“The Lord of the Rings – The Rings of Power”: chi mal comincia…

Il metodo è il più vecchio del mondo, e come tutti i meccanismi ben oliati, chi lo utilizza sa di poter scommettere su un risultato sicuro.

Vuoi far parlare di te e del tuo lavoro (anche se magari non ne hai alcun bisogno, visto che per molte ragioni è già assai atteso)? Niente di meglio della polemica, istruita secondo un gioco delle parti che vede in causa due ruoli principali: il finto tonto e l’indignato in servizio permanente effettivo. Di cosa parliamo? Semplice: della nuova serie in preparazione negli studi Amazon, e dedicata al mondo del Signore degli Anelli.


Un’iniziativa, lo si accennava più sopra, che non ha certo necessità di trucchetti per creare hype intorno alla sua realizzazione. Sono almeno vent’anni che il fandom tolkieniano mondiale, dopo un lungo periodo in cui un certo tipo di fantastico era caduto nel dimenticatoio, è sulla cresta dell’onda. I film di Peter Jackson hanno scatenato un’onda lunga che non accenna a scemare, e una nuova generazione di appassionati della Terra di Mezzo è cresciuta in una vera età dell’oro multimediale, con la possibilità di ritrovare l’oggetto del proprio interesse declinato in maniera ubiquitaria (con risultati alterni, ça va sans dire).

Perché dunque interessarsi delle strategie con cui si affaccia sul mercato la nuova serie? Il motivo è di nuovo facile da intuire.

Da qualche anno, la materia tolkieniana è al centro di una vera e propria battaglia di Weltanschauung, capitolo ulteriore dell’antica guerra che anche da noi aveva infiammato la ricezione del lavoro del Professore, che – è noto – è stato prima ignorato, poi osteggiato, infine accettato passivamente da chi non era in grado di accettarne le fondamenta apertamente “non moderne”. Questo, almeno, fino a non molto tempo fa. Da almeno un decennio, infatti, è ripresa una nuova fase, prima sotterranea, poi dichiarata, del conflitto. Sia in Italia (con l’annosa vicenda della nuova, artificiosa, traduzione di Ottavio Fatica) sia all’estero, la creazione tolkieniana è diventata una nuova casamatta da conquistare in termini ideologici. Le praterie di interesse planetario aperte dalla trilogia cinematografica hanno reso impossibile, per alcuni, continuare a disprezzare o disinteressarsi di un luogo della mente che rischiava di restare estraneo a progetti di colonizzazione culturale sempre più spinti. Ecco dunque che, in un’ottica di cosciente e ovviamente negata manipolazione del lascito di Tolkien, ogni prodotto a lui legato è stato progressivamente omogeneizzato, sterilizzato e, ovviamente “reinterpretato”, che nella neolingua attuale significa stravolto per inserirvi significati e significanti tanto contingenti quanto estranei. Cosa di cui già Tolkien era ben consapevole, quando scriveva nel suo saggio sulle fiabe: “La creazione di linguaggi e della mitologia sono attività correlate”.


Ecco il punto: la creazione di una nuova mitologia. Strumentale.

Di tutto ciò, da quanto si può vedere dalle anticipazioni, la serie marcata Amazon pare sarà il nuovo culmine, con l’accentuazione di una sensibilità in tutto e per tutto conforme allo spirito del tempo. Addirittura, c’è chi parla di mostrare, finalmente, lati della Terra di Mezzo che “Tolkien ha dimenticato”(sic!), al netto peraltro del complicato intreccio di diritti acquisiti e concessi che impediscono di utilizzare questa o quella fonte delle varie a disposizione all’interno del corpus tolkieniano.

Affermazioni queste che evidenziano tutta l’arroganza e la mancanza di senso della misura con cui alcuni approcciano una dimensione dell’Immaginario che pure dicono di apprezzare, e che nei fatti rinnegano, giocando con i suoi fondamentali a volte in puro spirito di contraddizione.

E intendiamoci: non si tratta, come alcuni hanno asserito, di lamentarsi di presunte “quote etniche” nel cast o simili facezie. Bensì di constatare l’arbitrarietà con cui il prodotto viene realizzato, e soprattutto come si sia puntato consapevolmente sul rilascio di immagini non a caso deludenti per moltissimi fan tolkieniani, divisive, adatte a far parlare della serie non ancora nata già in tono polemico, quasi si trattasse di un ennesimo “caso”. Ed ecco dunque arrivare i finti tonti e gli indignati di cui sopra: perché non è possibile affermare che le varie preview siano, a seconda dei casi, adatte se piacciono, o troppo poco consistenti in caso contrario. Quanto rilasciato dai produttori, poco o tanto che sia, è da prendersi d’ufficio come certamente valido per esprimere un primo giudizio. Se invece si pensa sia irrilevante, ci sarebbe da chiedersi allora con quale criterio – e sincerità – sia stato diffuso...


Sotto l’egida della “reintepretazione”, insomma, tutto diventa fattibile. Il rispetto dell’autore viene deriso come pratica ottocentesca, parruccona e bigotta. Perché, hey, in fondo si tratta di dettagli, no? Perché prendersela. E, un passo alla volta, un ammiccamento alla volta, ci si allontana sempre di più dalla fonte, fino a giudicarla, come avviene oggi, indegna di essere ripresa così com’è.


Con la speranza di essere smentiti in autunno, quando la serie finalmente andrà in onda, al momento, il sospetto è dunque che qualcuno attui nei confronti di Tolkien come di altri grandi maestri della Fantasia la tattica della terra bruciata: se non può essere “mio”, perché di per sé troppo lontano dalla sensibilità che vorrei esprimere, non sarà neanche tuo, perché tu non possa avere un’oasi dove rifugiarti dalle mie ossessioni. Né uno strumento culturale con cui opporti. Per chi come Tolkien affermava la dignitosa nobiltà dell’ “evasione del prigioniero”, forse, la colpa più grave.

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