Oltre l’insulto. Tutto il peggio di Gozzini e Van Straten contro Giorgia Meloni

Aggiornato il: mar 19


Che non si sarebbe volati alti, si era intuito fin dall’avvio. Gozzini chiede agli altri due, il “conduttore”e l’altro ospite se D’Artagnan sia l’unico che tromba (testuale) con Milady. Il “conduttore” evapora in una nuvola d’imbarazzo, l’altro che si intuisce subito che del trio è quello intelligente e colto, replica con un certo distacco “Non credo di aver mai letto i Tre moschettieri”. Neppure a pensarlo! Figuriamoci se uno che è stato anche ai vertici della Casa del Cinema può aver perso tempo con un romanzetto minore di cappa e spada che in fondo tra adattamenti e film liberamente tratti, si colloca a buon diritto come corposa e insostituibile pagina nella storia del cinema. “L’altro”, per inciso è Giorgio Van Straten, scrittore, nonché detentore di un vero e proprio record d’incarichi, alcuni anche in sovrapposizione, in enti e istituzioni che vanno dalla musica, all’arte fino appunto al cinema. A onor del vero, non è escluso che il suo sia un modo per chiudere sul nascere. Porre un argine alla deriva che comunque di lì a poco avrebbe inesorabilmente imboccato la trasmissione. Eh già, perché Gozzini, personaggio vistosamente dominato da voyeurismo dialettico è incontenibile.


Neppure il tempo di far svanire l’imbarazzo per il suo penoso intervento che si scaglia come una checca isterica, per dirla con una definizione largamente in uso egli ambienti omosessuali, indovinate un po’ contro chi? Giorgia Meloni! Strano, eh? Neppure troppo, in parte perché è lo sport nazionale, e poi in effetti, non era poi così difficile, indovinarlo. La querelle campeggia un po’ ovunque. Grazie al cielo. Ma nonostante ciò, nel vortice d’insulti, accuse, distinguo più o meno artificiosi e forzati, l’attenzione si è sedimentata sulle trivialità. Un campionario di oscenità assortite, nel quale si ”distinguono “ scrofa” e “pesciaiola” e “ortolana” è lì in canna pronto a deflagrare. Ma è davvero questa la parte peggiore? Sicuramente è la più vistosa ma non è detto che sia anche la più orripilante. I tre, con un certo ardire definiscono loro stessi, i Tre Moschettieri.


Allora tutti per uno e uno per tutti nella buona e nella cattiva sorte. Maggiormente nella cattiva, tutto sommato. Ma vediamoli più da vicino, questi esempi della bella intellighenzia. Partendo dal “conduttore”, o sedicente tale, che resta nelle virgolette perché ha meno coraggio del coniglio che spavaldamente s’è ormai installato stabilmente nel mio giardino, tenta (il facente funzioni del conduttore, non il coniglio) timidamente di chiudere il cancello quando ormai i buoi sono fuggiti. Di fatto lascia ignominiosamente ai due compari la scena. L’altro, quello colto che non ha mai letto I Tre moschettieri ma ci si atteggia, sceglie presto di assecondarne il registro pecoreccio e affonda il colpo con “peracottara”. Lo fa con stile, buttandolo lì. Meno dozzinalmente del cattedratico dell’Università di Siena ma sdegnosamente spietato. È mosso da un afflato solidale da lotta di classe, il nostro. Gli ortolani e i pesciaioli vanno difesi, la Meloni invece può essere sommersa da palate di sterco.

Insulti, a pioggia, un fatto grave. Questi signori hanno incarichi prestigiosi e di responsabilità che hanno a che fare con l’educazione, l’etica, la costruzione del pensiero e incredibile a dirsi, l’estetica. Ambiti che occupano per meriti, si direbbe, ma fino a che punto? La domanda è legittima giacché la disinvoltura combinata diabolicamente con l’alterigia che esibiscono, proietta ombre inquietanti sulle loro persone. Nelle iperboli dei loro deliranti estremismi dialettici tirano in ballo il suffragio universale. Compiaciuti, si fanno gli applausi tra di loro, sono proprio dei buontemponi, sì, ma dal cervello fino. La sua abrogazione pur di silenziare Giorgia Meloni e il suo elettorato. Alé! La soluzione è lì a portata di mano e chi s’è visto, s’è visto. Tornando seri, per quanto facciano inorridire, gli insulti non sono la parte più deprecabile: il leader di FdI sarebbe portatrice sana di un nazionalismo retorico, perché pensate, nel suo discorso a Draghi ha citato l’Italia. Che azzardo imperdonabile. Con l’aggravante di essersi rivolta direttamente al primo ministro (!). Quale maladrina impudenza! Come non parlare apertamente di lesa Maestà? Giorgia Meloni è da biasimare senza appello. Inoltre è ideologicamente un dinosauro, agganciata anacronisticamente alla RSI. Basterebbe questo per consegnarla alla damnatio memoriae e invece, non paga, che ti combina? Cita Bertlod Brecht. E qui siamo allo psicodramma. Non può. Non deve. E perché? Perché non è coerente alla sua cultura. Ma come, ora la fascistella cita l’autore de L’opera da tre soldi? Appropriazione indebita. Ognuno guardi in casa sua! Tuona il “professore” innescato perfidamente dal “direttore”, col “conduttore” che osserva inebetito.


