Quando il buonismo va alla deriva sconfina nel razzismo

Aggiornamento: ago 9

Agli inglesi non va giù. A Roma circola un’espressione gergale che calza a pennello: “se la so’ sentita calla”. Cioè, se la sono sentita calda. Anche troppo, si pensi alle ultime settimane dei sudditi della Regina. Quel “It’s coming home” se non ha portato jella ha con molta probabilità sovraccaricato di responsabilità la formazione britannica. E chissà che non si volesse utilizzare la vittoria come bandiera politica per dare una lezione ai burocrati UE.

Insomma, la giostra dei rigori mette un punto conclusivo alla contesa. La differenza sta tutta nell’avere un buon portiere o uno fenomenale. O nello scegliere giocatori per le ragioni giuste o per quelle sbagliate. Proprio Mancini con la sua carriera da giocatore azzurro ci svela che si può essere geniali nella squadra di club e assolutamente evanescenti nella selezione italiana. Insomma, nessuno potrà chiarire il perché gli inglesi siano rimasti col cerino in mano e tutto sommato si vive discretamente bene anche rimanendo nel mistero. Non fa male ribadirlo: l’Italia è campione d’Europa e gli inglesi, vice. Può bastare? No. Se si è rosiconi, non basta.

E siamo all’ultimo penoso capitolo: gli italiani sono razzisti! Non schierano giocatori di colore! È un’accusa talmente patetica che si potrebbe evitare di replicare ma se non si replica c’è il rischio che si affermi come verità, specie se Enrico, il nipote di Gianni Letta, al vertice del PD per carenza di kamikaze (è una pessima battuta, mi rimprovero da solo, i guerrieri del Vento divino erano ammirevoli) ha cavalcato la tigre BLM nell’affannosa ricerca di una enfasi mediatica. E mentre in tutto il Regno Unito montano le proteste (vergognose) per l’utilizzo dei tre giocatori che hanno sbagliato i rigori, la stampa inglese si gioca la carta dell’invettiva dall’afflato discriminatorio per la supposta assenza di neri. Attenzione! Non di tutte le etnie o minoranze, unicamente di giocatori di colore. Se fossi Leonardo Liao, bomber classe 2002 italo cinese di seconda generazione, non la prenderei bene. Non comprenderei il motivo per cui a un coreano, cinese, giapponese la maglia azzurra debba essere preclusa sommariamente ma a un italiano di origine africana invece no. Più chiaramente: perché si parla solo delle istanze di alcuni e non di tutti? Fosse anche che i giocatori di origine africana siano numericamente di più o siano proprio gli unici, non si comprende perché non si parli genericamente di minoranze.

E siamo al nocciolo, a forza d’inginocchiarsi fisicamente o intellettualmente si travalica il confine del buon senso e dall’altra parte c’è solo il peggio, razzismo compreso. Si è così maliziosamente discriminatori che non si distinguono persino le verità più macroscopiche, per dirne una, quella di Emerson Palmieri. Terzino sinistro supersonico che a dispetto di un cognome che ne certifica le chiare origini italiane, è nero. È anche due volte campione d’Europa nel medesimo anno, di cui una con la maglia dell’inglesissimo Chelsea. Ma gli inglesi non se ne sono accorti. Oppure non fa letteratura.

Vae victis!

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