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La notte del Super Bowl

Gli occhi gonfi e opachi, lo stomaco caldo, la camminata incerta e la voce roca. Per i molti appassionati di football americano il risveglio dopo la notte del Super Bowl è traumatico, e va anche peggio se il risveglio non c'è stato, se si è tirato dritto fino alla giornata lavorativa.

Appassionati che sono nell'ordine delle migliaia, per uno sport che ha un seguito in costante crescita, ma che ai più resta misconosciuto, almeno nel Vecchio Continente. Roba troppo a stelle e strisce, troppa violenza, troppe pause, troppo machismo, troppo eroismo da film. Ecco, al massimo è passabile qualche lungometraggio, magari L'altra sporca ultima meta (ovviamente quello del 2006 con Adam Sandler), Le riserve, con Keanu Reeves e Gene Hackman o la famosa citazione motivazionale (ma oltre quella, niente) del personaggio di Al Pacino tratta da Ogni maledetta domenica di Oliver Stone.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: non si tratta di una critica snobistica, anzi, è fisiologico che ogni persona scelga eventualmente uno sport da seguire o da praticare in base al suo carattere, alle sue convinzioni, alle emozioni che ne riceve. Allo stesso tempo però, ed è bene puntualizzarlo, appare abbastanza evidente una certa sufficienza nel trattare una disciplina come il football, considerato dalla maggior parte degli spettatori non-americani come un fenomeno di costume da guardare con curiosità, tipo i panda allo zoo.

A differenza del panda, però, la NFL è tutt'altro che in via d'estinzione. Anzi, con un ricavo di poco più di diciassette miliardi di dollari, la lega di football americano si issa sopra tutte quelle sportive non solo statunitensi, ma mondiali. Ricava più della NBA, che si attesta sui nove e mezzo e può fregiarsi di essere la stella polare di uno sport globalmente diffuso, la pallacanestro. Ricava più della Premier League, che ne ottiene “solo” poco più di sei è la punta di diamante dell'unica disciplina autenticamente mondiale, giocata dalle elite e dal popolo, e che in più ha un potenziale bacino di utenza che comprende tutte le ex-colonie britanniche, Stati Uniti compresi.

Come è possibile? Una prima risposta è di tipo storico. Negli anni Ottanta, la NFL iniziò infatti un processo di ampliamento del proprio bacino di utenza, supportando la nascita di leghe nei paesi amici (quindi anzitutto l'Europa) per esportare non solo la propria disciplina agonistica, ma anche, ça va sans dire, un po' del soft power di cui sono maestri. Il lettore più attento, per giunta, avrà ricollegato il quadro temporale alla presidenza dell'onnipresente Ronald Reagan: un'associazione di idee alquanto puntuale, tenendo altresì conto che, oltre che attore di modesta fama, quest'ultimo era stato altresì un giocatore di football al college, anche se le sue gesta agonistiche pare siano ancora più dimenticabili rispetto alle performance sotto i riflettori.

Quelli erano tempi tuttavia ancora analogici: Roberto Gotta, uno dei pionieri del football nel Bel Paese, nel suo meraviglioso Football&Texas (2011, Stefano Olivari Editore), racconta a tal proposito che, per poter fare la diretta radiofonica di Finali di Conference e Super Bowl per conto di un'emittente locale bolognese, nel 1986 chiese al comando italiano delle Forze Armate statunitensi di seguire le partite dagli studi radiotelevisivi della base di Vicenza.

I semi gettati quarant'anni fa hanno poi generato frutti nel momento dello sviluppo tecnologico nel settore digitale, che ha permesso di sopravanzare certe barriere e portare il grande football dove fino a quel momento non aveva potuto mettere radici. A rendere fertili tali premesse ci ha pensato inoltre quel mix di fisicità, durezza, cinismo, tattica, strategia e, ma sì, sentimento di americanofilia caciarona che è proprio della palla ovale made in USA.

Il risultato è che, al contrario di quanto pensa l'utente medio che vive di Serie A di calcio e poco altro, a football americano si gioca a buon livello in Austria, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Germania e Spagna, così come in Italia, se è vero che il Blue Team (il soprannome della nostra Nazionale) nel 2021 ha vinto il relativo Europeo superando addirittura i sudditi di Sua Maestà. Certo, a tutti i livelli resta una disciplina prettamente amatoriale, che (con rare e circostanziate eccezioni) richiede grossi sacrifici sia sul campo, per la già descritta natura dello sport stesso, che fuori da esso.

Una domanda a questo punto sorgerebbe spontanea: perché una persona nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali dovrebbe scegliere di seguire (quando non di praticare) quello che il rugbista statunitense Henry Blaha ha definito “uno sport da bestie giocato da bestie” e ridursi come descritto all'inizio? Se vi limitate a chiedervelo e non provate, non lo saprete mai.

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