La Macedonia avanza. Cronaca di una disfatta sportiva annunciata

C’è un’intera generazione di calciatori che non avrà mai disputato un mondiale e c’è una generazione di bambini e ragazzi che ancora non ha visto l’Italia nella massima competizione, neppure una volta.

Un’eliminazione è gravissima, una seconda e consecutiva è catastrofica per un Paese che vanta quattro titoli mondiali, due europei e due finali mondiali.


Come si sia arrivati a perdere i playoff contro la sconosciuta Macedonia del Nord che da oggi lo è decisamente meno? Il problema abbraccia una complessità di fattori uno più negativo dell’altro. Riassumendo, i campionati italiani a ogni livello sono scarsi. Sempre meno giocatori italiani, si stima che non superino il 30%, sempre più importati e di pessimo livello. Basti vedere nelle prime 7 squadre quanti italiani giochino e di questi, quanti in attacco. Constatare che la nazionale deve ripiegare su Joao Pedro, che non è Ronaldo (sennò sarebbe nel Brasile), ma neppure la sua ombra, immalinconisce. Per giunta gli stranieri sono talmente scarsi che ci penalizzano due volte, tolgono il posto agli italiani, e abbassano il livello qualitativo dell’intero sistema. Il vantaggio, in ultima analisi, è tutto loro e delle rispettive federazioni e nazioni sia da un punto di vista economico, sia sportivo. Li paghiamo per allenarli.


Prima del mitologico trionfo dell’82 ci fu il prestigioso quarto posto in Argentina e l’altro leggendario 2o posto in Messico ‘70. Nonostante i precedenti si arrivò a Spagna ‘82 nel più completo scetticismo, poi sappiamo com’è andata. Pablito e Marazico sugli scudi, Pertini e lo scopone in aereo. L’attitudine alla vittoria si costruisce creando le condizioni generali. Negli anni 70 si chiusero le frontiere, una mossa pensata per rilanciare i vivai. Il risultato fu una quindicina d’anni di ottimi risultati. La mancata qualificazione è sotto ogni aspetto un dramma, l’unica strada è trasformarlo in opportunità, se i club mettono da parte gli interessi di bottega e la Federazione adempie ai ruoli avocati, questa sconfitta può essere il motore per strategie e azioni risolutive.


Questa delusione arrivata appena sette mesi dopo la consacrazione europea, ha come fatale effetto quella di sminuirne la portata. Per come concepiamo il senso della competizione, la vittoria è la naturale conseguenza di ciò che sei, dell’impegno profuso e anche della quantità di fortuna che ti assiste. Ma la fortuna una volta dà e molto spesso prende. Si pensi ai rigori sbagliati.


Inoltre, l’Italia aveva fatto un percorso perfetto. Solo che al solito, l’Europeo è servito per nascondere la polvere sotto al tappeto. Le squadre italiane sono mediocri, imbottite di giocatori stranieri senza talento che provengono da nazioni calcisticamente minori, valga per tutte, la quantità di turchi arrivati prima del 1990 e dopo. Specie negli ultimi dieci anni. Discorso simile per i norvegesi. Il Paese scandinavo, sulla scia di Haaland sta crescendo come interesse, fatto sta che di campioni come Riise non arrivano. Poi ci sono una gran quantità di slavi e africani e qui il discorso si macchia di ombre che hanno a che fare con pagamenti poco limpidi e documenti non sempre ineffabili. La conclusione è una nazionale azzurra composta da giocatori buoni ma non eccezionali ( anche perché Chiesa è fuori gioco), con scarsa esperienza internazionale e verticistica, che poi si sconta puntualmente sia a livello di club che federale e affetta da una carenza drammatica di attaccanti. La pressoché totale assenza di punte realmente efficaci balza impietosamente agli occhi se si guarda all’assortimento del 2006, Lippi poteva pescare nel mazzo un centravanti tra Toni, Gilardino, Inzaghi e Iaquinta, oltre a Totti e del Piero ma sbaglia chi crede che il problema sia di oggi, semmai, oggi, dopo due qualificazioni bruciate, è quasi irreversibile. Le avvisaglie ci sono da tempo, tant’è che nel 2016 eravamo messi così: Eder, Immobile, Insigne, Pellé, Zaza.

40 visualizzazioni0 commenti