Draghi: fenomenologia del Migliore e crisi del pensiero individuale

Aggiornamento: 22 lug

La fenomenologia che gravita attorno alla figura di Draghi ha in sé  un valore paradigmatico. Il personaggio, grazie al suo oggettivo carisma ha saputo posizionarsi in modo particolarmente efficace nella mente degli italiani. Incarnazione dell’uomo decisionista, abile e risolutivo, Mario Draghi è oggi insindacabile. Su di lui il giudizio è sospeso. O meglio, non c’è proprio.



Draghi non si discute, si venera. Un Draghi ispirato concepisce l’ineffabile  teorema della Pace al Ventilatore ed è subito Accademia dell’Arcadia. Quando inciampa su una buccia di banana, sono gli altri a cadere, lui è praticamente infallibile. Il fenomeno Draghi, concentra  per dimensioni, portata, diffusione, tutte le caratteristiche del postulato, inquadrando al suo interno quella che è a tutti gli effetti un’assoluta estraneità al senso critico, una caratteristica a cui sembra che ci si stia progressivamente votando, confondendo (o deliberatamente confondendo), l’analisi con la sentenza e il giudizio con l’etichetta. Intendiamoci, stimarlo è assolutamente legittimo, ogni posizione lo è se difendibile, cioè ben argomentata. In ultima analisi, si può provare vicinanza  persino su base istintiva eppure qualcosa non torna. Se le generazioni passate avevano l’ignoranza diffusa e la carenza di mezzi d’informazione come scusante, quella attuale è forse la prima a disporre di una facoltà pressoché illimitata di fonti. Quella attuale è anche la generazione che ha studiato di più, dati alla mano, si è passati in modo generalizzato dalla licenza elementare alla maturità, stando così le cose, la stessa capacità di organizzare un pensiero dovrebbe essersi evoluta di pari passo. Eppure non è così, o almeno ci si sforza di dare questa impressione. Quello di Draghi non è un caso isolato (ricordate le folcloristiche Bimbe di Conte?) ma è senza dubbio il più vistoso.



Il tema dominante di questi giorni su qualsiasi piazza digitale è, giocoforza, il premier dimissionario. E non fa una piega. Se le dimissioni avranno effetto si apriranno scenari che avranno conseguenze  a breve, medio e lungo termine. Ma quali sono? E qui, ci si blocca. Invariabilmente. Da qui in poi è un flusso ininterrotto di enunciati ”Draghi è l’unico.”. Magari è anche vero, ma perché? “Non avrà fatto tutto bene ma ha raggiunto dei risultati.” D’accordo, quali? Questi sono esempi di quelli maggiormente strutturati. Ma se lo sono, danno la misura del livello di rinuncia alla capacità del tutto umana di argomentare. Il tenore più diffuso è ”Draghi è figo!”, “Io sto con Draghi!”. E siamo allo slogan da majorette. Insomma, Draghi è paradigmatico perché sta facendo emergere in tutta la sua gravità, la deriva dialettica su cui ci stiamo adagiando, corroborata dai social network. Vale a dire, il taglio da fanclub, un registro che reprime la tensione al ragionamento per lasciare il campo allo slogan, alla sentenza, all’assolutismo spogliato di qualsiasi accenno di argomentazione. Quel’“È così e basta!” che è l’anticamera all’insulto da stadio. Non mancano nel campionario le varie declinazioni dell’ormai classico “Schiavi di Putin!” e qui siamo alla fantapolitica da soap opera, alla volgarità demagogica di uno spot Amazon.



La rinuncia alla formulazione del pensiero è rassicurante, implica sforzi cerebrali minori, salvaguarda dal rischio sempre incombente di un  contraddittorio, ci omogenizza in una visione globalizzata e  uniforme che nella sua azione anestetizzante, conforta.

Fa eccezione quel “Sono matti! E poi il PNNR?”. Il PNNR è a rischio solo se si va in normale amministrazione, se si va al voto anticipato, no.

 

“Un uomo che non ha pensieri individuali è un uomo che non pensa.” (Oscar Wilde)

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