La casa del sabba di Marco Cerilli. L'horror perfetto per un Natale, diciamo così, "alternativo"

Aggiornamento: 7 gen

Non ci può essere solo Encanto a Natale. E qualcuno si è adoperato, vivaddio, per inserire una nota decisamente più pepata e fuori dagli schemi nella programmazione delle feste...

La meteora natalizia cui stiamo alludendo è La casa del sabba di Marco Cerilli. Il film è stato proiettato sul grande schermo (e purtroppo chi non era in possesso del malefico "super green pass", equivalente moderno del Necronomicon, ha dovuto per forza di cose marcare visita) la sera del 23 dicembre 2021 a Roma, presso il Nuovo Cinema Aquila, per diventare poi disponibile sulla piattaforma VodBox.it (www.vodbox.it) a partire dalla mezzanotte del 25 dicembre. Che dire? A livello cinematografico tali festività non evocano soltanto regali, presepi e slitte trainate da renne, il cinema di genere si è anzi sbizzarrito in più di un'occasione a compensare gli eccessi di zuccherosa bontà con qualche maligna variazione sul tema. Lo stesso babbo Natale è stato più volte preso di mira. E l'esito più godibile di queste peculiari rivisitazioni, invitiamo eventualmente il lettore più a suo agio in tali ricerche a recuperarlo, resta a nostro avviso il finnico Rare Exports: A Christmas Tale, realizzato nel 2010 da Jalmari Helander in modo da trasformare la genesi di Santa Claus in un'avventura davvero... mostruosa.

Nel caso che andiamo ora ad affrontare, però, di impertinente nei confronti del periodo natalizio vi è più che altro il lancio del film, ossia il periodo scelto per presentarlo al pubblico, giacché gli orizzonti narrativi di questo sulfureo racconto cinematografico sono decisamente altri. Del resto, si intitola La casa del sabba: quasi scontato che durante la visione si avverta costantemente odore di zolfo. «E lo sapeva bene Paganini che il diavolo è mancino e subdolo e suona il violino», cantava dall'alto della sua saggezza Battiato. Meno accorto il protagonista, Robert Santana, noto autore di romanzi dell’orrore, il quale per ritrovare l'ispirazione perduta compie il primo fatale errore, affittando in Puglia una villetta dall'architettura inquietante e dalla fama sinistra! Lì dovrebbe raggiungerlo a breve la bella moglie, che per inciso è anche la sua solerte editrice, pronta a bacchettarlo per qualsiasi ritardo nella consegna del nuovo manoscritto... e ancor di più, qualora il romanziere cada nuovamente in tentazione con l'alcol. Ben altre tentazioni si affacceranno però nella sua vita. A stagione turistica ormai terminata, come unico vicino di casa Robert si è difatti ritrovato il misterioso Vassago, sedicente esperto di esoterismo accompagnato da tre mogli dai modi sensuali, lascivi, che già dal primo invito a cena faranno capire di essere parecchio disinibite anche con gli ospiti. Per quanto abbia poi appreso di una setta trucidata nella stessa villa da lui affittata e i vicini di casa continuino a indirizzargli segnali sinistri, paurosamente morbosi e allarmanti, lo scrittore faticherà non poco a capire di essere finito in una trama persino più perversa di quella dei suoi racconti...

Horror autarchico girato senza poter contare su grandi mezzi, ma con buone idee a sostenere l'impianto narrativo e iconografico, La casa del sabba non nasconde affatto certe fonti di ispirazione ma le inserisce in una cornice insolita, esibendo sempre un passo agile; tanto incline al macabro quanto divertito, istrionico, appare il leitmotiv di una narrazione cinematografica che irride pure, a ogni occasione, le idiosincrasie e il falso senso di sicurezza del protagonista. Un po' Angel Heart - Ascensore per l'inferno, un po' Shining trasferito in riva al mare, un po' The VVitch allorché sono pentacoli e caproni neri a farla da padrone, il lungometraggio diretto da Marco Cerilli con la supervisione artistica e la fotografia di Luigi Pastore cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine, grazie anche alla cura delle ambientazioni e alla presenza di personaggi vividi, interessanti. Bravo innanzitutto Marco Aceti: lo vediamo destreggiarsi bene, nei panni di un antieroe dall'incedere tragicomico quale si configura Robert Santana, tra terrificanti epifanie e momenti di alleggerimento comico sfiziosi, poichè inattesi. Vi è poi un eros da pellicola di Jesús Franco, a completare la ricetta, con le magnetiche Chiara Pavoni (Laura), Nicole Stella (Helena) e Fiorella Franco (Vivian) che esercitano nei confronti del protagonista una seduzione implacabile, coreografate ad arte dal demoniaco Vassago, un maestro di cerimonie cui lo stesso Marco Cerilli assicura il ghigno giusto e sufficiente ambiguità.

Va bene la storia, ma il sangue? La putrefazione? I diabolici rituali? Nessun problema: anche la Scuola Fantastic Forge di Sergio Stivaletti era della partita, per cui gli archetipi più marci e sanguinolenti del filone sono stati ampiamente rispettati. Due chicche però meritano di essere segnalate a parte. Una è l'inconsueta ambientazione marittima, vacanziera, soleggiata, che pochi finora in Italia hanno mostrato di prediligere. Il primo che ci sovviene, tra quelli più o meno recenti, è un altro horror indipendente meritevole ma forse poco conosciuto, Il Metodo Orfeo (2007) di Filippo Sozzi, girato addirittura all'Isola d'Elba. Mentre l'altro spunto estremamente positivo cui alludevamo è rappresentato proprio dalle musiche, firmate da Clive Riche e Javè (nome d'arte di Simone Pastore): una colonna sonora spiazzante, variegata, sorniona al punto di integrare ammiccanti divagazioni country-blues. Come l'enigmatica ballad iniziale su sfondo marino. Ed è qui che ci è tornato in mente, per concludere, quanto ci disse Federico Zampaglione a proposito del suo Shadow, in una vecchia intervista: "...certe volte la musica deve anche spiazzare, andare nella direzione opposta alle immagini, perché se vai sempre troppo a favore di immagine rischi poi che l’effetto sia un po’ più stereotipato, simile a quanto già ci si aspetti. In Shadow, per l’appunto, ho cercato di creare alcuni momenti un po’stranianti, per cui tu vedi una cosa e ne ascolti un’altra, come se ci fosse di fondo una sorta di disagio, di non immediata comprensione rispetto a quanto sta succedendo; di conseguenza, ci abbiamo riflettuto molto se mettere o non mettere quella musica, “La strada nel bosco”, perché ci rendevamo conto che era un po’ una follia, però alla lunga serviva a tirare bene fuori, ad aumentare il livello di angoscia del film. Abbiamo fatto anche delle prove con musiche più a tema, ma devo dire che la più indicata è rimasta quella".


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