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Giampalo Atzeni in mostra al El Castillo di Tenerife. Intervista esclusiva

Aggiornamento: 12 nov 2023


Nata con la Scuola di Piazza del Popolo, che aveva in Schifano, Festa, Angeli, Rotella, Mambor i suoi alfieri, la scena della Pop Art italiana ha saputo ritagliarsi un suo spazio riconosciuto e riconoscibile, capace di aggiornarsi di generazione in generazione. Da Franco Valente e Enrico Manera, eredi della Scuola, a Esteban Villalta Marzi, Giancarlo Montuschi, Giampaolo Atzeni, Angelo Barile, Lidia Bachis, Easypop, Maurizio Rapiti, la Pop Art italiana si è progressivamente emancipata dalle suggestioni statunitensi per divenire personale, ha delineato un suo preciso percorso dialettico ed estetico, culminato nell’affermazione su scala internazionale.

In occasione della sua ultima esposizione, incontriamo Giampaolo Atzeni, fotografo, creativo pubblicitario, scenografo, artista visionario dagli accenti postmodernisti che guarda formalmente alla metafisica e all’illustrazione e che concepite come set teatrali e still life fotografici, crea opere abitate da pin up che ammaliano o come racchiuse in incantesimi, circondate da un gran numero di elementi come tappeti, costellazioni e pesci rossi, stilemi che ne definiscono la cifra e rimandano alle sue molte esistenze, a cominciare dalla Sardegna, sua terra di origine. Attualmente in esposizione a Tenerife con una personale visitabile fino al trenta settembre, lo raggiungiamo per scivolare lungo una di quelle onde che lo hanno reso celebre e seguire il flusso delle sue considerazioni.


Come è stata accolta la mostra?

Molto bene. Sono estremamente soddisfatto di aver potuto realizzare il progetto di portare le mie opere in mostra a Tenerife, in particolare a Puerto de la Cruz, la città dove vivo molti mesi all’anno. Una città che mi ha accolto con benevolenza e simpatia fin dal primo momento e che ha risposto con entusiasmo al mio invito. Una città piccola che vive soprattutto di turismo, ma che si distingue per aver fatto della cultura uno dei cardini della sua attrazione. Desidero ringraziare tutti. A partire dal sindaco Marco Gonzàlez e dall’Amministrazione comunale, che hanno creduto da subito in questo progetto, mettendomi a disposizione il Castillo de San Felipe, uno dei simboli della città, che ha permesso ai miei lavori di essere valorizzati al meglio. Per arrivare al professor Alvaro Ruiz Rodrìguez, titolare della cattedra di Arte Contemporanea dell’Università della Laguna, che ha curato con grande entusiasmo la mostra.


Senso, significato, significante. Raccontacela

Il senso trainante è stato quello di non vivere nella città come “ospite”, continuando a lavorare fuori, ma di entrarci per quello che sono, un artista pop, e, dunque, con le mie opere, molte delle quali, in particolare le ultime, hanno chiari riferimenti a paesaggi, ambienti naturali, opere architettoniche dell’isola di Tenerife e delle Canarie. Riferimenti che hanno molto in comune e una linea di continuità precisa con il mio percorso artistico.

Sono nato in un’isola, la Sardegna, e Tenerife è un’isola: mare, sole, pesci, uccelli, piante ne sono parte integrante, anche se con colori e sfumature diverse. E in queste diverse sfumature ho trovato fonte di nuova ispirazione. Credo che per un artista sia importante aprirsi a nuove esperienze, rischiando anche di non essere compreso. Nel mio caso non è andata così: i risultati di pubblico e di critica sono andati oltre le mie aspettative e ne sono molto orgoglioso. Per questo voglio continuare questo percorso, chiamiamolo di “integrazione”, al fine di arricchire la mia personalità artistica e dare un contributo alla crescita culturale di questa città, che ritengo sia assolutamente pronta per aprirsi ad esperienze internazionali.


Qual è la dimensione della Pop Art europea e quali artisti ritieni siano più significativi?

Credo che l’arte pop sia più viva che mai. È nel suo essere. Ma non è più un movimento, bensì un insieme di espressioni individuali in continuo divenire, contaminate dalla rapida trasformazione della nostra società. Non serve citare i grandi maestri del passato, basti pensare agli street artisti di oggi, come Bansky, Blu e Tvboy, e, in una dimensione che più mi riguarda da vicino, amici con cui condivido modalità di ricerca, come Esteban Villalta Marzi, Giancarlo Montuschi, Roberto Mazzeo, Enrico Manera, erede della scuola romana, e tanti altri.


Se l’estetica della pop art sono la cristallizzazione del fenomeno di costume-sociale e la trasfigurazione dello star system e del consumismo, oggi che prevale l’effetto centrifuga-fast food dei social, la sua funzione ha ancora una ragione di sussistenza?

Assolutamente sì. Se l’arte pop deve rivolgersi a tutti usando un linguaggio accessibile, credo che gli strumenti che si possono usare siano molteplici e anche modificabili nel tempo. Io, personalmente, ho scelto la tela, i colori piatti e accesi, l’ironia e il sogno, e non intendo abbandonare il mio stile, ma ritengo ci siano anche altri modi per comunicare la propria ispirazione artistica. Il fulcro del pop è vivere nel proprio tempo, che non sempre è il migliore o quello che avresti desiderato, e compito dell’artista è trasferire in questo tempo le proprie emozioni, che sono il frutto del proprio bagaglio culturale, ma anche delle sollecitazioni di oggi. In questo senso credo che abbia ancora ragione di esistere. Ah, dimenticavo! Sai che mi piacerebbe fare un murale a Puerto de La Cruz? Ce ne sono tanti e da quando sono arrivato li ho fotografati tutti, rimanendone affascinato.


Alcuni giorni fa Andrea Iervolino ha puntato l’indice sul movimento cinematografico italiano, restituendone un’immagine da periferia. Tu che se un’artista di profilo internazionale, che consiglio ti senti di dare agli attori-attrici locali per emergere?

Non voglio entrare nella polemica Iervolino-Favino, anche se non ritengo che il mondo della cinematografia italiana sia tutto “da periferia” e non mi piace, in generale, l’atteggiamento di chi sembra godere nel denigrare e distruggere il nostro Paese. Proprio perché io sono un artista internazionale, so quanto sia difficile affermarsi all’estero. Non basta essere bravi, né determinati. Intervengono molti altri fattori. Il mio consiglio è rimanere attaccato alla propria terra, alla nostra cultura e alle nostre tradizioni, che sono un patrimonio ineguagliabile, ed essere aperti ad esplorare nuovi mondi, rischiando e sapendo anche che si può fallire. In un mondo globale quale quello di oggi credo sia impossibile chiudersi nei propri confini, siano essi fisici o culturali, ma è importante mantenere sempre la propria identità o, se vuoi, il proprio orgoglio. Certe diatribe, perdonami, mi sembra appartengano a generazioni oramai passate. Ho molta fiducia nei giovani.



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