Roma Bodo 4 a 0. Mourinho, stratega ineffabile. Pellegrini autentico capitano. Zaniolo, fenomenale

Aggiornamento: 17 apr

Benvenuti a Roma! Le vacanze romane dei norvegesi si concludono con una completa, sonora, inconfutabile disfatta. Non c’è storia. L’immagine iconografica che raffigura con un’eloquenza esemplare è quella del tecnico in castigo che guarda i suoi ghiaccioli bionici ridimensionati a cuccioli. Presi sportivamente a sberle da una squadra che negli ultimi cinque anni ha disputato due semifinali europee.

Il risultato però non deve minimizzare il valore dei due volte campioni di Norvegia in due anni, primato che in Italia può valere il quinto/sesto posto ma non più sotto (del resto, la sconfitta dell’Atalanta con la non inespugnabile Lipsia parla chiaro). E comunque capaci di infilare una teoria di trentotto risultati positivi e di segnare dieci volte alla Roma. Va però detto che la prima gara fu un regalo di Mourinho che li sottovalutò fatalmente, presentando una formazione improponibile.

Ciò doverosamente detto, quando la Roma è in quella trance-tecnico-agonistico-tattica, il risultato è un verdetto già scritto. Un destino ineluttabile, come già sperimentato da Atalanta, Lazio e anche dalla Juve per settanta minuti. Mourinho perde le battaglie ma vince la guerra. Aveva ragione, l’unica partita che conta, è la quarta. E sulla quarta impone tutto il suo sapere calcistico. In questi giorni abbiamo sentito tirare in ballo sarcasticamente i suoi 25 trofei. Chi l’ha fatto è tra i maggiori responsabili del progressivo ridimensionamento della Roma successivo all’era Sensi, un personaggio minore che per anni ha beneficiato di luce riflessa. Un piccolo uomo che non ha mai detto una sola parola sui torti che subiva la squadra di cui si faceva vanto di essere il direttore sportivo, e che gli ha dato gloria, si pensi a quel Roma-Juventus del secondo anno di Garzia, che grida ancora “vendetta “. Magari i ricordi ci tradiscono ma non si ha memoria di particolari e vibranti invettive da parte di questo signore. Né in quel caso, né in altri, eppure alla Roma è stato per parecchi anni...però ha avuto uno sfogo come se chissà di quali vantaggi abbia mai beneficiato la Roma e quali soprusi abbia fatto patire. Visto il livello da bottegaio che lo contraddistingue, non ci stupiremmo se avesse inscenato la piazzata per far parlare del suo calciatore da piazzare. A pensare male si fa peccato ma a volte ci s’indovina. Ebbene, se ne accenniamo è solo per ricordare che oltre ai 25 titoli, anzi, tituli, Mourinho vanta anche un altro record: 11 quarti di finale vinti su undici. Di questi, quattro si sono trasformati in vittorie di altrettante competizioni. Ecco, la differenza tra lui è l’allenatore bizzoso del Bodo Glimt è in questi numeri. Il norvegese è bravo ma tra lui e Mou, ci sono diversi ordini di grandezza. E insomma, lo stratega sceglie la linea della sicurezza. Annunciata con quel “Vinciamo noi. Andiamo noi in semifinale”, restituisce certezze alla squadra. Ma dire che sia “solo” un eccezionale motivatore e un fuoriclasse delle comunicazione è un equivoco malignato che si alimenta per trovargli il limite. Mourinho è prima di tutto, uno stratega superiore. E non solo perché nasconde il suo asso, Zaniolo, per poi calarlo al momento giusto, ma perché disegna una squadra tanto (apparentemente) sbilanciata, quanto perfetta. Quando disse che la squadra doveva elevarsi al suo livello e non scendere lui al loro, non era tracotanza ma consapevolezza.

La squadra ci ha messo un po’ a comprendere cosa voglia, ma ora sembrano parlare lo stesso linguaggio calcistico. Tecnica e muscoli. Un groviglio umano orchestrato alla velocità della luce. Un orologio svizzero che spacca il secondo. Cioè il Bodo. Un’ansamble che esegue uno spartito con precisione maniacale e che esalta i suoi solisti. Lo Special One mette in campo tre difensori e mezzo. Rinuncia ai due incontristi, Veretout e Oliveira, che poi incontristi non sono, per un temerario 3-4-1-2, in buona sostanza un nugolo di rifinitori mascherati da ali e registi che ruotano intorno al centravanti. In parole povere, Smalling, Ibanez e Mancini, di guardia e Karsdorp, più ala che terzino, a destra.

Zalewsky, un trequartista di vent’anni che incanta, gioca sulla sinistra. Al centro in “copertura”, Cristante, più o meno in linea con Mikhitaryan e Pellegrini leggermente avanzato a servire Zaniolo sulla trequarti di destra e Abraham al centro. I tre in difesa sono mastini. Con la piuma o col ferro, non danno né spazio, né respiro agli attaccanti norvegesi. Mancini, finalmente è all’altezza delle aspettative.

