Cinema - Quanto ci manca Sergio Leone

Aggiornato il: mar 23



Il tre gennaio scorso ricorreva il novantesimo compleanno di Sergio Leone, scomparso prematuramente trentadue anni fa, il suo lascito è ancora oggi talmente ricco e ricorrente nel cinema contemporaneo che sembra essere più vivo che mai.


Tra i cineasti italiani della sua epoca, Sergio Leone è quello che segna significativamente la fase centrale del cinema italiano del 900 e con essa, pone simbolicamente il sigillo sul declino e la conclusione di quella narrazione cinematografica, di volta in volta romantica, esaltante e disincantata che fu per lungo tempo patrimonio culturale italiano, e architrave alla cifra stilistica dell'artista, certificandone al contempo la natura dell'uomo: l'avventura. Personaggio complesso, Sergio Leone. Gli aneddoti lo ritraggono come uomo schivo, forastico, spigoloso, caustico. E sognatore. Caratteristiche che orienteranno in modo assoluto le sue storie, atmosfere e topos cinematografici, così come sublimano le personalità dei suoi eroi, anti eroi e fuorilegge. Dopo opere come Per un pugno di dollari e i successivi due, Per qualche dollaro in più (1965), e Il buono, il brutto e il cattivo (1966), che compongono la trilogia del dollaro, e capolavori più maturi come C'era una volta il West (1969) e C'era una volta in America (1984), il cinema italiano ed internazionale guarderanno senza eccezioni a Leone e al suo manipolo d'avventurieri, rivoluzionari ed eroi, nonché al suo mondo, autentica fuga immaginaria e meta ultima per liberi pensatori e per gli ultimi uomini liberi.

Sì, il cinema lo cercherà molto, spesso citandolo (Scorsese, Tarantino, De Palma, Carpenter), quasi sempre riprendendone pedissequamente l'estetica e la forma. Raramente la sua poetica, insieme romantica e nichilsta, che ha al suo centro quella personale visione dell'eroe. E poco importa se i suoi, siano eroi dalla faccia sporca o dagli ideali discutibili. Leone ha rappresentato al meglio l''individualismo come ideale, laddove un uomo da solo può trovare dentro se stesso la forza per sopravvivere, per emergere, per sottrarsi a destini apparentemente già segnati.


L'autore de Il Colosso di Rodi, nel suo guardare ad ogni latitudine, all'ovest ed insieme all’est, fino al Giappone di Akira Kurosawa, ha raccontato la più vera rappresentazione dell'essenza dell'italiano: la capacità di trovare dentro se stessi ed individualmente la forza di risollevarsi, di reagire, di battersi per i propri ideali fino all'ultimo respiro. Non sempre compreso dalla critica italiana, che con miopia ne denunciava l'eccessiva rappresentazione della violenza nonché la visione politica, trova nel pubblico quel consenso che le sue storie meritavano. A ragione di ciò, sia sufficiente ricordare che nella stagione 1966-67, Il Buono il Brutto e il Cattivo, incassò più di 3 miliardi di lire. In questo film vanno in larga misura a maturazione l’intera gamma di quei prodomi che disseminati lungo Per un pugno di dollari, diverranno gli stilemi del suo cinema a cominciare dai titoli di testa che ammiccano al linguaggio pubblicitario, e all’uso del fumetto, sia per le inquadrature che per la definizione dei personaggi e delle scritte onomatopeiche in sovrimpressione. Un amalgama pop che farà scuola.


Da un punto di vista registico e testuale, Leone affermò uno stile che seppure partendo da John Ford per l’abbondanza di campi lunghissimi, ristrutturò e decodificò il western moderno attraverso l'introduzione di una serie di innovazioni, come quei dialoghi essenziali e criptici alternati a lunghi silenzi carichi d'elettricità alimentati dall'insistito ricorso ai primissimi piani, via via strettissimi fino ad incasellarne unicamente gli occhi; enfatizzò, attraverso accelerazioni e rallentamenti di macchina, il punto di vista dei personaggi e dunque degli spettatori. Nel suo personalissimo impianto narrativo le vicende si aprono trasferendo lo spettatore direttamente all'interno dell'azione, le storie sono avvolte in un aurea di mistero entro i cui confini poco o nulla è svelato. Solo certi flashback gradualmente diradano la coltre, consentendo allo spettatore di far suoi i fatali antefatti all'origine della storia, che quasi sempre ruota sull'archetipo della vendetta.

