LA LUNGA ATTESA DIETRO AL SIPARIO PER UNO SPETTACOLO IN “LEGGERO RITARDO”

“Aprono, non aprono... aprono, non aprono... aprono, non aprono?” Ho in mente da un po’ di tempo questa immagine: noi attori tristi e destabilizzati che sfogliamo margherite in attesa di capire quale sarà il destino dei teatri, che, di conseguenza, è anche il nostro destino! Ora però, volendo trasformare questa immagine legata ad un momento così buio, sia per chi lo fa il teatro che per chi lo ama da spettatore (perché credetemi gli amanti del teatro esistono ancora), mi è balenata in mente un’altra immagine più rosea ed ottimistica che vorrei condividere con voi.

Ho immaginato, infatti, un enorme teatro in grado di contenere tutti gli attori Italiani, radunati, vestiti truccati e pronti per una fantastica messinscena! Tutti dietro ad un sipario rosso, gigantesco, che si innalza al cielo superando la graticcia, il soffitto, le nuvole... insomma un sipario infinito, ma ancora chiuso. Poi ho visto noi attori, tutti lì dietro a passeggiare, a concentrarci, a ripassare la parte esattamente come si fa di solito prima del CHI È DI SCENA, la frase magica che da inizio allo spettacolo! Poi inizio ad immaginare tutti gli stati d’animo e le emozioni degli artisti prima della replica: C’è chi spia aprendo leggermente e di nascosto un pezzo di sipario, cercando di vedere quanta gente è entrata, quanta ne sta entrando e quanta ne entrerà! Apro una piccola parentesi a proposito di questo gesto: infatti dovete sapere, amici lettori, che questo gesto si fa solitamente di nascosto in quanto viene considerato da GUITTI! Io confesso che lo faccio sempre, è quasi un gesto apotropaico per me perché mi tranquillizza e mi porta fortuna!


Dunque sarò anche considerata Guitta, ma adoro spiare le persone che hanno deciso di uscire di casa per venirci a vedere. Essi ci hanno scelto, hanno affrontato il traffico, la ricerca di un difficilissimo parcheggio ed hanno pagato un biglietto per venire da noi... io se potessi, non solo li vorrei guardare in faccia tutti questi esseri meravigliosi e coraggiosi, ma fosse per me scenderei e me li abbraccerei uno ad uno; poiché so bene che non si può fare, mi limito a sbirciare da dietro al sipario in attesa dei CINQUE MINUTI, avviso che il direttore di scena dà agli attori immediatamente prima del CHI È DI SCENA!

Tornando al mio sogno ad occhi aperti, vedo l’attore che si concentra in un angolo nascosto per non essere disturbato da nessuno, l’attrice che si scalda la voce, quella che ancora deve vestirsi perché dedica molto tempo al trucco, l’attore che deve scappare in bagno un minuto prima di entrare in scena, c’è chi ripete la parte e costringe l’attor buono della compagnia ad ascoltarlo e a ripetere con lui, c’è chi mangia e beve tranquillamente come se non provasse alcuna ansia da palcoscenico e beato lui aggiungerei, c’è chi si imbottisce di medicinali per la gola, chi fa stretching, chi rincorre la sarta, chi il direttore di scena, chi cerca campo per mandare messaggi, chi si rilassa dormendo anche per poco tempo, chi non fa che ripetere che non sa la parte (di solito sono quelli che poi si rivelano i migliori in campo), insomma c’è tutta questa bellissima emotività dietro ad un sipario chiuso prima di uno spettacolo... anzi c’era! Non è vero, c’è ancora nella mia fantastica messinscena fatta da tutti gli attori Italiani su questo enorme palco immaginario!


Lasciatemi credere che ci sia stato solo un problema tecnico, di quelli che costringono il direttore di scena ad avvisare il pubblico di avere un po’ di pazienza perché “stiamo risolvendo”, di quelli che invitano il pubblico ad applaudire per non farci sentire in colpa, di quelli che alla fine lo spettacolo sarà ancora più bello perché gli attori stessi daranno il loro meglio per far dimenticare a tutti l’inconveniente iniziale, di quelli che... insomma, signore e signori, restate con noi perché prima o poi il sipario si aprirà, siamo solo in leggero ritardo, ma quando si aprirà... non ve ne pentirete!

