Matteo Berrettini e la "perfida Albione": storico trionfo al Queen's!

Aggiornato il: lug 4

Matteo Berrettini ce l'ha fatta. Impresa memorabile. Domenica 20 giugno, in un euforico clima pre-solstiziale, ha battuto in finale il britannico Norrie, aggiudicandosi il Queen's Club Championships a Londra. Impresa memorabile. E soprattutto mai riuscita prima a un tennista italiano!


Anche perché il nostro tennis, contrariamente a quello di scuola anglosassone, coi campi in erba non può certo vantare un gran feeling...


Questa epopea verde, di buon auspicio anche per l'ormai prossimo Wimbledon, merita quindi di essere raccontata tappa per tappa, sebbene il sottoscritto abbia potuto seguire solo a sprazzi i singoli incontri. Ed è anche divertente riassumere il percorso di Matteo, considerando che un Fato degno di Giulio Cesare lo ha spinto a sconfiggere una miriade di rappresentanti della "perfida A\lbione" (o delle loro vecchie colonie: vedi l'australiano De Minaur in semifinale) fino all'entusiasmante epilogo di ieri pomeriggio, che ha iscritto d'autorità il suo nome in un albo d'oro che contempla autentiche leggende del tennis: Rod Laver, John Newcombe, Ilie Năstase, Jimmy Connors, John Mcenroe, Ivan Lendl, Boris Becker, Stefan Edberg, Michael Stich, Pete Sampras, Rafa Nadal ed Andy Murray, battuto tra l'altro da Berrettini nel corso del torneo, solo per citarne alcuni.


In realtà l'avventura londinese era cominciata ai sedicesimi con un derby: onore pertanto a Stefano Travaglia, che ha saputo impegnare duramente il connazionale, uscendone sconfitto dopo due tiratissimi tie-break. Paradossalmente più agevole il cammino col già menzionato Murray, sconfitto con un periodico 6-3 6-3. Piccola nota a margine: fa comunque piacere rivedere ad alti livelli lo scozzese , campione olimpico per due edizioni consecutive, trionfatore nel 2012 agli US Open e in due diverse occasioni (2013, 2016) a Wimbledon, area che per gli "erbivori" è sacra quasi quanto lo è, per altri versi, Stonehenge; ma soprattutto atleta volitivo, coriaceo, mai domo, quell'Andy che abbiamo visto risorgere più volte da vicende drammatiche sul piano sportivo e anche sotto il profilo umano, se si considera ad esempio il tragico evento (cfr. Dunblane) che coinvolse lui e il fratello da ragazzini e che, essendo poco conosciuto in Italia, ci ripromettiamo di raccontarvi dettagliatamente alla prossima occasione.


Più duro comunque, l'incontro affrontato da Berrettini agli ottavi e che lo ha visto prevalere su Daniel Evans con un sofferto (almeno al primo) 7-6 6-3. Vittoria tutt'altro che scontata, se si pensa che della pattuglia britannica l'inglese è forse il più ostico da affrontare, al momento, contemplando il suo gioco quei colpi tagliati, drop shot, servizi angolati e discese a rete vincenti che, specialmente sull'erba, costituiscono un bell'armamentario di colpi, vario e anche elegante. Come si era visto del resto pure sulla terra, nel corso di alcuni match col nostro Musetti assai piacevoli da seguire. Dal canto suo Berrettini, che pure possiede una sventagliata di diritto e colpi lungolinea in grado di impaurire chiunque, ha dimostrato qui di meritare la nona posizione del ranking mondiale ricoperta attualmente (e forse qualcosa di più: l'ottavo posto dell'intramontabile Federer è ormai nel mirino) anche in virtù di progressi tattici costanti, solidità nervosa e capacità (non da tutti) di adattare il proprio gioco a superfici diverse. Particolamente meritorio l'atteggiamento mostrato sull'erba londinese. Qui come negli incontri successivi abbiamo visto un tennista come lui, che pure sa spingere così bene, "choppare" all'occorrenza il dritto per riprende fiato, cambiare il ritmo con accelerazioni improvvise, tentare la sortita a rete (zona del campo dove, pur non avendo la dimestichezza degli avversari britannici, ha portato a casa qualche punto importante).


Con questa ricetta si è sbarazzato in semifinale, come accennavamo all'inizio, dell'insidioso australiano Alex De Minaur, battuto con un doppio 6-4; per poi affrontare nell'attesissima finale giocata ieri il terzo rappresentante della "perfida Albione", Cameron Norrie, tennista in forte ascesa (attualmente n° 34 della classifica ATP) e dotato di un fisico compatto, notevole, senza contare peraltro quelle rotazioni mancine, che sull'erba in particolare possono creare seie complicazioni all'avversario. Ebbene, pur perdendo con l'ostico rivale inglese il primo e unico set del torneo, Berrettini ha finito per prevalere anche in questo sudatissimo incontro: 6-4 6-7 6-3 per l'italiano, che tra ace provvidenziali e colpi vincenti da fondo ha dimostrano infine di avere sia testa che cuore. Ma anche stile, ci piace sottolinearlo, considerando da un lato l'atteggiamento sereno, rispettoso, dall'altro quelle scuse immediate e istintive dopo un qualsiasi net preso durante lo scambio, che non tutti i giocatori ormai si "ricordano" di fare. Perché è già bellissimo espugnare il campo centrale del Queen's Club, coi suoi muretti divisori e l'archittettura deliziosamente british, portandosi a casa un trofeo di così antica tradizione. Un piacere doppio deve essere farlo domando avversari così quotati non solo col gioco, ma pure attraverso un atteggiamento in campo tanto educato e mentalmente disciplinato. Forza, Matteo, lo spirito è quello giusto.

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