Quella volta che incontrai Carla Fracci. Un ricordo dell’Etoile.


Carla Fracci sembrava eterna. A dispetto di un fisico apparentemente fragile, la sua aurea era talmente intrisa di carisma dal renderla al di fuori delle epoche. Quando pensi a un mito come Carla Fracci hai la sensazione che esista da sempre. Un’istituzione vivente. Un legame indissolubile col balletto tanto che uno si identificava nell’altra. Ripercorrerne la carriera è pleonastico. Sarebbe come mettere in fila i traguardi di Laurence Olivier nel cinema, di Verdi nella lirica, di Leonardo in qualsiasi ambito abbia espresso il suo genio. Eh sì, perché l’Angelo danzante era un genio. Sintesi assoluta e impareggiabile di equilibrio, leggerezza, potenza, eleganza, doti acrobatiche, senso del tempo, capacità espressiva, ferrea concentrazione, disponibilità al sacrificio. E anche così, il suo talento sembra essere circoscritto, incasellato, costretto in stringenti definizioni che non inquadrano la pura essenza dell’intuizione che sfugge all’accademia. Quel colpo d’ala che è il segno distintivo, e per questo, precluso ai più. Personalmente ho avuto l’onore d’incontrarla di persona in una sola occasione, nel 2004, durante la prima edizione della rassegna Sguardi al Femminile che assieme a Roberto, mio fratello, organizzai presso l’Ala Mazzoniana della Stazione Termini (superbo omaggio all’architettura industriale ad altissima concentrazione Futurista di Angiolo Mazzoni, altro peso massimo del nostro Paese), la invitammo e a dispetto del nostro scetticismo, accettò senza esitazioni con una disponibilità inversamente proporzionale alla sua grandezza. Oppure no, sono quelli che se la tirano pur valendo infinitamente meno di un nastro delle sue punte che dovrebbero rivedere certi atteggiamenti. Gli eccellenti come lei, vivono la loro condizione con naturalezza, a volte con discrezione, altre volte con disagio ma mai con supponenza. Ebbene, la Signora Fracci in tutto il suo insondabile mistero, era presente. Ricordo distintamente che mi sentii turbato dalla sua presenza. Era distantissima, quasi aliena eppure accessibile in modo disarmante. Un suo sorriso, ancora di porcellana, spazzò via qualsiasi titubanza. Tra un brindisi e una tartina durante il buffet a conclusione dell'evento, chiacchierammo di un po' di tutto e lì ne apprezzai appieno la simpatia e un non insospettabile garbato ma robusto umorismo. Mi piace ricordarla così. Non camminava, sfiorava il pavimento, e quando la chiamammo sul palco per tributarle un doveroso omaggio, incantò tutta la platea. L’applauso che la investì sembrava non finire mai. C’era tutta la riconoscenza per aver consacrato l’intera esistenza alla bellezza. Alla ricerca ossessiva della perfezione formale che nella danza è pura sostanza. Per aver disegnato davanti ad occhi sgranati e bocche spalancate per la meraviglia, traiettorie impossibili anche solo per il pensiero. Carla Fracci era fatta della stessa materia dell’arte. Per tutto questo l’Etoile c’era prima, e ci sarà ancora. Eternamente brillante, graniticamente scolpita nella memoria collettiva.

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