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Messi non si è opposto = Messi sottoposto. L’altra faccia della morale a buon mercato

È un refrain incessante. Il tema dominate da ieri sera è il Bisht, che l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani ha fatto indossare a Messi nel corso della premiazione. Messi non si è opposto=Messi sottoposto. Questa è in sintesi il teorema. Un teorema facile che mette a posto le coscienze. Un’equazione risolutiva e antiproblematica.

Dunque, il Vecchio Continente è appeso alle monarchie islamiche del petrolio ma lo scandalo è Messi. Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita sono proprietari della grande distribuzione inglese e di mezza Inghilterra. Sono nell’industria del lusso e nelle infrastrutture di mezza Francia, ne determinano gli orientamenti, tant’è che lo stesso numero clamoroso di atleti africani impiegati (o i francesi di una volta non giocano più a pallone o sono delle seghe micidiali), sembra certificarne l’ingerenza. Sono nell’edilizia di mezza Lombardia e di trequarti di Sardegna, la stessa moschea di Roma sembra essere finanziata dai Sauditi. Il calcio, come si è vistosamente compreso a partire dall’assegnazione dei mondiali al Qatar, è legato a filo doppio ai signori col turbante, una onnipresenza disturbante ma nessuno obietta, nessuno indaga, se alzi la voce ti danno del razzista ma il problema è Messi! Infantino che era lì, e avrebbe potuto opporsi ma ha lasciato correre. Eppure l0articolo federale n.27 in materia di vestiario parla chiaro. Infantino…quello del discorso iniziale. Ma come abbiamo compreso, il problema è Messi che non è Maradona perché Diego sì che si sarebbe ribellato. Il problema è invece nel voler cercare la soluzione semplice. Diamo la croce a Messi, seppelliamolo sotto montagne di melma digitale per 24 ore, poi torniamo a svendere quote di libertà agli emirati. Facciamo entrare manovalanza a basso costo che impoverisce le economie, acconsentiamo di eliminare il presepe e il crocefisso per non urtare le sensibilità ma al tempo stesso accettiamo che donne che dovrebbero essere italiane, francesi, spagnole, olandesi, vadano in giro compresse in scafandri perché questa è la LORO cultura. Ma se è la LORO, evidentemente non è la nostra. In sostanza ad alcuni concediamo di essere uguali ma simultaneamente diversi però imponiamo a noi stessi un’omologazione di pensiero. Via il presepe che divide, dentro il burka che divide.

Messi non è Maradona. C’è qualcosa di intrinsecamente comico in questa affermazione. Infatti no, non lo è. Uno si chiama Diego, l’altro Lionel. Messi non lo è perché da sempre è solo un calciatore. Il più grande, geniale, imprevedibile, estroso, intelligente del suo tempo. Tutto qui. Messi non fa proclami, non ingaggia battaglie, non vuole essere diverso da com’è. Messi l’antipersonaggio, il fuoriclasse della porta accanto vuole solo vincere. Il più delle volte da solo. Per la squadra e per l’Argentina. Cristo porta la croce da solo altrimenti non è Cristo.

Messi termina la partita e va a cercare i figli. Diego Jr, il figlio napoletano di Diego, ha cercato il padre per venti anni. Ma già mentre scriviamo questa frase ci rendiamo conto di prestarci al gioco perverso del chi è meglio di chi. Quello che intendiamo affermare è che è proprio il confronto tra Messi e Maradona a essere fuorviante. Doppiamente perché sposta il focus della questione. Giudichiamo Messi, ammesso che vada giudicato, per ciò che fa lui e solo lui. Il neo campione del mondo non ha mai voluto essere nulla di diverso da un fuoriclasse. Ma basta vederlo per comprendere la semplicità di questo ragazzo di trentacinque anni che non stava nella pelle all’idea di arrivare all’oggetto più desiderato. Messi appare senza sovrastrutture,il suo datore di lavoro gli ha fatto indossare la tonaca e lui l’ha messa senza pensare per un micro secondo alle implicazioni. È campione del mondo con pieno titolo e per uno così, tanto basta. Quanto alla messinscena, è una pagliacciata in linea con la teatralità da carrozzone circense di tutto questo assurdo campionato del mondo. Quando si è unito alla squadra per la foto, non c’è nessuno che non sia stato colpito da quella visione. Questo è indubbio. La camiseta dell’Argentina coperta dalla vestaglia ha turbato ma resta il punto, ci turba, peggio, ci fa incazzare questa ingerenza ma non ciò che accade ogni giorno a ogni livello? Guardiamo il dito ma non la luna. Ce la prendiamo col fuoriclasse argentino perché è catartico. E perché in fondo, è facile. Non risponde. Ma se non lo fa è probabilmente per tutt’altra ragione, ha portato gioia a un’intera nazione. Foto o non foto. Emiro o non emiro. Uefa o non Uefa. Quello che andrebbe invece messo a fuoco è che Messi e quel manipolo di eroi dalla faccia sporca degli argentini, hanno vinto per tutti e contro tutti, perché quando si comincia a dire a più voci che è strano che l’Argentina sia l’unica squadra senza giocatori di colore, vuol dire che la manipolazione è alle porte. A breve che succederà, si determinerà che in ogni nazionale devono esserci almeno due, tre o anche quattro giocatori neri? Siamo appena alle avvisaglie del conflitto? Ma con la vittoria degli italo- spagnoli (con una minoranza tedesca) d’America, forse il conflitto è ancora oltre l’orizzonte.

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