Transizione, il Papa e Jean Paul Gautier. Perché il disegno di legge Zan è inapplicabile

Aggiornato il: lug 11


La parola chiave dei tempi che corrono è “transizione”. C’è quella ecologica con cui si intende il passaggio o la trasformazione da un sistema produttivo intensivo e non sostenibile dal punto di vista dell'impiego delle risorse, a un modello che fa della sostenibilità ambientale, sociale ed economica, la propria caratteristica premiante. Perciò quel processo di innovazione tecnologica che non tiene conto solo dei profitti economici, ma del rispetto dei criteri per la sostenibilità ambientale. In sostanza, politiche territoriali, ambientali ed energetiche. Come tutto ciò si coniughi col rampantismo della globalizzazione per cui le arance le importiamo dalla Spagna e dal Marocco anche se le produciamo noi, così come l’olio d’oliva, mentre i limoni fanno il giro del mondo sulla rotta Argentina-Linate, è tutto da comprendere ma già il porsene il problema è qualcosa.

C’è poi la transizione calcistica. In sostanza la fase in cui il pallone viene sottratto agli avversari e l’azione riparte. Col termine “transizione” assume tutta un’altra rilevanza accademica. E siamo alla transizione sessuale. L’ultimo immane tema in ordine di tempo da Guelfi e Ghibellini. O la sposi per intero, senza farti e porre domande, distinguo, analisi o sei contro. Senza appello né attenuanti. Il tema è delicato e va affrontato col dovuto rispetto, riguarda tanto le libertà personali quanto le dignità. I guanti bianchi sono doverosi quando ci si accosta a temi che hanno a che fare con le esistenze ma chi è quello che non gli indossa?

La sessualità è entrata prepotentemente nel dibattito politico e questo è un bene. La censura a priori è l’anticamera ai totalitarismi, si pensi ai Rolling Stones a Cuba. Un evento grandioso in qualsiasi posto della Terra ma che lì fu epocale. Attenzione, non era il 1968 e la contestazione contro l’interventismo americano in Vietnam era urlato sulle note di Satisfaction, era il 2016!! Il divieto dà da sempre la misura dell’anacronismo, tuttavia è sufficiente parlarne o è parimenti fondamentale il come? Perché se la qualità, la competenza, la preparazione, la sensibilità hanno ancora un significato, lo Zan e tutta l’ondata d’opinione che lo generato sono un completo fallimento. La sessualità è davvero materia da tweett di cantanti di mezza età che fanno outing o merita opinion leader e stakeholder realmente credibili? La risposta è lapalissiana ma è ancora insufficiente perché non chiarisce il come. Quali sono i temi? Chi li divulgherò? Chi o cosa certifica la competenza necessaria di coloro che nelle scuole parleranno di omosessualità, transessuali, bisessuali e lesbiche? E bastano come categorie e ve ne sono altre non rappresentate, dando il via alla discriminazione della diversità all’interno della stessa denuncia della diversità? Dando per buono che sia una priorità, e anche questo aspetto meriterebbe un ragionamento che intrecci etica, morale, libertà di coscienza, biologia, filosofia, antropologia ma tenga a distanza di sicurezza l’ideologia in un senso e nell’altro. Nel frattempo assistiamo

alla massificazione del pensiero arcobaleno, assorbito a piene mani dall’industria e in rapporto di continuità, dalla pubblicità. Arcobaleni campeggiano un po’ ovunque. Sulle borse, sulle calze, sui nastri per cappelli, nella fascia da capitano di Neuer, come pure nelle creatività pubblicitarie, si guardi quella del profumo di Jean Paul Gautier. Allo stesso modo, in spot per prodotti di largo consumo si allude alle coppie omosessuali, il che è un segno inequivocabile della società che cambia. Ma se è cambiata al punto da divenire bersaglio pubblicitario, è implicito che anche il livello d’inclusione sociale è un fatto in larga misura compiuto. Il target gender è un mercato ricco e tutto da esplorare e in quanto tale non può non essere appetibile per il marketing. Ma se questa attenzione certifica da un lato l’esistenza, dall’altro introduce inquietanti interrogativi circa la genuinità del messaggio che nel migliore dei casi è manipolato e nel peggiore verrà accantonato quando non funzionerà più. Il fanatismo da un lato e la tigre modaiola dall’altro sono peggiori della malattia. La malattia è l’omofobia. Che con ogni probabilità non è un’invenzione ma lo diventa nelle proporzioni del dibattito. E quando il concetto è circoscritto a slogan che succede? Succede che a dialettica alza bandiera bianca per sfinimento, vince chi urla più forte anche se parla a sproposito. Ma i più irriducibili alfieri della tematica gender-arcobaleno non sono neppure i diretti interessati che pure hanno, in linea di principio, le loro ragioni, oltre al fatto che in parecchi tra i gay e le lesbiche ritengono che tutto ciò sia profondamente sbagliato (ma dei dissonanti, dei non allineati o non si parla o sono silenziati perché non sono funzionali al Pensiero unico). I più irriducibili sono i più realisti del re. I perbenisti, i politicamente corretti, quelli del c’ero anch’io, una categoria che si rigenera ciclicamente e che oggi ha una gamma di teatri dell’assurdo quanto mai ricca in cui esibirsi. Saltimbanchi per qualsiasi causa politicamente corretta si prestano senza remore: cancel culture, Black lives Matter, mondialismo, di tutto un po’. Sono

