Un paradosso chiamato Roma


Quando si tratta della Roma sembra di avere invariabilmente a che fare con un romanzo di Kafka.


La Roma è prigioniera di un controsenso atavico, quel paradosso per cui nel suo micro universo gira tutto bene e simultaneamente tutto male neppure fosse cristallizzata in una meccanica quantistica. Anzi, malissimo. La Roma è terza. Chi sostiene di averlo predetto ad inizio stagione merita di vincere il Premio Otelma che verrà istituito per l’occasione. La Roma dal mercato indecifrabile e dalla compresenza dei nuovi proprietari e detestatissima vecchia dirigenza, non destava alcuna fiducia. Il che però, ha un suo rovescio fortunato, zero fiducia equivale a nessuna aspettativa, quindi, lavoro sotto traccia e senza pressioni.

A dire il vero, qualche pressione, specie sull’allenatore s’è avvertita praticamente da sempre. E del resto a lui si deve la dipartita di Florenzi, il quale veleggia beffardo verso lo scudetto francese perché in fondo Parigi val bene una messa. E pure un titolo nazionale. Insomma, i paradossi. La Roma è terza. Ma non trova pace. La Roma non aveva tante bocche da fuoco dai tempi del trio Totti, Vucinic, Julio Baptista, stagione 2007/8 e il quintetto Dzeko, Salah, Nainggolan, El Shaarawy e Perotti, nel 2016/7, eppure macina scontenti su tutti i fronti. Due del secondo elenco sono in rosa. Uno è appena tornato, l’altro è forzatamente ancora qui.

Il primo è Stephan El Shaarawy, romanista in side. Riaccolto come si riaccolgono i figli prediletti. Il faraone dal volto gentile, modi garbati e piedi vellutati è una bella pagina di sport e sentimenti. Ha fatto carte false per tornare e alla fine eccolo qui.


L’altro è, neppure a dirlo, Edin Dzeko. Croce e delizia. Giocatore taciturno che spacca in due tifosi e spogliatoi. E tra i più grandi bomber di sempre ma la sua firma manca regolarmente l’appuntamento col destino. Si dice che quest’anno non funzioni, ed è una cretinata. Sette gol e un buon numero di assist parlano per lui. Ma poi c’è sempre un’ombra che lo segue. Che l’abbia fatta grossa oppure no, lascia il tempo che trova.


Real politik, la frattura con Fonseca è seria ma non sanarla non giova a nessuno. Intanto un girone è andato, dei magnifici tre che in attacco hanno fatto meraviglie, il solo Mkhitaryan è ancora in auge. Fuoriclasse stupendo che illumina e incanta un pubblico di spettri e invece meriterebbe l’Olimpico dei bei tempi. Quello dell’ingresso alle 10 per trovare posto. Dzeko, come è noto è ai margini e Pedro è desaparecido. Buon per la Roma che abbiano ingranato Pellegrini, di nuovo a livelli da campione quale deve corrispondere per investitura tottiana (in realtà è bastato rimetterlo nel ruolo in cui rende meglio), e Borja Mayoral che sembra essere esploso proprio al momento giusto.


Rimane tuttora irrisolto il motivo per cui Cristante proprio non possa fare il trequartista neppure quando ne mancano almeno un paio: Pellegrini e appunto, Pedro. E intanto, nel valzer kafkiano del chi entra e chi esce, fa il suo debutto Reynolds e s’infortuna Smalling.

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