Invocación

Aggiornamento: 25 gen

Il Ballet Nacional di Spagna ripropone la danza bolera interpretata già nel XIX secolo dalla prima ballerina sulle punte, l’italiana Maria Taglioni

Foto di Maria Alperi

Maria Taglioni è considerata la prima grande ballerina romantica. Nacque nel 1804 in una famiglia milanese, dinastia di danzatori, suo padre era un ballerino e coreografo. Al ballare sulle punte per la prima volta nella storia della danza, venne consacrata la più grande ballerina del momento; le sue bianche gonne vaporose si convertiranno nel tutù del balletto classico. Danzò nei più prestigiosi teatri d’Europa, in Russia con il Ballet Imperial e nel 1845, due anni prima di ritirarsi dalle scene, interpretò El Pas de Quatre a Londra.


Sembra di ritrovarla negli eleganti aplomb delle ballerine del Ballet Nacional de España, nei movimenti leggeri e perfetti della nuova opera di Rubén Olmo, Invocación. Come Fanny Elssler, Marie Guy Stephan, Pepita Vargas e Petra Camara, solo per citarne alcune, Maria Taglioni interpretò anche la danza bolera spagnola, che nel XIX secolo rappresentava il ballo nazionale. Secondo Gabriel Arango, fu Re Felipe V a trasferire il gusto della corte francese in Spagna, accademizzando e allineando al modo francese la già esistente danza bolera, la quale conservò essenziali tratti distintivi, primo fra tutti l’uso delle nacchere. Accademie, sale da ballo e i luoghi da ballo occasionali, facilitarono la fusione tra la danza ballata dall’aristocrazia e i balli folclorici ballati dal popolo, plasmando lentamente quello che divenne il flamenco oggi conosciuto universalmente, del quale la prima notizia documentata risale al 1847, un articolo che parlava del primo cantaor, Lazaro Quintana.

Invocación, una richiesta d’ispirazione, un mantra, o semplicemente una chiamata ad assistere a questo squisito percorso nella evoluzione della danza spagnola, dalla tradizione classica bolera al flamenco, passando per quattro coreografie, le prime due firmate dallo stesso Rubén Olmo con musiche di Manuel Busto: Invocación bolera, un omaggio ai grandi maestri della scuola bolera; Jauleña, un assolo che rappresenta l’unione della danza stilizzata, di quella bolera e del flamenco, dal nome di un piccolo centro nei pressi di Granada dove si riunivano le culture cristiana, ebraica e araba; Eterna Iberia, opera di Antonio Najarro con una partitura che Manuel Moreno produsse quasi sessant’anni orsono; la seconda parte dell’opera è tutta dedicata a De lo flamenco, un omaggio a uno dei ballerini di flamenco e coreografi più innovativi e influenti della Spagna, Mario Maya, di origine gitana, con musiche di Diego Carrasco e Jesús Torres.

Foto di Maria Alperi

Punte e nacchere, colori, pois, silenzi e tacchi, fruscii e fiato, mani e forme. Le ballerine e i ballerini del Ballet Nacional di Spagna sorridono, un continuum con i vistosi colori degli abiti di alta sartoria che vestono, figure maschili e femminili con ruoli netti e definiti ma, allo stesso tempo, paritari. Rubén Olmo decide momenti di staticità creando istantanei dipinti di evidente bellezza. E’ sensualità quella del tichettìo dei passi nel silenzio della platea.

Maria Taglioni innovava gli scenari danzando sulle punte mentre la scuola bolera spagnola rivoluzionava i palchi d’Europa con una espressività e colori mai visti. Nel Teatro della Zarzuela Rubén Olmo rinnova le coreografie attraverso la danza stilizzata e la profonda conoscenza della danza spagnola in ogni sua espressione, lo fa con immaginazione, musicalità e arte. Ci riconsegna due secoli di danza e la vigorosa ostinazione di quelle figure femminili che rinnovarono il loro repertorio operistico per avvicinarsi al pubblico e rinnovare la personalità del ballo spagnolo; Josefa Vargas, Manuela Perea, Petra Cámara, Amparo Álvarez Rodríguez “la Campanera” tra gli anni 60 e 70 del XIX secolo condussero al salto armonioso verso quel genere inizialmente chiamato andaluso, gitano, infine flamenco. Oggi al Teatro della Zarzuela la magistralità accompagnata dalle nacchere, i ventagli, e quelle punte che riconducono istantaneamente a quel 1932, quando Maria Taglioni ballò tutta La Sylphide sulle dita dei piedi, senza peso e gravità.


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