10 anni fa ci lasciava Bearzot, l'allenatore Mundial

Aggiornato il: gen 25


Quanto sembra lontana l’immagine di un Presidente della Repubblica, un Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio e due calciatori impegnati in una partita di scopone scientifico su un volo aereo. In un’epoca di cellulari, PlayStation e musica nelle cuffie, loro quattro che giocano a carte è qualcosa distante secoli.

La foto scattata sul volo Alitalia che sta riportando l’Italia e la Coppa del Mondo a casa è una delle immagini più iconiche di quel Mondiale 1982. La coppia Pertini/Zoff perse, un errore del Presidente mai ammesso. Diciamo pure che sfidare Bearzot in quel periodo non fu una brillante idea. Quell’estate era praticamente imbattibile. Non sbagliò nulla. Anche se prima di partire per Vigo, sede del ritiro azzurro, Il Ct azzurro, oltre a sembrare la vittima sacrificale della spedizione azzurra, non godeva di grande stima nel paese. Ma il Vecio, così era soprannominato, se ne fregò di tutti. Aveva le sue idee e, a testa bassa, le portò avanti. Uomo di altri tempi: puro, leale, ma tosto. Severo e rude nell’aspetto, ma dedito al sacrificio e al lavoro duro. Insomma, un Friulano in tutto e per tutto.

Cresciuto calcisticamente nella squadra del suo paese, Aiello, nel 1946 passò alla Pro Gorizia in Serie B. Nel 1948 l’Inter lo adocchia e lo acquista. Tre anni in nerazzurro dove non gioca molto, poi il trasferimento in Sicilia con il Catania in Serie B. Qualche anno sull’isola e poi ecco che torna nel calcio che conta: il Torino. I granata sono un trampolino importante. Arriva anche l’unica presenza in Azzurro: 27 Novembre 1955 a Budapest contro l’Ungheria del grande Puskás. Appende gli scarpini al chiodo nel 1964, col Torino allenato da “un certo” Nereo Rocco. El Paron friuliano anche lui, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo fece crescere come allenatore. Consigli e gavetta. Settore giovanile del Toro e poi l’Italia. Il legame di Bearzot con il suo maestro va oltre la vita. Il destino vuole che Rocco e il suo allievo moriranno nello stesso giorno, ma con 42 anni di differenza, il 21 Dicembre.

Gli anni passano, ma ecco la svolta: l’incontro con Ferruccio Valcareggi. Accanto a lui in Nazionale nei Mondiali del 70’ e del 74’, poi allenatore dell’Under 23 azzurra, fino a diventare nel 1975 il secondo di Fulvio Bernardini nella Nazionale maggiore. Con quest’ultimo, si divideranno la panchina azzurra per un periodo. Una crescita costante e la fortuna di aver avuto al suo fianco tre Mister di alto livello: Nereo, Uccio e Fuffo. Mica male.

Nel 1977, finalmente, la grande occasione: allenatore dell’Italia. Una normale e scontata nomina, figlia di quell’epoca. Infatti in quegli anni, l’allenatore della Nazionale proveniva sempre dai quadri della Federazione. Solo i più bravi facevano strada, e il Vecio era di gran lunga il più bravo. Per sconvolgere questa tradizione, dovrà arrivare Arrigo Sacchi.

Il Mondiale del ‘78 fu il primo vero esame del Bearzot Ct., e non fallì. L’Italia giocò bene e chiuse al quarto posto. Un risultato che in patria venne accolto quasi come un successo.


La Luna di miele con i tifosi e i giornali però non durò tantissimo. Quattro anni dopo, prima di partire per la Spagna, la Nazionale non godeva di grande fiducia. Bearzot che oggi è un eroe nazionale, ma nel maggio del 1982 era odiato da mezzo paese.

Anche l’attuale Presidente della Lega Calcio Matarrese non dedicò alla truppa azzurra parole tenere: “Questa squadra è una vergogna. Scenderei volentieri negli spogliatoi per prenderli tutti a calci nel sedere”.

Ci si mise anche la stampa a rincarare la dose, in primis Gianni Brera. Non andava bene quasi nulla. Anche le convocazioni lasciavano tutti perplessi, Paolo Rossi soprattutto. Dopo due anni di squalifica per il calcio scommesse, l’attaccante della Juventus non dava nessuna garanzia. E poi dietro di lui scalpitavano due mica male: Roberto Pruzzo, capocannoniere della Serie A e Bruno Giordano.

Nell’Italia ancora scossa dalle bombe e dalle tensioni sociali di quegli anni, quel mondiale, che in molti vedevano come una rivincita e un momento di un’unità, stava rischiando di diventare una “tragedia”. L’opinione pubblica non ci credeva affatto: “Non ce li mandate, andiamo a fare una brutta figura”, “Facciamoli rimanere a casa”, diceva. I presupposti di vittoria erano pari a zero. Le amichevoli pre-mondiali poi hanno fatto il resto: spettacolo pari a zero. Il primo girone del Mondiale evidenziò i problemi: tre pareggi e qualificazione soffertissima.

Però più aumentavano le polemiche, più la squadra diventava forte. Chiusi in silenzio stampa, si unirono attorno al Ct, soli contro tutti. “Meglio così” pensò Bearzot, che però doveva risolvere ancora il problema Paolo Rossi, che non riusciva proprio a sbloccarsi. E senza Pablito non si vince.


Chissà se dopo le prime partite senza gol, il Vecio non l’abbia preso da parte e gli abbia detto: “io credo in te”. O forse è bastato solo uno sguardo tra uomini.

Ci mise 4 partite Pablito per spiccare il volo. E pensare che col Brasile fu in dubbio fino all’ultimo! Ma si sa, il calcio, come la vita, sono imprevedibili. Da qui, il resto è storia.

A dieci anni dalla morte di Bearzot, sarebbe bello sapere che quella partita a carte si sta giocando di nuovo, ma con qualche interprete o giocatore diverso. Lassù, oltre le nuvole, quattro amici stanno iniziando la sfida: l’immancabile Sandro Pertini, Gaetano Scirea, Enzo Bearzot e…Paolo Rossi.

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