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Sangue e risate sulla neve: De Sica e Puglielli reinventano il Giallo all'italiana e non solo

Tra satira feroce, omaggio a Knives Out e una comicità romanesca mai così in forma: “Agata Christian” è il trionfo della commedia non politicamente corretta.



Agata Christian

Spesso accomuniamo dei nomi ad un genere o filone cinematografico o creativo, vuoi per abitudine e anche un po’ per preconcetti per non dire pregiudizi. Potremmo dire che questo è un destino toccato per molto tempo a Christina De Sica la cui figura era ormai relegata alle vanzinate e alle commedie pecorecce. Ma il tempo e galantuomo e De Sica ha saputo, col teatro e il varietà, mostrare le sue capacità che molto rimandavano al defunto padre. E anche nel cinema le cose si sono evolute.


Dimenticate, difatti, i cinepanettoni e le vacanze forzate nei resort di lusso costruite su equivoci pruriginosi e volgarità gratuite. Con Agata Christian - Delitto sulle nevi, il cinema di genere italiano compie un balzo in avanti inaspettato, trovando in un’inedita alleanza tra la regia millimetrica di Eros Puglielli e il carisma di De Sica una sintesi perfetta. Se Puglielli mette al servizio della pellicola la sua nota maestria nelle atmosfere noir e grottesche, si vedano AD Project e Nevermind, nonché la sua precisione nel montaggio, De Sica firma la sua definitiva “emancipazione artistica”. È un salvataggio professionale in piena regola: il distacco dalle formule stantie del duo con Boldi non è solo un cambio di rotta, ma una vera e propria resurrezione.


De Sica recupera quella comicità licenziosa e squisitamente romana, graffiante e cinica, che strizza l'occhio con nostalgia al primo, inarrivabile Vacanze di Natale, dove la satira sociale prevaleva sulla farsa.

Agata Christian

La trama si dipana nell'isolamento claustrofobico di Villa Gulmar, un mausoleo di design tra le nevi perenni della Valle d’Aosta, ove il famoso criminologo, dal carattere spigoloso, (ma forse oggi fa più figo dire profiler) Agata Christian è stato invitato per essere, suo malgrado, testimonial della nuova edizione del gioco da tavola Crime Castle. Nel maniero tra le nevi il patriarca Gulmar, magnate dell’industria ludica, interpretato da un monumentale Giorgio Colangeli, ha convocato la sua famiglia per un annuncio che cambierà le sorti dell'azienda. Colangeli, con la sua recitazione asciutta e autoritaria, incarna un patriarca al passo con i tempi, la cui morte improvvisa e violenta — avvenuta in circostanze tanto grottesche quanto misteriose — dà il via a una danza macabra.


Gli omaggi al mitico gioco Cluedo sono molti in primis il gioco fittizio Crime Castle. Ma ci sono anche altri elementi: una casa isolata, un cadavere eccellente e una stanza piena di sospettati, ognuno con un segreto inconfessabile e un movente preciso. La villa stessa diventa un personaggio, un labirinto di specchi dove l'ipocrisia borghese viene vivisezionata senza pietà.

L'operazione condotta da Eros Puglielli è raffinatissima. Il regista romano instaura un parallelismo costante con lo stile di Rian Johnson in Knives Out. Come Johnson, Puglielli utilizza una profondità di campo che permette allo spettatore di cercare indizi in ogni angolo del fotogramma, trasformando la visione in un gioco attivo. La saturazione cromatica della villa contrasta con il bianco abbacinante dell'esterno, creando un'atmosfera pop-noir che nobilita la commedia.


Se Johnson ha ridato dignità al whodunnit classico, Puglielli fa lo stesso per l'Italia, iniettando nel meccanismo di Agatha Christie e di Invito a cena con delitto una dose massiccia di cattiveria nostrana. La cinepresa si muove con eleganza tra i corridoi, evitando i tagli frenetici della vecchia commedia per abbracciare piani sequenza che caricano la tensione prima della battuta liberatoria.


Il cuore della pellicola è il tandem comico che De Sica orchestra con i suoi comprimari. Lillo Petrolo, nei panni di Gianni Cuozzo poliziotto di provincia tanto goffo quanto tenace, e Paolo Calabresi, insieme a un Marco Marzocca, creano una sinergia di tempi comici che rasenta la perfezione. In realtà Puglielli riprende una squadra vincente da lui già usata nella commedia Cortina Express.


Agata Christian

Ma la vera sorpresa è la duttilità di Maccio Capatonda: il suo personaggio, sospeso tra il tragico e il grottesco, è una maschera che rimanda direttamente al primo Carlo Verdone. È una performance di sottrazione e trasformismo, capace di racchiudere un'intera patologia sociale in una sola espressione facciale. In questo contesto, spicca anche la performance caricaturale, ma ben riuscita, di Tony Effe. Il trapper gestisce con ironia un ruolo che aggiunge un tocco di iper-modernità al racconto, integrandosi perfettamente nel meccanismo giallo di Puglielli senza mai risultare fuori posto.


Ciò che rende Agata Christian un piccolo gioiello di cattiveria è la sua totale, sfacciata assenza di politicamente corretto. De Sica e Puglielli demoliscono ogni facciata di perbenismo, soprattutto nella rappresentazione di un universo femminile spietato e immorale. Anche qui emerge la differenza con Johnson che nelle sue pellicole prende sempre di mira i conservatori e l’alt right.


Alice Pagani è straordinaria nel ruolo della figlia free radical chic del magnate. La sua interpretazione tratteggia una giovane donna odiosa, che usa l'attivismo sociale e le terminologie inclusive come un accessorio di moda per mascherare un egoismo sconfinato nonché l’incapacità di realizzare qualcosa di concreto e costruttivo.


Sara Croce, nel ruolo della moglie frivola e lasciva del personaggio di Capatonda, incarna perfettamente il vuoto pneumatico dell'estetica contemporanea, una figura mossa solo dal desiderio materiale e da una sensualità usata come arma contundente per scalare la gerarchia familiare con tanto di odioso cagnetto al seguito.


Sara Spada conferma le sue eccellenti doti comiche, riuscendo a stare al passo con i giganti del cast grazie a una mimica sapiente e una parlantina tagliente.

Di contro, l'unica nota stonata risulta essere Chiara Francini. Nonostante l’impegno, il suo personaggio soffre di una scrittura piatta e stereotipata, che non le permette di brillare come le colleghe, finendo per risultare l'unica figura prevedibile in un carosello di personaggi ficcanti.


Agata Christian è la dimostrazione che Christian De Sica, quando si libera dalle catene dei contratti seriali e delle formule ripetitive, resta un grande interprete della nostra commedia. Non solo, con l’età nelle movenze e alcune espressioni facciali e verbali ricordano in toto il compianto e magistrale padre Vittorio. Il film è una boccata d'ossigeno: cinico, scurrile quanto basta, visivamente curatissimo e intellettualmente onesto. È l'addio definitivo al cinepanettone e il benvenuto a un cinema che, finalmente, ha il coraggio di essere cattivo.


Verdetto: un delitto perfetto contro la noia. De Sica e Puglielli vincono la scommessa, regalandoci il film graffiante e visivamente potente.

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