Lo Stadio Olimpico a Paolo Rossi? Con la morte nel cuore, no.

Aggiornamento: 5 giorni fa

Paolo Rossi non so chi sia, ma c'era quel Pablito che illuminò il mondiale, anzi, il Mundial di poco meno di quarant'anni fa...lui sì che me lo ricordo perfettamente.

Leggero, tecnico, istintivo, bruciante nello scatto, rapido come un gatto, letale come uno scorpione. Inchiodò tutto lo stivale davanti alla tv. Cross di Marazico, gol puntuale come una sentenza di morte, di Pablito. Erano altri tempi ed erano anche altre squadre. La più forte di tutte nonché vincitrice designata non era esattamente una squadra. Era La Squadra. Il sogno di una nazione. Assemblata per cavalcare utopie calcistiche attraverso le visioni quasi metafisiche dei suoi astri. Era il fenomenale Brasile di Junior, Eder, Socrates, Cerezo, del Divino Falcao e di quell’artista sublime di Zico. Il brasiliano più forte di ogni tempo dopo Pelé.

Una selezione stellare basti pensare che un asso come Dirceu sedeva in panchina. Non c’è scampo, si pensava. Un unico pensiero moltiplicato per cinquantasei milioni di italiani. Una forma di coscienza collettiva non dissimile da quella degli Anticorpi della relativa invasione. Più che consapevolezza era rassegnazione. Non si batte il destino ineluttabile. O forse, sì. La finale che tutti avrebbero voluto vedere avrebbe dovuto essere tra il Dies della Selección argentina, el Pibe de Oro Diego Armando Maradona e il dez della Seleção, Arthur Antunes Coimbra, universalmente noto come Zico.

Quella partita non si disputerà mai perché finiscono entrambe in un girone a tre. Si affrontano sì ma per garantirsi l’accesso alla semifinale. I campioni del mondo uscenti si battono come furie con colpi di gran classe ma a gioco lungo si smarriscono nel funambolico tritacarne verde oro orchestrato da Zico, Eder, Falcao e Socrates, nel quale tiene botta solo un Maradona ispirato ma che poi si farà espellere quando la partita s’incattivisce. Finisce tre a uno, per gli argentini segna Ramon Diaz. La terza squadra del girone è l’Italia che ha sonnecchiato nella prima fase ma che però ha già battuto l’Argentina coi gol di Tardelli e Cabrini. E proprio contro i Ragazzi venuti dal Brasile che Pablito prima rompe il ghiaccio, poi deflagra, infine annienta. Incredibile vicenda umana e sportiva, la sua. Restituto al pallone da appena tre mesi, resuscita quando ormai è dato per finito contro l’impersonificazione del calcio. Finisce come leggenda racconta.

Allo Stadio di Sarriá di Barcellona il 5 luglio 1982, Pablito, ispirato da Conti-Marazico, il brasiliano di Nettuno e migliore giocatore del Mundal secondo Pelè, che irretisce e ubriaca di finte e veroniche mezzo Brasile, bersaglia e demolisce i marziani. Un ballerino dall’istinto omicida che punge inarrestabile. Imprendibile. E sorridentemente spietato. La squadra più forte del pianeta che doveva divorarsi il Mundial, non andò, fatalmente, molto lontano. Anche Achille ha il suo tallone, il loro era Valdir Peres. Anche perché per quei fenomeni, l’idea stessa del pareggio (che sarebbe bastato per il passaggio) era peggio della morte. Doveva essere la sfida tra gli assi venuti dal Sud America, alla fine la spuntò il terzo dei litiganti trascinato dal suo centravanti con la maglia numero 20.

Il resto è storia. Con una doppietta regola la temibilissima Polonia di Boniek che però è assente per squalifica e in finale contro la Germania Ovest, macchina da guerra capitanata da quell’asso di Rumenigge, spalleggiato da Littbarski e coperto da Schumacher e Briegelapre la marcia trionfale che porterà tutta la Nazione sul tetto del mondo e fuori dagli anni di piombo.

Barbadillo, Uribe, N’Kono, Milla, Passarella, Bertoni, Diaz, Maradona, Kempes, Junior, Cerezo, Oscar, Socrates, Falcão, Zico, Eder, Zmuda; Lato, Boniek, Schumacher, Briegel, K.H. Förster, Stielike, Littbarski, Fischer, Breitner, Rummenigge, messi tutti in fila chiariscono che avversari ebbe l’Italia e che campioni dominavano la scena.

La stella di Pablito brillò un’estate o poco più, ma poco importa perché la sua storia l’aveva già scritta.

Segnò moltissimo in Nazionale (20 gol in 48 partite e 9 gol mondiali) e altrettanto col Lanerossi Vicenza e col Perugia ma fu relativamente poco prolifico nelle stagioni con la Juve. Paolo Rossi, non scherziamo con gli eroi, il suo nome scritto a caratteri cubitali nella memoria collettiva, lo ricordiamo tutti, è patrimonio nazionale, dedicargli qualcosa di materiale è sacrosanto ma la scelta deve essere la migliore possibile. Una statua, il centro sportivo di Coverciano, ma non l’Olimpico.

Bel pensiero, ma no! Sarebbe una forzatura. L’Olimpico è lo stadio di Roma, la sua storia, Pablito, ancorché universale, la scrisse su altri campi. Se proprio si deve cambiare un nome che è nella letteratura sportiva, lo si faccia pensando ad eroi, magari locali, ma che abbiano una coerenza con la storia della Capitale.

Stadio Agostino Di Bartolomei suonerebbe benissimo. Paolo Rossi non se ne avrà a male.

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