Le Belle Addormentate: da opere di Pasquale Nero Galante a piéce teatrale di Giuseppe Convertini

Aggiornamento: 8 mar


Ombroso, come molti dei quadri che la sua visione sempre in tumulto, genera. Che siano corpi denudati, onde agitate dal vento o alberi le cui fronde sono funestate dagli elementi, nel tratto di Pasquale Nero Galante si percepisce costantemente l’essenza dei contrasti dell’esistenza. Intervistiamo il pittore pugliese alla vigilia del debutto di Dreams da domani al Teatro Trastevere (leggete la nostra segnalazione in Teatro n.d.r.)


Chi sono le belle addormentate?

Sono donne che si sono sottratte all’esistenza in nome di un desiderio di vita e d’amore che superava la realtà delle loro condizioni. Donne che hanno creduto nel loro Sogno addormentandosi per sempre.


Il tuo lavoro negli ultimi anni si è espresso per sottrazione ma rimani fondamentalmente un figurativo, che definizione daresti del tuo stile?

E’ sempre difficile per me rispondere a domande come queste… Lo stile è qualcosa che ti identifica e al contempo si rivela come trappola linguistica, spesso è inutilmente autoreferenziale, autocompiacente. Mi piace pensare al fatto che io dipinga la pittura, si fanno i quadri con altri quadri, credo funzioni così da sempre. Ad ogni modo la mia rimane una faccenda umorale. Probabilmente il cosiddetto stile viene fuori quando la trappola è pronta.


Nel tuo chiaro scuro e nelle nodosità dei corpi si cela Caravaggio…

Nel mio chiaro scuro si cela la storia di tanta pittura, di tanta musica, di tanta scrittura e di tanto vissuto nel rimosso. Cerco di fare sempre i conti con le mie ombre.


D’accordo… ma tra quelle ombre scorgiamo anche lui, no? Hai preso parte a una mia mostra che lo trasfigura…passiamo all’attualità, il progetto teatrale di Giuseppe Convertini che ti vede coinvolto come elemento ispiratore è un felice caso di contaminazione e dialogo tra le arti, credi che oggi questa possa essere l’unica reale frontiera della pittura?

Non credo. La pittura da sempre insegue le proprie ossessioni formali, si serve di altri codici. Nella mia pittura vi è forse evocazione e suggestione, non narrazione. Giuseppe Convertini ha colto il senso narrativo che questa mia mostra aveva espresso attraverso un mio testo di presentazione . E’ stato facile perché con Giuseppe siamo amici da tanto e arriviamo dalla stessa mancanza. Non abbiamo bisogno di spiegarci le cose, abbiamo bisogno di dirle.


Da esponente di spicco della figurazione, come ti poni rispetto a fenomeni come la banana a parete e successivo atto performativo-gestuale di consumarla?

Intanto grazie per avermi considerato un esponente di spicco… In Cattelan così come in altri artisti vi sono altre modalità linguistiche, io sono ancora innamorato della pittura dipinta.


Non c’è di che. Al di là del mio giudizio, poi c’è ciò che la storia dell’arte degli ultimi decenni, attesta. Ti stai dedicando a qualcosa di preciso in questo momento?

Di fatto mi dedico sempre alle stesse cose. A dipingere, a fare la spesa, a cucinare, a camminare, a stare in famiglia, a incontrare amici. Cerco di vivere nel tentativo di fare la pittura che mi si sottrae continuamente come la vita.

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