Perentorio e rigoroso tallona chiunque. Ibanez si cimenta in una scivolata che infiamma il pubblico. Cristante, che ha il fisico da mediano e il tocco del trequartista che è, controlla avversari e detta tempi di gioco. Davanti a lui va in scena il meglio del repertorio di casa. I quattro tenori della Roma si esaltano. Volano, sospinti dalle ali, ed eludono centrocampo e difesa con rapidi scambi e dribbling ubriacanti. Penetrano in area affondando come lame nel burro. Mikytarian, al pari di Smalling, mette in campo tutta la sua sapienza ed esperienza di sfide internazionali. Gli manca solo il gol per coronare una partita giocata in punta di fioretto. Pellegrini distilla perle di classe. L’eleganza minimalista del capitano delle Roma è qualcosa che va osservato con altri occhi.

Lorenzo Pellegrini è un esteta. Probabilmente non suda. Il suo contegno quasi aristocratico non lo consente. È questione di etichetta. È incapace di fare cose non graziose. Rende belle quelle semplici e semplici quelle belle. Nel passaggio di prima, nel dribbling, nel colpo di tacco, nella punizione, tutti aspetti del suo vastissimo repertorio, la cifra è sempre dettata da una scintillante ma discreta perfezione formale. Valga per tutto, il passaggio in verticale a Zaniolo. Pellegrini è un Raffaello prestato al calcio. Ma attenzione, da capitano vero, quando deve prendersi la squadra sulle spalle o assumersi delle responsabilità, è sempre gagliardamente presente. Davanti a lui si muove il nove.Tammy Abraham, di professione: bomber. Ha un rapporto quasi carnale col gol. Pulito, sporco. Di rapina, di rigore, in dribbling, di testa, acrobatico, persino coi genitali. Questa volta impiega quattro minuti e trenta secondi a ribattere sulla respinta del portiere. Roma 1, Bodo 0. E sono ventiquattro! Agganciato Volk.

Il Bodo, già annichilito dall’avvio straripante dei giallorossi, prende un diretto al volto che lo stordisce. Ma la serata perfetta, o da incubo, dipende dalle angolazioni, è appena cominciata perché l’Asso, quello che in pochi minuti aveva già bruciato le mani al portiere con un paio di bombe incendiarie, la seconda ha propiziato il gol di Abraham, si scatena. La vicenda personale e calcistica è già degna di un romanzo. Ha ragione Mourinho, tutto quello che riguarda Zaniolo fa notizia. Se il gioiello ventiduenne della Roma saprà convivere con la sua eccezionalità e la Roma non cede alla debolezza di sbarazzarsene, è probabile che la squadra della Capitale abbia in casa l’erede di Francesco Totti. Ciò che il funambolico ventidue giallorosso ha messo in campo ieri sera è qualcosa di ultraterreno. Se i segnali non sono un caso, che fosse in serata di grazia è intuibile: percorre il tunnel col volto che è tutto un programma. Cupa concentrazione. “Stasera si fa la storia della Roma e la scriverò io .” sembra dire a tutti. Zaniolo ha trasformato la frustrazione in propellente. Nel suo arsenale ha un ventaglio illimitato di colpi. E se li spara tutti per dilaniare, devastare, annientare gli avversari. Se Pellegrini è Raffaello, Zaniolo è Caravaggio. Elegante e straripante. Eccessivo, quasi barocco, superbamente raffinato, muscolarmente irruento. Quando ti punta non sai se fermarti per ammirarne l’eleganza, scansarti per non essere investito, farti sostituire per non essere umiliato ancora una volta. Zaniolo è spietatamente irridente.

Passa tra due avversari e pennella per la testa di Abraham. Ma dato che gli assist fanno curriculum per tutti tranne che per lui, e gli hanno rimproverato di aver fatto solo “due gol” (come se fosse seconda punta da tutta la vita e non fosse reduce da un doppio infortunio stronca-carriere ai crociati), mette in fila tre segnature di una bellezza e difficoltà rara. E l’olimpico, ammaliato si diverte. Quanto lo hanno atteso quei sessantaquattromila. Anelavano una serata così, col loro gioiello sugli scudi. Col terzo gol, quello del controllo di testa in corsa e bomba al sette con pallone che s’incastra nella rete, manco fosse Shingo Tamai, conquista anche gli ospiti, i supporter norvegesi, che lo applaudono. Il pubblico romanista lo acclama, gli tributa il consenso che si ha per i più amati, lo esalta e lui sembra finalmente felice. Deve esserlo. I due infortuni che ha patito gli hanno tolto moltissimo e molto di più avrebbero potuto. Ma ieri sera, tra la carezza al pallone per il primo gol dettato dall’assist al bacio di Pellegrini, il pallonetto o cucchiaio dopo il fraseggio col ragazzino polacco coi piedi e testa da campione, e il capolavoro di potenza su lancio di quel Cristante che ha ancora il tocco e la classe da rifinitore, Zaniolo si è ripreso ciò che per destino deve essere suo. Oltre a quella dell’evanescenza sotto porta, un'altra delle idiozie che si sono stratificate è che sia fragile mentalmente, ebbene, qualsiasi ragazzo che riesca anche solo a riprovare ad essere sportivamente sé stesso dopo quel calvario, ha mente e carattere da vendere.

Restano in quattro; Leicester, Marsiglia, Feyenoord e Roma. L’alta borghesia europea si contende questo trofeo. Avanti la prossima.

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