Steven Seagal raccontato da Stefano Di Marino

Aggiornato il: 5 giorni fa

Per una fortunata coincidenza usciamo con questa intervista proprio oggi che su 20 passa Giustizia a tutti i costi, una delle prime produzioni a budget importante prodotto e distribuito da una major. Film del 91, guardandolo rimasi colpito da quell’intreccio di legami di sangue e di forza primeva che l’intera pellicola emanava. Cattivi, cattivi e eroi dalla personalità tagliata con l’accetta che regolano i conti senza remore né mezze misure. È forse questo il segreto di Seagal, l’aver riportato sullo schermo l’eroe da hard boiled ma con la katana e un certo esotismo, una sorta di ronin occidentale? Ne parliamo con Stefano Di Marino, romanziere action per definizione e autorevole esperto di cinema di genere, autore della monografia Duro Da Uccidere. Il Cinema Di Steven Seagal.

Un intrigante volume che scorrendo via piacevolmente ne scandaglia la robusta cinematografia lungo i circa trentacinque anni di carriera passando per cinema, televisione e d.t.v, che ha in Nico, Trappola in alto mare e Ferite Mortali i suoi picchi, in Decisione critica, partecipazioni di prestigio e in True Justice la capacità di reinventarsi. Un’analisi puntuale che l’autore intreccia a particolari biografici sospesi tra vicende reali e leggenda. Vicende che alimentano da sempre la narrazione dagli accenti mitici che ammanta l’attore marzialista: dalla CIA al soggiorno in Giappone dove aprì il primo dojo da gaigjin di Aikido, fino a matrimoni da favola con dive come Kelly Le Brook, successivo a quello con la figlia del suo sensei. Non un’opera con ambizioni accademiche ma un volume prezioso che con la meticolosità dell’esperto (di cinema e di arti marziali) e il non malcelato affetto dell’appassionato, colma un vuoto consegnando alla saggistica cinematografica un protagonista assoluto del cinema d’azione.


Grazie per l’intervista e complimenti per il volume, tanto per la scelta tematica inusuale, quanto per la struttura e lo stile…la prima domanda è… perché Seagal e perché ora?

Grazie! L’argomento me lo propose Nico Parente per inserirlo nei saggi Shatter sul cinema di genere, ma io ci pensavo da un po’. Mi pareva un divo del genere un po’ sottostimato.


Tu dici “Forse, se guardiamo bene, più vicino alla tradizione dei John Wayne e dei Charles Bronson che a quella dei suoi contemporanei.”, Penso ti riferisca a quei personaggi tagliati con l’accetta che avevano definito i canoni dell’eroe fino all’avvento dell’anti eroe o di quello problematico. In questo, come osservi tu, è assimilabile anche al primo Arnold Schwarzenegger…

In realtà rispetto agli eroi reaganiani degli anni Ottanta, Seagal mi pare abbia percorso la strada del cinema avventuroso americano dei decenni precedenti. Di certo non un anti–eroe, ma quel genere di personaggio solido che veniva dalla tradizione del pulp, anche quello scritto, che regalava al lettore/spettatore un paio d’ore di sano divertimento, a volte senza troppa sofisticazione ma privo di quelle esagerazioni che hanno caratterizzato la produzione del periodo che inizia dagli anni Ottanta e arriva sino a oggi, in cui l’avventura è diventata funzionale all’effetto speciale, concepita per adolescenti e basta.

Seagal propose l’Aikijitsu, che è più diretto e meno circolare dell’Aikido. Questa scelta, a posteriori vincente, aveva in sé un certo grado di rischio considerando che in quel periodo si era abituati a combattimenti più spettacolari, basti pensare a tutto il filone dei ninja, comprensivo di grandi balzi, calci circolari al volto etc…anche solo per questo un suo ruolo di rilievo nell’alveo del cinema di genere se lo è conquistato a buon diritto…

Ecco perché alla fine non lo inserisco se non tangenzialmente al filone marziale. Seagal ha sempre fatto il “suo” cinema che è sì marziale, avventuroso, poliziesco ma rifiuta di essere assimilato con altri fenomeni.


