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Inter, Roma e Fiorentina: all’orizzonte il Rinascimento italiano


Il calcio italiano è profondamente cambiato se è vero come è vero che delle tre squadre che potranno rinverdirne i fasti, solo la Fiorentina ha una presidenza italiana. Lo zio d’America. Rocco Commisso che di secondo nome fa Benito è l’incarnazione del Sogno Americano. L’emigrante che ce l’ha fatta e torna in Italia con vagonate di dollari. Comisso è un signore interessante protagonista di una storia da romanzo. Proprietario di  Mediacom, la quinta azienda nel settore del via cavo è uno che nel settore dello spettacolo sa il fatto suo. Comisso ha coltivato la passione per il calcio, il soccer, come lo chiamano gli yankee per distinguerlo da Football americano, appena ha potuto si è tolto un paio di sfizi, il primo è il leggendario Cosmos, il secondo è il Giglio. Scelte all’insegna dello spettacolo, la squadra in cui militarono, Carlos Alberto, Franz Beckenbauer, Chinaglia e Pelè e una delle città più incantevoli e famose del mondo. Un raffinato biglietto da visita dalle opportunità commerciali a dir poco infinite.

Con la Fiorentina sta facendo cose egregie: ha Jovic, Cabral, Castrovilli e Biraghi. La stella è il funambolo argentino, Nico Gonzales. Fortissimo ma non fortunatissimo, il Mondiale lo avrebbe meritato e ora si fregerebbe del titolo di Campione del Mondo. Ha segnato in Coppa Italia ma se l’è vista sfilare dal suo connazionale e rivale compagno di Nazionale, il fenomenale Lautaro Martinez. Con due finali, la Fiorentina guidata da Comisso punta a stabilirsi nuovamente dopo l’era Cecchi Gori, tra le formazioni da vertice. L’Inter è una nobildonna che seppure ha perso in campionato 12 volte, le finali sa come giocarle e come vincerle, soprattutto lo sa Inzaghi che sulla Coppa Italia ha posto un veto. Per gli avversari. La C. L. è un’altra faccenda. La danno per spacciata, e questo è un bene. Il City non ha una squadra, ha una selezione di fuoriclasse e in panca siede un visionario. Un filosofo che a Roma e Brescia è stato molto amato. Ma l’Inter ha quattro assi nella manica: Dzeko che del Manchester City è stato prim’attore, Lukaku, che se è in forma fa malissimo e due geni dai piedi benedetti. Uno è un armeno che ha vinto campionati e trofei, l’ultimo lo scorso anno con la Roma. È un tipo fuori dal comune, parla cinque lingue ed è un concentrato di tecnica, fantasia e fosforo.

L’altro è campione del mondo con l’Argentina e se gli lasciano un metro, è fatale. L’opportunità di mettere insieme  il mondiale con il titolo europeo è irripetibile.  Mkhitaryan e Martinez, esattamente come i due bomber hanno esperienza da vendere. Se a loro aggiungiamo Barella, Brosovic, Bastoni e Di Marco, l’Inter può giocarsela. La Roma sente odore di Coppa. Metà lupi, metà legionari, i giallorossi si presentano con molte incognite e un paio di certezze. Le prime riguardano l’infermeria, le seconde, la fame di squadra e tecnico e l’abilità di quest’ultimo. In questi giorni viaggia sulle frequenze del tam tam la leggenda del Siviglia, la squadra delle sei coppe.

La sintesi giornalistica bada al sodo, ma a dire il vero, quanti degli attuali giocatori erano nelle squadre che se la sono accaparrata? D’accordo, la tradizione, il palmares, la reputazione, sono fattori rilevantissimi ma poi conta chi va in campo e chi dirige dalla panca. Il Siviglia esibisce alcune grandi individualità, come LeandroGomez, fuoriclasse di periferia tra Catania e Atalanta e Marcos Acuña, difensore campione dell’Argentina e La Mela, stellina mai del tutto esplosa ma comunque, letale, Ivan Rakitić, che è stato col Barcellona e con la Croazia un protagonista assoluto del calcio mondiale, ma è in fase calante. Quanto a Suso, è un buon giocatore e la Juve lo sa ma non è un fenomeno. La Roma ha giocatori a pezzi ma dalla statura planetaria. Si tratta di una partita. Una sola, se Smalling  ci sarà, si assisterà a una gara in cui gli attaccanti spagnoli gireranno a largo. Dybala e  Wijnaldum hanno reso meno delle aspettative ma basta una partita, quella decisiva e il destino è riscritto. I problemi fisici ne hanno condizionato il rendimento, sopratutto di Waynaldium che non si è praticamente mai visto. Loro due assieme a Belotti e Matic avrebbero dovuto garantire quella dote di classe, esperienza, gol, carisma, necessari per salire ancora più su dopo la vittoria del Conference League. A conti fatti, solo Matic si è dimostrato per intero all’altezza del suo nome. Eccetto il gol in Coppa Italia, Belotti ha segnato sempre e solo in Europa League, perciò, il suo peso, nell’orientare la rotta fino a Budapest, lo ha. Per determinare se sarà poco o tanto mancano però i 90 minuti decisivi.

Dybala è in dubbio. Tra la presenza e l’assenza c’è la differenza che passa tra vittoria e sconfitta. L’olandese si gioca tutto. Gloria e riconferma. Ma questa è la partita per lui. Immersa in dubbi amletici, la Roma si aggrappa ai suoi veterani, i giocatori meno osannati dalla tifoseria e parallelamente, più vincenti in Europa dell’intera storia giallorossa. Cristante, Spinazzola (in fortissimo dubbio), Mancini, El Sharaawy e il Capitano, Lorenzo Pellegrini. Aggiungiamo Abraham e abbiamo una sporca mezza dozzina di giocatori dal cuore enorme. Ma non solo cuore. Hanno classe e forza d’animo. Sono lupi e legionari. Non entrano mai nelle squadre ideali del tifoso romanista ma per loro non ha importanza. Conta solo la finale e quella è territorio di caccia dell’unico portoghese che non bleffa. Mourinho sta giocando la finale nella sua testa da giorni. È una partita a scacchi. Le frasi fatte e i luoghi comuni ci raccontano la favola del grande motivatore, glaciale e magnetico, rigoroso e pratico. Per carità, ogni leggenda ha un fondo di verità ma quella che non si racconta è che Mourinho è uno stratega brillante. La tattica è il suo pane. Prepara le partite come nessuno e inventa soluzioni che nessuno vede. Finché non è troppo tardi.

Il Rinascimento calcistico italiano passa per tre partite. Vincere e vivere o perdere e morire. Alla fine è sempre e solo tutto qui.

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