Riscrisse la geografia. Sul fronte della messa in scena spostò i confini della Frontiera sempre più a sud, a ridosso del Nuovo Messico collocandovi, seguendo in parte la lezione dello Sturges de I Magnifici Sette, i messicani in luogo dei nativi americani. Molte le ragioni che sottendono alla medesima intuizione: da un lato le esigenze di budget, allestire un villaggio di peones ha costi decisamente più abbordabili di una tribù di pellerossa, non di meno al netto dei risvolti pratici, Leone coi suoi banditi, ritornava evocativamente al nostro cinema banditesco. Seppure trasfigurati, ricollocava al centro della scena i briganti che imperversavano nelle campagne intorno alle città italiane. La storia del fuorilegge segue tracciati non dissimili. Linee del destino che si diramano in solchi che hanno a che fare con l’ingiustizia sociale, la prepotenza del forte sul debole, la clandestinità, l’insurrezione.

Non da ultimo, conferì all'accompagnamento musicale una nuova veste. Grazie a questa intuizione combinata al genio compositivo di Ennio Morricone, scomparso lo scorso luglio, la colonna sonora diviene quasi un personaggio. Il suo cinema, così diverso per gli italiani come pure per gli americani, non tardò a divenire scuola dando il via al proliferare di film di pistoleri e di quel genere definito senza troppi riguardi Spaghetti western. Così sulla scia del Monco e del Colonnello, arrivano Sartana, Django, Ringo e una serie pressochè infinita di sceriffi, cacciatori di taglie, cow boys e giocatori d'azzardo. Nella manciata di pochi anni il rinnovamento avviato da Leone diviene terreno fertile per l’ espressione di grandi maestri del genere come Bruno Corbucci (Django), Tonino Valeri (Una ragione per vivere e una per morire, I giorni dell’ira), Italo Zingarelli (Un esercito di 5 uomini), Duccio Tessari (Una pistola per Ringo), Damiano Damiani (Quién sabe), Lucio Fulci (Sella dargento), Michele Lupo (California), così come nella proliferazione di set, tra l’Abruzzo e il deserto dell’Armeria, v’è spazio anche per onesti e più che onesti mestieranti come Enzo C. Castellari e Giuliano Carmineo, che fu in grado di portare sullo schermo quel piccolo gioiello di Sono Sartana, il vostro becchino o anche, in grado di attirare registi del calibro di Terence Young che realizzò Sole rosso. Quello che è meglio sopravvissuto a quella stagione è Trinità. Ideato da E.B. Clucher nel leggendario Lo chiamavano Trinità, del quale si festeggia in questi giorni il cinquantesimo anno dall’uscita nelle sale e di cui parleremo in un altro momento, Trinità è il prototipo del pistolero menaccione, scanzonato e insuperabile, incarnato alla perfezione da Terence Hill, per il quale proprio Leone scriverà e produrrà Un genio, due compari e un pollo (1975), firmato da Damiano Damiani, di cui si riservò di dirigere alcune scene, preceduto da Il mio nome è Nessuno creato assieme a Tonino Valeri e interpretato con l'altro attore Leoniano per eccellenza: Henry Fonda.

La storia con Fonda è una delle pagine più avvincenti della carriera del cineasta romano che s'incrocia fatalmente con quella di Van Cleef. Alla fine degli anni cinquanta, quest'ultimo si ritirò dal cinema per intraprendere la carriera di pittore. Fu Sergio Leone a rilanciarlo in Per qualche dollaro in più(1965) col ruolo del colonnello Douglas Mortimer, forse la sua più memorabile interpretazione. Per quella parte, il regista aveva pensato a Henry Fonda, ma il compenso del celebre divo americano era spropositato per le finanze della produzione, così il cineasta si ricordò di quest'attore dal viso affilato come una lama, lo raggiunse in America e lo persuase ad accettare. Facendo le fortune di entrambi. Il cinema era talmente distante dagli interessi dell'attore al punto che si dice che quando Leone gli propose un appuntamento, Van Cleef pensò che fosse intenzionato ad acquistare un quadro! Con Leone tornerà a collaborare l'anno successivo ne Il buono, il brutto e il cattivo; col ruolo di Sentenza nel terzo capitolo della trilogia del Dollaro. Come sappiamo, il regista dirigerà poi Fonda in quell'opera fondamentale della storia del cinema che è C'era una volta il West. Vale sempre la pena di vederlo una volta di più. Il film che segnò la frattura tra Leone ed Eastwood ricomposta solo pochi anni prima della scomparsa del cineasta. Quasi un remake in grande, grandissimo stile di Per qualche dollaro in più e Il Buono il Brutto e il cattivo. Un cattivo senza rimorsi; un eroe enigmatico seppure più ciarliero del Monco ed ugualmente implacabile nel perseguire la sua vendetta; un furfante veloce di lingua e di pistola. I fantasmi del passato che inesorabilmente ritornano. La vendetta come archetipo da esplorare in profondità. E quella manciata di elementi che fanno di C'era una volta il West una preziosa pagina del cinema di ogni tempo.

