durante il confronto con il cardinale Bergoglio. Per il resto la sceneggiatura di Anthony McCarten pone sì a più riprese i due personaggi in un dialogo alla pari, ma si perde in una dozzinale rappresentazione di Ratzinger basata da una parte sui più classici luoghi comuni che riguardano i tedeschi, dall'altra sulla vulgata che lo vuole come un uomo ombroso, severo, chiuso a riccio nel suo pensiero ed incapace di porre un freno agli scandali all'interno della Chiesa, perché appunto inflessibile e in ultima analisi anacronistico.

Tale raffigurazione è sintomatica di una certa generale sufficienza dei media mainstream nel trattare la figura di Benedetto XVI. Non è sorprendente in tal senso scoprire, dopo una rapida ricerca, che Benedetto XVI sia uno dei soli tre pontefici dell'epoca contemporanea (ovvero dopo la perdita dei poteri temporali sullo Stato Pontificio) a non aver avuto un biopic dedicato.

Poco male, rileverà qualcuno: la missione della Chiesa è quella di predicare il Vangelo, non certo di farsi bella di fronte alle telecamere. Vero, verissimo, e tuttavia appare ugualmente rilevante che il cinema, ovvero l'industria creativa più potente al mondo, e maggiormente in grado di alimentare l'immaginario collettivo, abbia deciso di bypassare un personaggio come Ratzinger.

Oltre a lui, sono in fondo appunto pochi gli “ignorati”: Leone XIII, primo papa eletto dopo il l'Unità d'Italia, e Benedetto XV, pontefice nel periodo della Prima Guerra Mondiale e oggetto di una violenta contestazione bipartisan a causa della sua posizione pacifista. Gli altri pontefici sono stati invece tutti portati su grande e piccolo schermo, chi più, chi meno.

Il più presente, il più iconico, è chiaramente Giovanni Paolo II, che è stato raccontato al cinema sin dall'inizio dal suo mandato: un approdo per certi versi naturale, per uno che da giovane era considerato una delle grandi promesse attoriali del panorama teatrale polacco. Meno naturale, ma comprensibile vista la sua peculiare storia, era invece il profluvio di rappresentazioni che hanno visto protagonista Francesco, così come è stato molto rilevante lo spazio avuto da Giovanni XXIII, in un ideale trittico dei papi più “pop” (absit iniuria verbis).

La cinematografia dei pontefici, a parte i tre “pesi massimi” sopra citati, è ad ogni modo ampia, a cominciare dal lavoro di Umberto Scarpelli, che nel 1952 ha portato in scena Pio X in Gli uomini non guardano il cielo. Da lì, per i successivi cinquant'anni, le due figure più trattate sono state i già menzionati Roncalli e Wojtyla, fino a quando, all'inizio del nuovo millennio (forse in seguito al forte impatto mediatico del calvario di Giovanni Paolo II) c'è stata una vera e propria esplosione di biopic dei papi.

Così sono stati realizzati, giusto per fare qualche esempio, il Montini interpretato da Fabrizio Gifuni in Paolo VI-Il papa nella tempesta (2005) e il Giovanni Paolo I di Neri Marcoré in Papa Luciani-Il sorriso di Dio (2006), così come la coproduzione internazionale che ha visto Pio XII portato in scena da James Cromwell in Sotto il cielo di Roma (2010). Dunque, come direbbe Lubrano, a questo punto la domanda sorge spontanea: se in questo boom ha trovato spazio persino con una figura non certo mediaticamente rilevante come Pio XI (il docufilm Pio XI-Il papa che vide il futuro), come mai non è stato invece raccontato Benedetto XVI?

In fondo si tratta pur sempre di un uomo che, è bene ricordarlo, ha segnato la storia mondiale con un gesto che non avveniva da cinquecento anni, ovvero le dimissioni del febbraio del 2013. Dimissioni che lo stesso Benedetto, in una parte del libro-intervista Luce del mondo (2010), aveva però individuato come ipotesi concreta per un pontefice, e a tal proposito è anzi lecito chiedersi se il film Habemus papam di Nanni Moretti (2011), che parla proprio della rinuncia del successore di Giovanni Paolo II (interpretato dal grande Michel Piccoli), sia stato in qualche modo ispirato da quel passaggio.

La prima risposta spontanea alla domanda sulla lacuna nel racconto di Benedetto XVI, ad ogni modo, tirerebbe in ballo una certa mancanza di “narrabilità” di Ratzinger, il quale per buona parte della sua vita ha fatto il professore universitario e poi il prefetto pontificio, ovvero attività non certo ricche di azione e pathos come richiederebbe un'opera cinematografica. Eppure, questa spiegazione fa abbastanza acqua, perché comunque anche il teologo bavarese ha dovuto affrontare momenti drammatici, come ad esempio la coscrizione forzata nella Gioventù Hitleriana, la vita nella Germania del secondo Dopoguerra, le contestazioni del Sessantotto: un percorso non dissimile da quello di diversi predecessori, Paolo VI in primis.

A questo punto è verosimile pensare che all'origine di questa conventio ad tacendum ci sia in realtà la pessima etichetta che il teologo bavarese si è visto suo malgrado appiccicato addosso sin dagli anni Ottanta, quando iniziò ad essere dipinto da una certa stampa liberal come l'alter ego cattivo del Wojtyla buono. Una rappresentazione certamente superficiale, non veritiera, eppure perpetrata (pur con diverse sfumature, a seconda del momento storico) dai media generalisti durante e dopo il suo pontificato, fino ai giorni nostri e chissà per quanto tempo ancora.

Benedetto XVI è stato in realtà tutt'altro che il reazionario Panzerkardinal, il Grande Inquisitore che, da prefetto come da papa, non ha mostrato pietà per chiunque gli si opponesse. Anzi, è vero esattamente il contrario: uomo mite, timido ed affabile, la sua storia dimostra che ove possibile ha cercato il dialogo, il terreno comune, ricevendo spesso indietro non la stessa cortesia (eufemismo) con cui si era approcciato. Mai retrivo, ma invece interessato, parole sue, a restituire alla fede forza e dinamismo, liberandone il nocciolo dalle troppe incrostazioni.

Nota conclusiva. La summenzionata cattiva stampa potrebbe magari venire arginata, se magari venisse realizzato un lungometraggio intellettualmente onesto che approfondisse tutti gli aspetti appena evidenziati. È vero però che ciò comporta il rischio di andare contro l'opinione corrente, ossia il contrario di ciò che fa Netflix, che invece rassicura il suo utente medio nei luoghi comuni in cui crede, alimentandoli e mai decostruendoli.

D'altronde questi sono tempi in cui, nel complesso, sembrano molto pochi quelli disposti a mettere in gioco il coraggio della verità. Benedetto XVI è stato certamente uno di quelli.

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