Come ci siamo annoiati della preoccupazione, e abbiamo dimenticato i libri sulla Bomba

Aggiornamento: 8 mar


No, non faremo l’elenco – o peggio, classifica – de “i dieci romanzi di fantascienza apocalittica sul dopo bomba”. Non che ci sia nulla di male, ma per quello, tutto sommato, c’è Google. E poi, anche il più occasionale dei lettori di catastrofi radioattive si è imbattuto almeno una volta in Cronache del dopo bomba di Dick (e perché no, anche in La penultima verità), ha incrociato in libreria Metro 2033 di Glukhovsky oppure ha recuperato Whyndam e il suo I trasfigurati. Per cui, di liste della spesa, non c’è bisogno. Piuttosto, mentre nuove minacce atomiche trovano spazio in una cronaca che pare la riproposizione del caso di scuola più celebre della tensione nucleare – la crisi dei missili di Cuba del 1962 – chiediamoci se queste storie abbiano mantenuto o meno il loro smalto, ovvero cosa ci dicono della nostra paura riguardo non tanto il conflitto atomico, ma la sua conseguenza peggiore: un eventuale “dopo”.


Perché, diciamocela tutta: finire vaporizzati da un ordigno di un paio di megatoni è meno di un attimo, ed Epicuro ci insegna che se siamo morti, le nostre paure finiscono lì. E il fungo atomico nel centro città ci garantisce almeno questo: una conclusione istantanea ai nostri problemi. Ecco perché ogni buon romanzo sulla paura atomica che si rispetti allunga l’occhio subito dopo i bagliori accecanti dell’ora X. Una volta che il fungo mortifero si è disperso, e il fall out è cosa fatta, è dei sopravvissuti che ci interessa. E qui le ipotesi – contaminatesi (sic!) in richiami multimediali incrociati fra narrativa, cinema e in seguito anche videogiochi, iniziano a dividersi. L’età della pietra che ritorna, la scalata della civiltà da ricominciare, l’abisso di una nuova barbarie. Oppure no: una distruzione parziale, allucinante ma non definitiva, e la guerra – quella “ordinaria” – che continua, costringendo i sopravvissuti a trasformarsi in guerrieri. Ancora: una nuova vita, ma inscatolati in rifugi grandi e piccoli, posti in località miracolosamente intatte: ai poli, o sottoterra, sulla Luna, nelle fosse oceaniche, mentre la terra è un buio deserto radioattivo. E non mancano le ipotesi di cambiamenti anche più radicali: il veleno atomico che non uccide, ma induce a cambiare, mutare… Uomini che diventano mostri: mutanti deformi, stolidi giganti o peggio.


Tutte queste vie, la narrativa del dopo bomba le ha percorse, sezionando il sentimento dell’angoscia che pervade il lettore, che vive ancora in un “prima” che sente cedevole, paurosamente vicino a diventare prologo di pagine in cui si avverte il sinistro profumo della profezia. Questo almeno, un tempo. Perché se c’è una sensazione originale, per chi sfoglia simili titoli nel 2022, è quella apparentemente incongrua di una languida sazietà. Una mancanza di vero appetito che, se non ha reso declinanti le apocalissi nucleari in libreria – almeno in termini numerici – a poco a poco le ha rese indolori in quelli qualitativi. Veniamo da troppi flirt con la catastrofe per gustarci davvero certe storie: un po’ perché la supposta “fine della Storia” preconizzata tre decadi fa ci ha portato già almeno un paio di “guerre nel cuore dell’Europa”, oltre a grattacieli che crollano in diretta tv, attentati ovunque e via discorrendo, con l’aggiunta di una stagione pandemica che ha riportato in auge atmosfere da “Morte Nera” trecentesca. Ma soprattutto, perché ci manca l’affetto per il mondo che i sopravvissuti al gran botto rimpiangono. Ci fa paura perdere l’acqua calda, il divano e, cribbio, chissà che paura la notte, in un mondo senza elettricità, con i predoni mutanti che vanno in cerca di vittime fresche. Ed è ovvio. E tuttavia quel che ci differenzia dai “vecchi” sopravvissuti che ancora si incontrano nei romanzi, è che non temiamo lo spaesamento della fine del mondo. La nostra civiltà ci disgusta, non facciamo che invocare il succedaneo casuale della bomba H, il proverbiale asteroide che ci faccia incontrare “la sorte dei dinosauri”, dicendoci l’un l’altro che “ce lo meritiamo”. Consideriamo l’umanità il virus di cui parla l’agente Smith in Matrix, e quindi l’idea delle città vaporizzate ci appare quasi il giusto contrappasso. Che un patrimonio millenario di valori, idee, modi di vivere e pensare, essere, scompaia sotto la cenere radioattiva che cade dal cielo, non è affar nostro. Nei romanzi incontriamo la sopravvivenza pura e semplice come problema da risolvere. Che è ovvio, quando si è ridotti all’osso, quello conta. Ma mai un vero approfondimento su quanto abbiamo perso. Un hic et nunc poverissimo, letterariamente sterile. E senza quella paurosa meraviglia che comporta immaginare un mondo ridotto a una landa innominata, senza uomini che lo percorrano, tornato – magia nera dell’atomo – a una preistoria futura.


Probabilmente, attingendo a un sano spirito lovecraftiano – tanto citato e mai adoperato – le venture storie di mondi postatomici susciteranno nuovi orrori sinceri quando racconteranno, disincantate, l’incubo di un mondo che va avanti tutto sommato bene anche senza di noi. Che la fine autoinflitta con la bomba riguarda gli uomini e loro soltanto, che hanno sprecato la loro occasione e ora devono lasciare il passo a qualcuno più saggio – o semplicemente meno stupido – di loro. Non distrutti, ma superati. Ecco una storia che speriamo di leggere, per avere ancora, finalmente, una istruttiva paura del mostro nucleare.


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