Esaminando "Il potere del cane" in attesa degli Oscar

Aggiornamento: 22 feb

Domenica 27 marzo a Los Angeles si terrà la cerimonia degli Oscar, tra super candidati "Il Potere del cane" di Jane Champion, con ben 12 nominations. Ora su Netflix.


Nel Montana, due fratelli portano avanti il ranch di famiglia. Usano epiteti come “La Vecchia Signora” e “Il vecchio Signore” e portano avanti esistenze cristallizzate, tra le mandrie da allevare e ricordi che sbiadiscono. Esistenze che si lasciano andare, che languiscono racchiuse in una stasi enfatizzata quanto assecondata da un contrappunto musicale composto da Jonny Greenwood, che inquieta e incanta simultaneamente. Finché un giorno in una locanda non avvengono incontri che saranno fatali.


Il Potere del cane, tratto dal romanzo di Thomas Savage, è spiazzante. Per gran parte della visione ci si domanda cosa stiamo guardando. Non è un film drammatico, non è un action, non è un dramma sentimentale, non è un western. Personaggi che girano a vuoto in un’opera che non decolla mai. In realtà si è già in alta quota, solo che la Champion confonde l’orizzonte. Nega una nitida messa a fuoco. Elude, rinvia. Tutto è monolitico nel suo impianto a cominciare dalla natura che pure c’è ma è limitata a fare da fondale a una vicenda che con ritmo sincopato s’incanala verso il dramma. Un dramma anticipato da poche profetiche parole fuori campo a inizio film.


Le interpretazioni per sottrazione del resto del cast, nel quale c’è gloria per tutti a cominciare da una matura Kristen Dunst, lasciano campo all’estro di Benedict Cumberbatch. Un attore superbo che trasforma in oro ogni parte e che Barbara Broccoli avrebbe potuto tenere maggiormente in considerazione per il nuovo Bond. Il suo Phil è un campione di virilità. Ostentata, compiaciuta. Determinata. Non solo, scopriremo che è colto. Ma Phil non sembra curarsene. Nel Montana è forse un tratto di debolezza, e lui, che castra i vitelli a mani nude, di debolezze non può e non deve averne.

La sporcizia vistosa e ostentata è lo specchio di un peccato originale poi trasformato quasi per una sindrome di Stoccolma, in adorazione. In un osanna, il predatore diventa idolo, e sulla sua mistificazione è eretto l’architrave di un groviglio di stati d’animo e sentimenti inconfessabili, similmente al groviglio di rami che nasconde un tesoro proibito costituito da figure di uomini nudi cristallizzati nella forma fisica. Phil si cosparge di putridume e poi va al laghetto. Monda il corpo e forse l’anima. Ha due ossessioni, di natura differente. L’estranea che ha invaso la casa sposandone il fratello e il figlio che lei ha condotto con sé. Così, inadeguato. Indifeso. Il bersaglio perfetto. Dà il via alla sua trappola ma non comprende, non può vederla, la tela che si tesse intorno a lui. Phil è dunque quattro volte vittima Di un abuso, della sua natura, dei suoi intenti e di un predatore con sembianze di preda. Un serpente che risponde alla legge naturale della sopravvivenza. Prima ne percepisce la debolezza, poi la usa per colpire, senza pietà né rimorso. Proteggere la mamma è la sua missione. Ed è ciò che fa.

Il Potere del cane è forse un po’ fuori tempo massimo, dopo Brokenback Mountain, la messa al bando dell’ipertrofismo virile del cow boy è compiuta. un tabù ormai superato, non è più tempo per eroi romantici che al tramonto si stagliano contro il sole su destrieri rampanti. Non è più tempo per i Tyrone Power, i John Wayne e i Gary Cooper, smitizzare con un sottotesto forse iconoclasta è la cifra del tempo, eppure questo western crepuscolare e cerebrale girato in Australia, ha, nella sua rarefatta atmosfera, più di un motivo per essere apprezzato. Sviluppato sulla coordinata del sottaciuto, si dipana per indizi disseminati qua e là, fino ad essere più un noir in costume che un western. Più un giallo che un dramma.

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