Van Straten è abile. Lo imbecca. Lo innesca. Lo lancia. E poi sistematicamente lo prende a sberle. Ogni tanto gli fa una carezza. Bastone e carota. É alternativamente il poliziotto buono e quello cattivo. Un diavoletto in un orecchio e un grillo parlante nell’altro. Sembra arginarlo ma rincara la dose. In sintesi, qualsiasi cosa dica Giorgia Meloni, sbaglia. Una volta è una nazionalista, un’altra è un’ignorante che cita Brecht evidentemente senza averlo mai letto o non conoscendone la storia, perché come osserva Van Straten sarebbe come se “Io citassi il Mein kampf”. Pensate un po’? Quindi nella visione per nulla anacronistica di questi due fulgidi campioni dell’intellettualismo d’apparato, avere interesse per qualcosa che sia culturalmente distante da sé stessi non è possibile. Se ne apprezzi qualcosa, o non lo hai capito, o non lo conosci (perché sei ignorante) o fai del qualunquismo intellettuale. Per chiarezza, Gozzini è uno storico. Dovrebbe avere una certa attitudine alla contestualizzazione e con l’analisi ad ampio spettro. Dovrebbe aver fatto suoi gli strumenti necessari a padroneggiare una visione delle vicende umane se non oggettiva, almeno non partigiana. Ma il nocciolo della questione sta proprio qui. Per loro ascoltare chessò, Dylan, o apprezzare Hemingway (che poi cambiò idea) è una bestemmia per il semplice fatto che non è conforme. Il che sottende un atteggiamento aprioristicamente e ideologicamente oppositivo, che autorizza i pensieri peggiori circa la serenità con cui Gozzini divulga il sapere.


Nel magma ci finisce di tutto, da Di Vittorio, chiamato in causa da un ascoltatore e immediatamente utilizzato da Van Straten come termine di paragone per sottolineare la certificata (da loro medesimi) ignoranza della Meloni, fino alle stesse Foibe. Di cui se ne riconoscono il crimine (e ci mancherebbe altro) ma unicamente per accusare la destra italiana di averne fatto una bandiera. Qualcuno spieghi a questo campione di miopia, che se le Foibe sono finalmente nei libri di storia è solo grazie allo sforzo di quanti non si sono rassegnati alla cancellazione dalla loro memoria perseguita dal PC, in tutte le sue declinazioni.


Invece lo spettacolo offerto è talmente osceno dal divenire malinconicamente patetico. Tre ometti con più passato che futuro che tutti insieme sono incapaci di partorire un pensiero che sia anche solo lontanamente degno di tale etimo. Animati da una malignità, probabilmente alimentata dalla consapevolezza della senilità incalzante che ne fa tre caricature. La loro è una sterile baldanzosità digitalmente guascona, perciò vile perché esibita in assenza di contraddittorio. Ma fragile. Tant’è che bastano le chiamate degli ascoltatori in diretta per frantumarne i teoremi. Si è scusato, il guardone, con Giorgia Meloni. Il che aggiunge ridicolo al ridicolo, Persino nel pecoreccio c’è una coerenza. Se ne fai sfoggio, fallo fino in fondo. La coerenza a certi livelli è un dovere, per esempio, se hai timbro di voce e lineamenti da topolino, più che Boccaccio dovresti avere a modello Leopardi. Ma di Leopardi, oltre all’aspetto devi possedere anche l’afflato, quella sublime ricchezza di immagini e poetica che ne hanno fatto un riferimento d’inarrivabile lucentezza nel firmamento del romanticismo, nonché un grande patriota. Se però sei sprovvisto tanto di una virilità formale quanto intellettuale con ogni probabilità la radio è meglio evitarla. E il video, interdetto. Per concludere, dato che non masticano Dumas, potrebbero provare con Borges, Céline, Croce, D’ Annunzio, T. S. Eliot, Hesse, Ionesco, Thomas Mann, Montale, Landolfi, Nabokov, W. B. Yeats, Pirandello, Carlo Emilio Gadda, Marinetti, Mishima, Palazzeschi, Pound, Tomasi di Lampedusa. Stiano sereni, sopravviveranno. Seppure indelebilmente segnati. Sul fronte della narrativa popolare potrebbero concedersi una lettura scegliendo tra Salgari, Tolkien, Pratt, Altieri, Conrad, Fleming, Howard, Lowecraft. Chissà, non si può mai dire.


E se mi trovassi nei loro non comodissimi panni, un’occhiata a I Tre Moschettieri gliela darei. Non foss’altro perché ne utilizzano impunemente il nome. Tra le diverse declinazioni che hanno interessato D’Artagnan, c’è anche un delizioso team up del 1963 in cui il moschettiere e Cyrano de Bergerac dividono la scena. Un film da vedere, fantasia, avventura e tante donne avvenenti. Così Gozzini si lustra gli occhietti…

Edmond Rostand diede vita al suo magnifico Cyrano de Bergerac, connotandolo di una tal quantità di strepitose caratteristiche che è ancora oggi un personaggio d’impareggiabile bellezza.


Spadaccino infallibile e letale è altrettanto micidiale con la prosa. Della sua miniera di perle immortali, quella che da sempre prediligo massimamente, è questa:

“…E al fin della licenza, io non perdono e tocco…”.

Dicctum sapienti sat est


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