A tal proposito ho voluto raccogliere i pensieri di alcuni miei colleghi, immaginandoli dietro

al magico sipario insieme a me, il primo è un attore di straordinario talento ed infinita delicatezza Angelo Orlando al quale faccio subito la prima domanda:

Angelo, tu che attore sei dietro le quinte prima di uno spettacolo?

Cara Chicca, ti dico. L’ultimo spettacolo che ho fatto a teatro come attore è stato a novembre 2015. Già cinque anni e qualcosa. Poi ho lavorato solo al cinema e ho passato gli anni a scrivere per aggiornare le varie sceneggiature, scrivere nuovi testi, ampliare dossier, allargare le motivazioni artistiche e culturali che i vari bandi per i finanziamenti ti chiedono. Il lavoro di scrittore assomiglia moltissimo a quello dell’attore. La scrittura è un muscolo che va allenato ogni giorno. Anche l’attore ha bisogno di questo allenamento. Noi attori diciamo sempre che il nostro vero lavoro è quando non siamo in scena. Quando sei in scena e sei coinvolto in un film o in uno spettacolo non è lavoro: è la nostra dimensione naturale. Quando non lavoriamo, in realtà lavoriamo per arginare l’energia. Un artista (scrivere o recitare è la stessa cosa) ha bisogno di liberare energia, altrimenti si creano i blocchi. I blocchi sono terribili. I blocchi ti creano malessere, cattivo umore, apatia, non si ha voglia di far niente, ci si rifugia nei vizi che aumentano, le compulsioni, le paure, i dubbi, le angosce, le ansie, le insonnie, tutto questo terremoto interiore, è provocato dai blocchi del non lasciar uscire energia creativa. È come un fiume che viene alimentato da continue piogge e che alla fine straripa. Questo i razionali, coloro a cui la pineale è compromessa, i ragionieri della mente, come fuochisti a riposo, sporchi di carbone, con la faccia vuota e senza più sorriso, non lo potranno mai capire. Non lo capivano prima, ma ora, in questo periodo storico, in cui la maggior parte di noi, della brigata della speranza in croce, non ha più questa possibilità di esprimersi e di essere una flebile luce per gli aspiranti atrofizzati dell’anima, non lo possono neanche arrivare a percepire con quelle semplici domande a sé stessi: “Ma se la vita non finisse con la fine del corpo?

E se l’organismo umano contenesse la medicina? E perché ho paura?

E chi ero io prima di essere io? È questo il messaggio dell’attore. E noi attori lo abbiamo sempre saputo il motivo per cui abbiamo deciso di essere attori, strumenti di un cantastorie invisibile ma presente.

Oggi giorno, ha vinto la paura, la gente ora pende dalle labbra di un’informazione monca che tende ad amplificare questa paura. È normale. È quello che le Sacre Scritture induiste chiamano: Kali Yuga, cioè un periodo oscuro, caratterizzato da numerosi conflitti e un propagarsi di ignoranza spirituale. È normale, ma aggiungo anche che è bello e anche eccitante, sentirsi nel mezzo di questo periodo. Cara Francesca, rispondendo alla tua prima domanda, ti dico, che io mi identifico un po’ tutte quelle caratteristiche di attori che hai descritto. Li contengo tutti. Li porto dentro di me perché li conosco uno ad uno e li porto dentro di me. Quello che ancora non si riesce a contenere, ma è sempre per colpa della paura, è il ricordo di ciò che davvero è l’essere umano.

L’artista, lo spirito creativo e libero non ha pace. Prima o poi si stancherà di sbirciare nel tempio dell’ignoranza e sarà il virus di questa paura imperante. Le stelle non si sono spente.

È solo che è sempre più buio appena prima dell’alba. Sarà ancora sipario.

Saranno ancora applausi.


Tu sei lo psicologo delle donne protagonista nel film che abbiamo girato insieme

“DOLCEMENTE COMPLICATE” per la regia di Angelo Frezza e Rosario Petix.