Certe tue riflessioni circa l’essere parallelamente un blue collar e il campione delle minoranze ed etnie europee (polacchi, italiani...) lo avvicinano molto al granitico capitano Stanley White, il poliziotto polacco interpretato da Mickey Rourke in quel capolavoro che è L’anno del dragone

Sì, anche se L’anno del Dragone nasceva come un film con un budget e una ambizione molto superiore. Ricordo che Cimino sottolineava il fatto che in quegli anni era già difficile proporre una storia poliziesca d’azione che non fosse uno spettacolo esclusivamente per ragazzi. Nei decenni precedenti si andava a vedere un poliziesco o un avventuroso per “vedere il film” non per gli effetti speciali. In questo credo che Seagal, pur con le restrizioni imposte dal budget, volesse percorre questa strada. Perciò lo lego a certi divi del passato piuttosto che ad alcuni suoi contemporanei.

Trappola in alto mare è un gran film. Come osservi, s’inserisce inequivocabilmente nel solco di Die Harder ma neppure prova a smentirlo. È la vetta del suo successo ma anche il suo definitivo traguardo.

Sì, come ho scritto credo sia stato il momento di maggior popolarità di Seagal, però bisogna riconoscergli di aver costantemente battuto ogni via possibile ma coerente con il suo personaggio.


Il percorso ecologista mi affascinò. Quanto era autentico e quanto un escamotage?

Fu un tentativo di rinnovarsi, cavalcando un po’ certe mode new age del periodo. Purtroppo il pubblico di questo cinema di azione è molto legato alle impressioni iniziali. Seagal era un duro a tutto tondo e così lo volevano vedere.


Di tutti gli eroi muscolari è quello che fisicamente è invecchiato peggio. Come te lo spieghi?

Beh, forse perché non ha mai fatto del muscolo in sé (come Sly o Arnold) il suo punto di forza. Ancora una volta lo avvicino a certi eroi del passato che si portavano addosso gli anni senza cercare di mascherarli. La “maschera” era il viso e non il corpo. Ecco, magari se avesse trovato qualche sceneggiatura in grado di valorizzare il carisma. Però incerte serie come True Justice si vede il tempo che passa ma ancora il suo personaggio regge bene.


Il 16 giugno ricorreva l’anniversario della scomparsa di Sergio Altieri, un comune carissimo amico e per il mio percorso, anche un maestro. Uomo “contro” per definizione. Ricordo che durante un incontro letterario che organizzai a Pavia, uno spettatore lo interrogò sulla descrizione meticolosa delle armi nei suoi romanzi. Sergio rispose col suo solito garbo che essendo un elemento sostanziale dell’action vanno ben rappresentate. Ma l’interlocutore alludeva alla supposta passione per le armi che a suo dire trapelava dalle storie, tant’è che Altieri ne inventava di sue. Lui rispose che un romanziere aggiunge sempre del suo. Finché davanti all’insistenza, senza scomporsi, rispose di sì e che ne possedeva moltissime. In sostanza lui scriveva di armi come tu scrivi si arti marziali, per la regola che si racconta ciò che si conosce. Ho voluto riportare questo aneddoto (che avvenne in un luogo pubblico alla presenza di spettatori, quindi nulla si privato), innanzi tutto per ricordare assieme a te (il suo Monsone con Kane e Chance Renard l’ho letto una mezza dozzina di volte) questo peso massimo della letteratura action e poi per sapere se avete mai parlato di Seagal…

Sergio è stato indubbiamente il precursore dell’action in Italia. Non credo che senza i suoi romanzi noi (intendo io, Cappi e Nerozzi) avremmo mai potuto pubblicare i romanzi che scriviamo adesso. Riguardo a Seagal non credo gli piacesse molto. Sergio aveva una formazione hollywoodiana classica, aveva lavorato con de Laurentiis, aveva un altro concetto dell’action. Mi disse che aveva faticato a lavorare anche con Lundgren quando avevano realizzato Silent Trigger.

Stefano Di Marino

Vero. Questo particolare lo ricordo anch’io.

Tornando al tema nell’introduzione accenni al fatto che negli anni ottanta insegnavi arti marziali, quale disciplina? Te lo chiedo perché Plus News.it ha una vasta sezione dedicata alle arti marziali e un pubblico molto attento

Ho insegnato Thai boxing e Savate... molti anni fa… ma sono rimasto un praticante onnivoro. oggi ho ripescato il Taiji che pratico dal 1986 e, magari sembra bizzarro, certe cose del Karate.


Fantastico! Dai, non è poi così bizzarro, anche io per motivi diciamo genitoriali ho ripreso a praticare Karate. Il mio primo amore è stato lo Judo.

Davvero? Anche io iniziai con il Judo perché nel 1971 era la cosa più comune e accessibile peri bambini


Anche nel 1980… Grazie Stefano! È stato un piacere.

Grazie, anche per me


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