La presenza di Henry Fonda ostinatamente, estenuantemente inseguito per anni da Leone in un ruolo tagliato su misura per esaltarne un'interpretazione misurata, quasi asciutta eppure veemente. Inconsueta quanto perfetta. E così l'eroe giusto, politicamente corretto di un'infinità di memorabili pellicole ( mi viene in mente La parola ai giurati ma una qualsiasi va bene), torna al ruolo di fuorilegge già interpretato nel romantico Jess il bandito in cui era Frank James. Ma appunto, uguale solo nel nome, "Frank", per il resto un "carattere" lontanissimo da quello reso nella pellicola che alimentò il mito di Tyrone Power. Spietato, uccide a sangue freddo uomini, donne e bambini. Definito da una traccia di sadismo più rarefatta di quanto non fosse l'Indio, più vicina a Sentenza e da una sensualità da rettile del deserto. E il deserto è l'altro elemento che porta quel senso di vastità e magnificenza come solo le lande desolate, spezzate dai canyon sanno dare ad un film western. Grandezza che pervade tutto il film, si pensi solo alla quantità di maestranze e di controfigure sul set. E il deserto, con Leone come con Ford, non è solo sfondo ma interprete, omaggiato con grandi panoramiche, fotografia abbacinante, campi lunghi affinché ci arrivi in tutta la sua vastità. Il deserto è tagliato in due dalla ferrovia che corre verso ovest sulle spalle di cinesi, bianchi, messicani, pellerossa. Non ci sono distinzioni nella disperazione. C'è però un saloon dove coesistono pistoleri in disarmo, avventurieri, minatori. Tutta la varia umanità del west. L'ambiente è in penombra ( la cantina nel deserto di Tatooine di Lucas, la città al letame di Mad Max oltre la sfera del tuono. Quanto ha girato il cinema di Leone), come lo sono le loro anime. Poche donne, anzi nessuna. O quasi. La Cardinale come non s'era mai vista. Spregiudicata. Donna in un universo muscolare. Risoluta e moderna. Leone non lo dice ma la vera protagonista è lei. Verrà poi la Mc Govern di C'era una volta in America. Dovrebbe riprenderne l'idea. Ma sarà a corto di fascino e con qualche chilo di troppo. Nel saloon s'incrociano i destini dell'ex sgualdrina di New Orleans in viaggio per sposarsi e voltare pagina, di un meticcio con gli occhi da gatto di Charles Bronson, che suona l'armonica a bocca e di un ammaccatissimo capobanda di banditi, Cheyenne, interpretato da Jason Robards. Tre vite più una, quella dell’assassino Fonda si incrociano come treni i cui binari hanno gli scambi che si sovrappongono mentre intorno a loro la frontiera si popola. E se arriva la civiltà, arrivano progresso e futuro, non è più tempo per banditi a cavallo. Come raccontava dolentemente, solennemente, epicamente Sergio Leone. Il tramonto del pistolero all’alba della modernità avrà ne Il mucchio selvaggio di Peckimpah, il suo ideale seguito, e a cui si ricongiungerà proprio con Il mio nome è Nessuno, mentre infinite sono le pellicole epigone o che a lui guardano in modo più o meno diretto.

Ne segnaliamo alcune: Ancora Vivo, di Walter Hill, trasposizione-omaggio a Leone-Kurosawa d’ambientazione gangster, con Bruce Willis; Fino all’inferno. Action visionario e di notevole impatto, firmato da John G. Avildsen, interpretato da Jean Claude van Damme, Danny Trejo, Pat Morita e Vincent Schiavelli. Il buono, il matto, il cattivo; rispettoso e godibilissimo western manciuriano diretto da Kim Ji-woon nel solco, neppure a dirlo, de Il Buono, il Brutto e il Cattivo. Di segno opposto sono le depredazioni di idee, atmosfere,e di spezzoni di film ad opera di Tarantino enucleate nei sovrastimati Django Unchained e The Hateful Eight.

