Alla Roma la prima Conference League

Storia di un successo atteso sessantuno anni

Si dice che le vittorie abbiano molti padri. A volte è proprio così. Se un elenco va stilato, non si può non partire dai Friedkin. Padre e figlio. Inseparabili. Personaggi fuori dal comune, concorrono agli Oscar, pilotano aerei, acquistano club che portano sul tetto d’Europa. Dicono che non parlino. Come se ciò costituisse un limite. Evidentemente chi lo afferma non sa che i produttori cinematografici non lo fanno praticamente mai (ammenoché non si chiamino DDL). Pianificano con cervello, soldi e cuore ma non parlano. Quello di comunicare è un ambito che lasciano all’addetto stampa, al regista, agli interpreti. I Friedkin hanno un piano che ogni giorno diventa più manifesto. Qualcosa di assolutamente rivoluzionario: vincere! Non si accontentano di partecipare. Per farlo, scelgono il Migliore. L’amato-odiato Mourinho. Amatissimo dai suoi tifosi, quanto detestato da quelli avversari. Una delle poche star del firmamento calcistico.

Uno da tutto esaurito anche se si gioca l’amichevole di ferragosto. Uno che sa solo vincere. Parlano la stessa lingua, i magnati USA e lo Special One. Ingaggiato il Migliore, Dan e Ryan hanno riportato allo stadio i tifosi, Totti e Rosella Sensi. I grandi epurati. E intendiamo tutti e tre. Tifosi, leggenda romanista e ultimo amato presidente. Al gran ballo giallorosso devono presenziare tutti coloro che contano, che hanno fatto la storia, non stupisca quindi se Baldini, Sabatini e Pallotta che pure hanno provato a darsi luce in questi giorni, si guardano la finale in tv. Negli ultimi due anni hanno invertito la tendenza: i migliori restano. Hanno fatto di Pellegrini il loro alfiere. Hanno aggiunto Abraham, che nei prossimi 10 anni sarà il bomber più forte d’Europa. Per essere perfetti rinnovino seduta stante Zaniolo. Il futuro Pallone d’Oro. L’unico che negli anni a venire se la possa giocare con Mbappe, Håland e Grealish. Su Mourinho c’è poco da dire. Cercare di spiegarne i successi è tristemente comico. Come si quantifica l’eccezionalità? Mourinho è andato dove persino Capello non è arrivato e Liedholm ha solo sfiorato. Si citano loro e non gli altri perché con tutto il rispetto per Fonseca e Di Francesco, uno di noi (ma attenzione, la semifinale col Liverpool grida vendetta per un arbitraggio inconcepibile), lui ha saputo vincere. Ma non solo un fatto di vittorie. È un fatto di affinità. In questo si è avvicinato al Barone. Mou è andato oltre Capello, il quale nelle stagioni milanesi ha scoperto Pollock e non è riuscito a farsi amare. Tra qualche anno, quando i laziali si saranno rassegnati, si ammetterà che una finale col Feyenoord, vale la Champions League. Una squadra che vanta 15 campionati olandesi, una Coppa dei Campioni e due Coppe Uefa ha vinto più di molte delle squadre che ogni anno si giocano la Champions, si pensi al Paris Saint Germanie e al Manchester City. Ha vinto più di Fiorentina, Napoli, Lazio, Atalanta e Roma, appunto. Si scoprirà che il Trabzonspor, affrontato all’inizio di questa impresa, è campione di Turchia e che il Bodo è detentore degli ultimi die titoli norvegesi. Per restituire le giuste proporzioni, quando la Roma giocò col Dundee, la squadra scozzese era al suo primo successo nazionale. La Roma è andata molte volte vicino alla vittoria di una competizione europea, ben quattro prima di ieri di cui una vinta ma che si perde nel tempo, era ora di cambiare il corso di una storia fatta di rimpianti. L’uomo del destino sapeva. Per ricostruire un ambiente occorrono carisma, reputazione, idee di gioco vincenti, flessibilità e vittorie. Insomma, il suo repertorio. In un anno ha compiuto tutto il programma. Forse oggi Dybala è più vicino. Il contratto di Zaniolo, anche e Senesi si sente un tantino romanista. Mourinho ha vinto contro tutto e tutti. Contro le serpi che per invidia lo volevano bollito. Ha vinto, restituendo Zaniolo al suo destino. Lo ammettiamo, a volte il suo comportamento col fuoriclasse ci è parso incomprensibile, come nel caso del derby ma chi vince ha sempre ragione. Lui ha avuto ragione, noi torto. Ha creato una difesa di ferro con degli uomini spesso di burro. Ha aiutato Pellegrini a concludere la sua evoluzione.

Mettetevi l’anima in pace. Pellegrini sta sullo stesso piedistallo di Giannini, Di Bartolomei e De Rossi. Solo Conti e Totti sono più in alto. Oggi. Domani chissà. Sempre Mourinho ha convinto Abraham a giocarsela qui. Un campionato meno competitivo di quello inglese. Il luogo ideale per consacrarsi, e con 27 gol alla prima stagione, non c’è alcun dubbio che lo abbia fatto.

Ma si diceva che la vittoria ha molti padri. Detto del duo presidenziale e del condottiero in panca, tocca a loro, ai giocatori. La vittoria è di tutti ma giocoforza la circoscriviamo a Rui Patricio, che ha difeso la porta con riflessi felini e moltiplicando le mani e a Smalling. Quando non è afflitto dagli acciacchi è l’Aldair di questa squadra. Detto ciò, si vince solo segnando e qui entrano in gioco loro: il gruppo di italiani che erano in campo. Il gol ne è l’emblema. Da Pellegrini a Zelewsky, e di nuovo al capitano, che passa a Cristante che appoggia per Mancini. Il centrosinistra romanista indovina l’assist per Zaniolo. Dove terminano gli schemi comincia l’estro. Il colpo d’ala è il marchio del genio. Stop di petto a seguire. Balzo in avanti. Esterno sinistro. Una carezza malandrina e fatale che vale la vittoria. L’acuto micidiale e delizioso che segna la notte più importante della sua carriera. Nessuno lo dava in campo dall’inizio. Ma nessuno è Mourinho. Tra speciali ci s’intende. Tre difensori e il portiere sospesi nel vuoto mentre il pallone irridente scavalca tutti e va in porta.

Tecnica, istinto e potenza concentrati in due metri di campo. Sospeso tra Lazzaro e Achille. Invincibile e vulnerabile. Defunto due volte eppure eccolo lì che spavaldamente affonda la lama nella difesa olandese. Questo è Zaniolo. Questi sono gli italiani della Roma e della Nazionale. Ce ne sarebbe un altro, ma ha scelto la Polonia, convinto da un altro cuore giallorosso, eccellente, che oggi è il Presidente della Federazione polacca. Il sesto azzurro entrerà nel secondo tempo, si chiama Leonardo Spinazzola ed è il giocatore più forte dell’Europeo, vinto dall’Italia appena un anno fa. Uscito lui, gli azzurri hanno rimediato solo sconfitte. Se a loro sommiamo El Sharaawy che comunque il suo contributo lo ha fornito senza se e senza ma, e Bove, la Roma è la squadra più italiana delle otto sorelle. Ma è anche la più europea, considerando i risultati degli ultimi cinque anni. Costruita sull’asse anglo-italo-portoghese, c’è da giurarci che per età e qualità, questa vittoria è solo l’inizio. Alla faccia di Di Canio e Bargiggia.

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