Nella vita ti senti vicino alle donne? Hai qualcosa in comune con il tuo personaggio?

Sono cresciuto con mia madre, mia nonna e mia zia, poi ero già grande e ho capito di aver avuto un’educazione femminile troppo tardi per poter sfuggire al potere femminile.

Le donne mi seducono sempre ma nello stesso tempo, sento che c’è ancora qualcosa che sfugge. Bisogna sempre guardarsi allo specchio e cercare di vedere al di là dell’immagine il proprio opposto. Il fatto che l’uomo sia considerato più razionale, più intellettuale della donna non vuol dire che l’intelletto sia un principio maschile. Dal punto di vista dell’anima, l’uomo è femminile. La donna, in quanto femmina, nel mondo ultrasensibile della percezione, dell’intuizione, è attiva, cioè è maschile. Il personaggio di “Dolcemente Complicate” è al confine. Ha perso l’amore della sua vita e sta cercando di razionalizzare questa perdita.

Sta cercando di aprirsi, cioè di ricevere ed essere penetrato dalla comprensione.

Sta usando il potere femminile dell’intelletto. L’intelligenza è il lato femminile del nostro

staff celeste: le nostre guide interiori, gli angeli custodi, gli spiritelli, i folletti e tutto il resto.

Lo psicologo del film si lascerà guidare dall’intuizione e avrà un cambiamento solo quando sarà fecondato dalla libera immaginazione guidata dal cuore. È il cuore sempre che deve aprirsi all’immaginazione, altrimenti, anche se ricchi, famosi e attori mainstream, saremo sempre infelici perché saremo sterili.


Hai appena girato UMAMI il Quinto sapore. Mi viene spontaneo chiederti: che retrogusto ti ha lasciato al palato questo film? Retrogusto Umami: né dolce, né salato, né amaro, né aspro. L’umami è il sapore della felicità. Sono un fan della felicità.

Ringrazio Angelo e passo ad un meraviglioso attore, da cui ho cercato di rubare arte e poesia

Che in lui sono innate, si tratta di Nicola Pistoia

Nicola cosa fa prima di andare in scena?

Io sono uno di quelli che resta in camerino, con la testa appoggiata sul tavolo, davanti allo

Specchio e mi rilasso… mi distendo, perché non mi va di fare lo spettacolo; mi abbandono

alla noia, al sonno, ma non mi addormento!

Hai questa sensazione di noia e poi sali lì sopra e ci regali delle performance

da antologia del teatro, deve essere il tuo modo di concentrarti evidentemente. Un tuo pensiero sul momento critico che stiamo attraversando?

Il momento è pesante, pesantissimo. Il soffitto della grotta si abbassa sempre di più, cerco di

puntellare questa grotta, ma il peso è troppo e i puntellamenti cedono, speriamo di essere

salvati in tempo!

Grazie anche a Nicola Pistoia e ora un amico fraterno, attore straordinario e adorabile collega: Marco Simeoli

Marco, che attore sei dietro le quinte prima dell’apertura del sipario?

Sono di quelli che …invece di recitare Cechov, come ho fatto per tanti anni dopo averlo portato al mio provino più importante, stanno sempre con una margherita in mano la sfogliano con la stessa ansia e preoccupazione di Treplev (del Gabbiano). ma con un finale assolutamente diverso… lui è un personaggio scuro, pessimista, in lotta con tutto e quindi sfogliando dice. “M’ama non m’ama m’ama non m’ama m’ama…" ed arriva ad un finale doloroso ovvero che la madre non l’ama! Io non sono Treplev, almeno cerco sempre disperatamente di fuggire da quello stato d’animo e, quindi, sfogliando la mia margherita dico: “non apre, apre, non apre, apre non apre…”


E secondo te riaprirà?

Ebbene sì, il nostro amato teatro, la nostra madre putativa, apre o almeno aprirà e di questo ne sono fermamente sicuro. In attesa dell’alzata di un sipario mi avvio nei campi a prendere

un’altra margherita…

Ringrazio anche Marco e concludo chiedendo anche il pensiero di chi inizia ora, come la

giovanissima attrice siciliana Giulia Guastella classe 1996, che ha studiato tanto e continua a

studiare, infatti attualmente frequenta L’Accademia di alta formazione artistica “Officina Pier Paolo Pasolini” a Roma.


