Giorno del Ricordo. Per non dimenticare le Foibe

Aggiornamento: 21 feb

Dal 2005 ogni 10 febbraio in Italia si celebra il Giorno del Ricordo, sulla base di una legge promulgata il 30 marzo 2004 dal Governo Berlusconi, e votata all’epoca da tutti partiti, tranne pochi voti contrari (15) di Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani. Nel 2022 quindi sono 18 anni che si celebra questo evento, che vuole riportare all’attenzione della società italiana due eventi storicamente inoppugnabili accaduti dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale: A – le Foibe, ossia una campagna di uccisioni di italiani da parte delle formazioni militari dei combattenti Titini nella Slovenia e in almeno due casi anche in Italia tra il 1943 e il 1945; B – l’esodo forzato della comunità italiana residente in Istria, che fu obbligato a lasciare ogni bene, e ad espatriare in Italia in quanto “indesiderabili” (circa 350.000 esuli).


Dal 1946 fino a tutti gli anni ’90 le Foibe e l’esodo dei Giuliano-dalmati erano un argomento tabù per la storiografia e la politica italiana. In pratica la cultura ufficiale negava tutto. Non era mai stato ucciso nessuno che non se lo fosse meritato (al massimo qualche decina di collaborazionisti fascisti), e chi aveva lasciato l’Istria ed era venuto in Italia l’aveva fatto di sua spontanea volontà. Perché questo? Per una serie di motivi legati al clima politico dell’epoca, e alla situazione della cultura ufficiale italiana. Il PCI aveva applicato con perfetta strategia politica quella che Gramsci aveva teorizzato come Egemonia culturale e in modo lento e sotterraneo negli anni ’50 e ’60, e poi in modo più plateale a partire dal ’68 fino a tutti gli anni ’90, la cultura, la cinematografia, la letteratura, la ricerca storica che voleva godere di una autorevolezza col pubblico doveva rientrare in questa Egemonia Culturale. Solo così si spiegano ad esempio, l’ostracismo e le critiche ingenerose che dovette subire uno storico di valore assoluto come Renzo De Felice quando provò a proporre chiavi di lettura diverse sul fascismo. Le Foibe, essendo atti omicidi commessi da truppe paramilitari titine, ossia i comunisti guidati da Tito che avevano liberato la Jugoslavia, non potevano essere discusse, perché avrebbe voluto dire ammettere che anche i liberatori partigiani (di un altro paese, ma sempre partigiani) avevano ucciso a sangue freddo civili innocenti, durante e dopo la fine della guerra.


Chi di voi si ricorda Il Grande Uno Rosso, film di guerra di Samuel Fuller del 1980, protagonista Lee Marvin? Il film parla di una gruppo di soldati USA nella seconda guerra mondiale. Nel corso della vicenda i soldati scoprono l’esistenza dei campi di concentramento. A quel punto incontrano un tedesco, e il personaggio di Lee Marvin, furioso per quel che ha visto, lo colpisce. Sono in guerra, lui è un nemico, e quindi Marvin ha il “diritto” di ucciderlo. Ma i soldati informano Marvin che la guerra era finita quattro ore prima. A quel punto Lee Marvin fa di tutto per salvare il tedesco pugnalato. Se morisse adesso non sarebbe più un’uccisione giustificabile, ma un puro e semplice omicidio.

Ecco. Le Foibe sono state questo. Non atti di guerra, ma omicidi puri e semplici, compiuti con l’obiettivo chiaro di eliminare gli italiani dalla parte slovena dell’Istria, così da “purificarla”. La “purificazione” dell’Istria oltre che dalla Foibe passò anche per l’espulsione di chi era vivo, cosicché che l’Istria diventasse “non italiana”.

Nel Friuli Venezia Giulia le Foibe sono ancora un tema vivissimo, non una curiosità storica, e una politica che per oltre sessant’anni ha preferito stendere un velo ipocrita sulla questione per non irritare prima Tito e poi la Jugoslavia, agli occhi di chi viveva in quei luoghi aveva perso la dignità.


Ma perché non si voleva irritare Tito? Semplice. Perché nel 1948 Tito aveva rotto con Mosca, e nel 1961, con l’India e l’Egitto aveva formato la coalizione dei Paesi Non Allineati, ipotizzando una terza via tra Occidente e Blocco Sovietico. Ecco quindi che l’Italia, vicina più prossima alla Iugoslavia, per motivi di geopolitica e strategia globale, non aveva nessun interesse a stuzzicare Tito riaprendo il tema della Foibe, chiedendo ragione degli omicidi e delle stragi. Gli Infoibati erano da considerare danni collaterali del grande gioco che si stava sviluppando tra Occidente e Oriente. Idem per gli esuli istriani. A chi chiedeva giustizia per un esilio forzato che aveva costretto alla miseria, la vulgata ufficiale era che si trattava di “ricchi collaborazionisti fascisti, che avevano dovuto abbandonare ricchezze strappate al popolo. Nessuno di cui doversi commuovere”. Esattamente quello che si sentirono rinfacciare nel 1962 i francesi costretti ad abbandonare l’Algeria dopo che De Gaulle a sorpresa concesse l’indipendenza alla colonia francese, i famosi pieds-noirs etichettati dalla sinistra francese comunista e socialista come “sfruttatori degli arabi, razzisti e indegni di ricevere asilo”.

Nel 2004, come dicevamo, il governo italiano, dopo anni di richieste in tal senso, decise di istituire un Giorno del Ricordo, per rendere finalmente la dignità a chi era stata strappata, e ricordare le vittime. Chiariamo una cosa: Il giorno del Ricordo non è in contrapposizione alla Giornata della Memoria. Solo qualcuno in malafede potrebbe pensare che si possano usare in modo ideologico le tragedie per sostenere la mia o la tua fazione. Il ricordo, la memoria, sono valori civili trasversali, che hanno una funzione educativa ed edificante a prescindere da destre o sinistre. Ricordare è il contrario di dimenticare, e una società che dimentica le tragedie della propria storia non solo è condannata a ripeterle, ma la cosa più triste è che non si rende nemmeno conto di farlo. La memoria è la capacità di mettere in fila in modo ordinato le singole esperienze che compongono una vita, una storia. Avere memoria significa vivere nel tempo e vivere IL tempo, il tempo della propria vita, riuscendo a mettere in relazione gli eventi, cogliendo la linea che unisce i punti, dando un senso a ciò che potrebbe sembrarne privo. Ricordo e Memoria, allora non sono avversari. Ricordare le Foibe e fare Memoria dell’Olocausto sono due modi complementari per tenere in vita la speranza, la certezza che esista un senso a questo nostro vagare nella storia.

Ricordare le vittime è un dovere civile, prima ancora che etico o religioso, perché non esistono vittime di serie A o di serie B, vittime di sinistra o vittime di destra. Le vittime sono tutte uguali. I carnefici possono essere diversi, ma i morti sono identici. Persone che erano vive, e a cui qualcuno ha strappato la vita per dimostrare di poterlo fare, perché voleva imporre un suo credo, perché voleva uno stato senza nemici, o perchè voleva solo sfogare la rabbia che aveva dentro.


Il 10 febbraio ricordiamo chi fu gettato nelle Foibe a morire perché per troppi, troppi, triopi, troppi anni, a chi cercava di ricordarli qualcuno diceva “Zitto, non ci disturbare! Il tuo ricordo ci dà fastidio. Non hai diritto di fare memoria. Dimentica!

Ostinatamente qualcuno si è rifiutato di dimenticare. E ha avuto ragione.

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