quelli che non scandalizzano se Laurel Hubbard vince per manifesta superiorità contro le atlete nate donna. Già, le vince tutte, Laurel! Che quando era uomo neppure lo sfiorava, il podio. In una società realmente civile, Laurel se la giocherebbe contro altri atleti transessuali ma invece, no! Sarebbe discriminatorio, molto più (politicamente) corretto e sportivo penalizzare le donne. Ma chi ce l’ha messa? Il comitato olimpico. E da chi è composto? Non volendo credere alla teoria complottista della lobby LGBT, andando per esclusione, da quei burocrati salva poltrona che pensano di mettersi sempre dalla parte giusta anche se è palesemente sbagliata. La vicenda umana e sportiva di Luriel Hubbard s’intreccia con DdL Zan, nel quale oltre alle questioni inerenti alla tematica gender si legifera anche in materia di disabili. per i maliziosi questo accorpamento funge da grimaldello per farlo passare alla Camera ma al di là della leicità di accomunare le mele con le pere, desta perplessità la diversità di verdetti: per Pistorius quello sportivo fu inclemente. Il 13 gennaio 2008 la IAAF infatti respinse la richiesta del velocista di gareggiare con i normodotati, sostenendo che "un atleta che utilizzi queste protesi ha un vantaggio meccanico dimostrabile (più del 30%) se confrontato con qualcuno che non usi le protesi”. Inclemente ma di buon senso. Per contro l’evidenza dice che i muscoli e l’ossatura maschile di Lauriel Hubbard le garantiscono un oggettivo vantaggio. Per completezza d’informazione Hubbard ha rispettato l’intero regolamento che prevede quattro anni per la transizione più dodici mesi necessari a modificare i parametri e l’assunzione di farmaci approvati dal CIO. Sotto l’aspetto burocratico è tutto perfettamente regolare, sotto quello etico, sportivo e financo, forse, medico un po’ meno. La contrapposizione che esclude il merito perché edificata sull’instabile fondamenta del furore ideologico mastica, frantuma trita come una betoniera qualsiasi sensibilità che non coincida a specchio, si guardi le reazioni nei confronti del Vaticano solo per aver espresso un pensiero che nella logica e in funzione della confessione che rappresenta, non potrebbe essere diverso. Si guardi alla fragilità delle posizioni da fan club a cui aderire o da abbandonare quando il divo del momento non è rappresentativo dei nostri desiderata.

Il Vaticano che oggi è alla berlina per le sue istanze retrograde è lo stesso che due anni fa violava le leggi di uno Stato riaccendendo la corrente a uno stabile occupato. Non a un centro anziani o a un orfanotrofio ma a un palazzone in cui il traffico di stupefacenti è un’impresa a pieno titolo, gestito dalla cricca delle case occupate. Tant’è, in quel caso l’ingerenza andava benissimo. Il compagno Francesco aveva improvvisamente trovato negli storici obiettori i più ferventi sostenitori. E chi sono coloro che oggi lo accusano? Le stesse categorie che allora esultavano peggio che in una curva durante un derby. Chi scrive trovò quel gesto inopportuno e biasimabile per un motivo molto semplice: era demagogico e irrispettoso verso chi deve combattere per coprire un affitto e verso chi la casa se l’è comprata pagandola euro su euro. Era un atto di disobbedienza provocatorio e prepotente auto concessosi e da nessuno osteggiato unicamente in virtù dell’autorità istituzionale, si può azzardare di affermare che a chiunque altro fosse venuto in mente, si sarebbe ritrovato di fronte al giudice. Si dirà che la Chiesa per sua natura guarda agli ultimi il che è evangelicamente ineccepibile ma se alla causa segue invariabilmente un effetto, allora i furbi e i delinquenti hanno ragione loro. E fatalmente gli ultimi diventano i miti, i buoni, gli onesti. A posteriori quella vicenda puzza terribilmente di agguato all’allora ministro dell’interno, Salvini, il quale veleggiava nei consensi e sembrava inarrestabile. Fu con ogni probabilità un’azione per ricondurlo a più miti consigli, tant’è che oggi il cattolicissimo premier Draghi può permettersi impunemente di ricordare al Vaticano che siamo uno Stato laico. Richiamo da protocollo da parte del capo dell’esecutivo tuttavia nell’altra circostanza non lo si ricorda alla testa di eventuali censori. Per contro, chi scrive non ha nulla in contrario alle posizioni dei vertici ecclesiastici semplicemente perché a differenza dell’altro episodio fanno ciò per cui sono stati investiti. Piaccia o meno. Nel frattempo sembra emergere, come documentato da Mario Giordano, un’allucinante vicenda di esperimenti genetici su bambini. Dalla teoria del più efferato e disumanizzante materialismo etico alla pratica, il passo è sempre più breve. Ci si augura, prima che la deriva sia irrecuperabile, che al più presto anche quei politici non proprio cuor di leone come Enrico Letta che a oggi come titolo di merito ha unicamente quello di essere il nipote di Gianni Letta, si decidano, tra un insulto e l’altro alla Nazionale perché non si è inginocchiata per il BLM, a prendere posizioni nette contro un fenomeno il cui confine tra farsa e follia è sempre più labile. Senza se e senza ma. Anche perché alla follia segue, in genere, l’orrore.

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