Se Il Buono, il brutto e il Cattivo conclude la trilogia del dollaro, C’era una volta in America, era l’epilogo di quella del Tempo, inaugurata con C’era una volta il west e proseguita con Giù la testa (film “diverso” che dà la sensazione di guardare a sinistra nel tentativo d’intercettare un certo pubblico e consenso).


Parentesi personale: In quel periodo, quando uscì, trovavo fastidioso il sistematico ricorso ad attori stranieri. Argento e Bertolucci puntavano le stelle, Castellari, Deodato, Massaccesi, gli scarti, Avati stava a metà strada ma comunque sempre attori d’importazione per storie “americane” anche se girate a Cinecittà. Se andava bene. Più spesso alla magliana. Feudo riconosciuto di Castellari. Insomma, per farla breve, lì per lì non ne capii la grandezza. Grossolanamente confuso per una copia pretenziosa de Il Padrino. Perciò faccio ammenda. Qui e ora. Per mia fortuna mi feci convincere ad andare a vederlo in un cinema di 2° visione – se avete meno di 20 anni non potete capire – e rimasi lì, inchiodato davanti allo schermo. Sedotto. Rapito dalla spietata logica, dalla poetica sublime, dall’orchestra di magnifici attori diretta con grazia unica da un romano che spiegava al Nuovo Mondo com’era fatto. Com’era nato. E chissenefrega se erano una banda di delinquenti! Avrei voluto essere lì, dentro quella pellicola! De Niro, che invecchia e ringiovanisce per assecondare una trama lunga un’intera vita, “festeggiò” crudelmente la fine delle riprese. Parlò di “liberazione”. Possiamo concederglielo. Per James Woods è ancora oggi il più grande evento cinematografico a cui abbia preso parte. Quanto alla Mc Govern, credo che accenda ancora ceri in chiesa. Ma la vera Deborah sarà sempre Jennifer Connelly. C’era una volta in America, inarrivabile, struggente, malinconica eppure vitalissima apologia tragica dell’amicizia e dell’amore dolente. Epica a colpi di pistola sulla nascita di New York (Scorsese, il più new yorkese della New Hollywood si attesterà sulla stessa coordinata col suo Gangs of New York). Sui suoi bassifondi e sull’umanità che li subiva, governava e che da essi tentava la fuga. I fondatori delle grandi metropoli americane non sono i politici, ci dice Leone, come poi ribadirà Scorsese, non sono i capitani d’industria, non sono neppure gli organi di stampa: sono gli avventurieri, i tagliagole, le puttane, i contrabbandieri che nell’epoca della grande recessione si facevano largo. I figli d’immigrati irlandesi, italiani, polacchi. Tutto questo racconta Sergio Leone attraverso gli occhi e le gesta di due giovani sbandati: Max e Noodles con inarrivabile contrappunto musicale di Morricone, in quello che sarebbe divenuto il suo testamento cinematografico.

Tornando all’impatto sull’immaginario pop, tra gli incalcolabili omaggi che sono stati tributati a Leone v’ è anche una vecchia ballata country dei Dire Stratis: Once upon a time in the West, appunto, contenuta nell’album Communiqué.

Altre curiosità: in Viale Glorioso, nel Rione Trastevere, dove visse, è collocata una targa alla sua memoria. Su di essa è impressa questo pensiero dello stesso cineasta: "Il mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo e un po' infantile ma sincero come i bambini della scalinata di Viale Glorioso”.


Sergio Leone che occasionalmente si firmava con lo pseudonimo di Rob Robertson, anglofonizzazione del nome del padre ha valorizzato Dario Argento che con lui scrisse C’era una volta il West, incoraggiato Carlo Verdone nella realizzazione di Un sacco bello, contribuì alla definitiva affermazione di attori come Gian Maria Volontè, Clint Eastwood, Charles Bronson e James Woods, e come abbiamo già detto, al recupero di autentiche maschere cinematografiche come Lee Van Cliff. Il Maestro del cinema ha concluso la sua attività prematuramente con la sua scomparsa, avvenuta nel 1989 a soli sessanta anni. Del suo instancabile genio creativo rimangono in lascito le pellicole ma anche il rimpianto per ciò che non abbiamo potuto ammirare, compreso il progetto per un western in cui avrebbe messo insieme Richard Gere e Mickey Rourke. E anche ora mentre scrivo penso “chissà che ci siamo persi"...


"Che hai fatto in tutti questi anni Noodles?». «Sono andato a letto presto"

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