Chiedo a Giulia:

Tu che fai prima del chi è di scena?

Eccomi qui, guitta per eccellenza, insaziabile spiona, di quelle che anche se il sipario non si

apre al centro, ma di lato, riesce a trovare quel buchino impercettibile dal quale con

un occhio chiuso e uno aperto, con la tua spalla che ti sorregge, si riesce a vedere la luce.

Quella luce calda e rassicurante che ti sembra un bagliore inaspettato, che ti emoziona, che ti gasa a tal punto da volerli abbracciare tutti, anche se sono 10 spettatori, non importa, l’importante è che ci siano. Loro, in carne ed ossa, vivi, un calore che nessuno schermo può restituirci. Lì inizia la danza, quella danza irrefrenabile che mi porta dal camerino al palco, dal bagno, allo specchio, dal corridoio di nuovo al camerino. Un ritmo che alterna la voglia di scambiarti la battuta con il compagno di scena, fino al rinchiudermi in un angolino nascosto a concentrarmi e a non voler vedere neanche me stessa allo specchio.

LA MEZZA: io con la matita per gli occhi in mano che mi ripeto incessantemente come sia

possibile che riesco sempre ad arrivare all’ultimo secondo; finisco di truccarmi

scompostamente ed inizio a fare un ripasso degli oggetti di scena di mio uso e dei costumi

da cambiare. “Ballo della macarena”: inizio a toccarmi ogni parte del corpo per vedere cosa sto dimenticando, ecco, il reggiseno lo sapevo, adesso devo spogliarmi tutta, dannazione, ma poi, il colpo di genio: il microfono. Ecco che bussa il fonico ed io, come la miglior guitta del

mondo, faccio finta di essermi ricordata perfettamente di mettermi camicia e giacca

alla fine per farmi posizionare in maniera corretta il microfono.

UN QUARTO: (s)concentrazione. Un continuo susseguirsi di stretching, esercizi

per la voce, monologhi interiori, sguardi motivazionali allo specchio, concentrazione, risate

sconclusionate con il compagno di scena per esorcizzare ogni paura, risate, silenzi,

concentrazione; adrenalina pura, purissima da assaporare e bere fino all’ultimo goccio come

un bicchiere d’acqua dopo una camminata nel mezzo del deserto più afoso della terra. Pura vita, di quella che ti fa sentire il cuore in gola e il sangue scorrere nelle vene.

È in quel preciso istante che capisci di essere vivo, di avere un motivo per vivere.

CHI È DI SCENA: vuoto. Non trovo le parole per descrivere quella sensazione di caduta libera

verso il paradiso o l’inferno, pochissimi millesimali secondi di spegnimento, di abbandono

totale, di puro nonsenso, di un pienissimo e significante vuoto.

Da lì la magia, quella fusione poetica di adrenalina, ansia, vuoto, paura, emozione, risate, ballo della macarena e concentrazione. Di questo non voglio scriverne, perché voglio ricordare a tutti che si deve vivere, basta parlarne! Sentirne il ricordo, descriverlo, BASTA!

Per godere del risultato di tutte le emozioni di questi attori, per vivere lo Show, per essere

i privilegiati di una serata che non sarà MAI e poi MAI uguale alla successiva, l’immenso

sipario dell’arte DEVE APRIRSI!

Il sogno interrotto! Può essere definita così la sensazione di chi muove i primi

passi in un mestiere già difficile di suo e dal futuro incerto?

Avevo appena compiuto 23 anni agli albori della pandemia e adesso ne ho 24, ma come mi

ricordano i migliori ottimisti, vado per i 25. Sentire il peso di averne persi quasi 2 in pandemia

non è semplice. Avere il sogno di fare l’attrice in un paese in cui per 365 giorni i teatri sono

stati dimenticati è un’utopia.

Grazie anche a Giulia e speriamo davvero che il mio sipario immaginario si possa riaprire al suono meraviglioso di un “CHI È DI SCENA!”

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