“Come ti muovi sbagli”… ma non per Gianni Di Gregorio
- Vito Tripi
- 8 ore fa
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L’ultima pellicola del regista romano che con la sua comicità leggera e mai volgare ci regala un’altra “quotidianità” stravolta

Gianni Di Gregorio, romano classe 1949, una vaga somiglianza fisica con Marzio Honorato, è la dimostrazione che l’arte ti premia, e ti permette di emergere, anche quando non sei più un “pischello”.
Esordisce come attore e regista nel 2008, quasi sessantenne, col film Pranzo di Ferragosto con il quale vinse sia un David di Donatello che un Ciak d’oro. Ma non era estraneo al mondo del cinema poiché, come sceneggiatore, aveva mosso i primi passi nel 1986 con Giovanni Senzapensieri di Marco Colli.
Di Gregorio ha un suo stile particolare basato sulle sue espressioni facciali, sulle risposte caustiche e, soprattutto, su una comicità mai volgare o strillona. I suoi personaggi sono spesso similari, e forse anche un po’ autobiografici, si chiamano tutti Gianni[1], hanno delle vite inquadrate, quasi monotone, scandite da una quotidianità rassicurante. Poi avviene il “qualcosa” che sconvolge questa linearità portando ad una serie di siparietti divertenti. In taluni film la sua figura resta passiva in altri, come Buoni a Nulla e Astolfo, essa si ridesta e tira fuori i denti.

Lo scorso 5 settembre era è di nuovo nelle sale con Come ti muovi sbagli, attualmente in streaming sul sito www.justwatch.it, brillante commedia incentrata sulle dinamiche familiari. La pellicola ha incassato in totale 405 mila euro in Italia, non è conosciuto però il suo budget, e nel primo fine settimana ha incassato circa 109 mila euro di cui 76 mila solo il primo giorno. Il film, che ha avuto anche un buon successo di critica, può definirsi un discreto successo per il regista romano. Ora, però, veniamo alla storia.
Gianni è un professore in pensione che da anni ha un saggio sui Longobardi da portare a termine. Passa le sue giornate tranquille in compagnia dell’inserviente indiano Rishad, tra un bicchiere di vino nella rosticceria siciliana sotto casa e dribblando le avances dell’amica Giovanna (Iaia Forte). Alla fine, è un vecchietto soddisfatto della sua vita regolare finché dalla Germania non arriva, come un tornado, sua figlia Sofia (Greta Scarano) che si porta appresso i figlioletti Olga e Tommaso sconvolgendo la serena vita del povero padre.

Tutto è cominciato con Helmut (Tom Wlaschiha) genero di Gianni, docente universitario di dantistica, che ha una scivolata per una giovane e affascinante studentessa, Ursula (Hildegard De Stefano), mandando all’aria il suo ménage familiare.
Il povero Gianni vede tutto il suo ordine stravolto dai piagnistei e dalle pretese isteriche della figlia, la quale non fa altro che ripetere autisticamente “che ha rinunciato a tutto per la carriera di Helmut”, e dagli atteggiamenti viziati e indisciplinati dei nipoti, soprattutto il maschietto, che gli varranno il licenziamento del suo badante e la distruzione di una statuetta ultracentenaria.
In tutto questo caos Helmut decide di venire a piedi dalla Germani a Roma per riconquistare la moglie perduta in una sorta di pellegrinaggio amoroso.
Il film è gradevolissimo e rispecchia il toto lo stile “digregoriano” una delle scene più divertenti e la rissa tra Gianni e il padre di un piccolo bullo a suon di massime latine. I personaggi sono tutti calzanti con la comicità del regista e forse fin troppo realistici e attuali.
Gianni è sempre Gianni con i suoi sguardi, le sue espressioni facciali che valgono mille parole, e le sue controbattute, con il suo tono di voce cantilenante, che rendono il tutto divertente e leggero.
Titanicamente insopportabile, invece, è il personaggio di Sofia classica mammina “pancina” che difende ad oltranza i propri pargoli anche quando hanno torto marcio. Che, attenzione spoiler, alla fine decide di tornare col marito più perché non ha trovato alternative che per amore. Difatti nel suo soggiorno romano la donna non solo ha usurpato stanza e studio del padre, per poter finire il dottorato (fallendo miseramente), ma si è data alla bella vita con fine settimana a Livorno e cene fuori cercando un nuovo partner col quale accasarsi, ma trovando solo casi umani.
Parimenti il figlio Tommaso (Pietro Serpi), vince ex equo il premio come personaggio detestabile, indisciplinato, viziato e maleducato a dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, del fallimento della neo-pedagogia e del metodo Montessori, e che l’educazione “mazze e panelle” è sempre la migliore.
Un plauso particolare va al cane Steiner che diventa prima compagno di viaggio di Helmut e poi, obtorto collo, animale di compagnia del buon Gianni. Facciamo un’unica nota, ma non tanto al regista, quanto ad un certo filone filmico ossia quello delle “rivoluzioni esistenziali” ossia tutte quelle pellicole che dall’America alla Francia sino a noi mostrano le vite semplici, tranquille e, perché no, appaganti dei personaggi stravolte da eventi esterni che alla fine mostrano che il cambiamento è sempre un bene e un progresso. Peccato che non sia sempre così, lo diceva anche Alessandro Manzoni, “non sempre tutto ciò che viene dopo e progresso” e non sempre e salutare potremmo aggiungere. Forse a molti sfugge che la nostra routine il dire “abbiamo sempre fatto così” non è un male o una condanna. Le cossi dette terapie d’urto per rompere la quotidianità nella vita reale sono una gran rottura.
Ecco forse aspettiamo questo: un film in cui alla fine della fiera, dopo tanti scombussolamenti, il tornare alla normalità sia visto come un bene e dinnanzi al cambiamento rispondere con un salvifico non expedit non conviene.
[1] Tranne uno Astolfo che da’ il nome all’omonima pellicola del 2022 con Stefania Sandrelli.




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