Corro da te: bugie, amore e handicap

Aggiornamento: 15 apr

Una simpatica commedia romantica, rifacimento di un successo d’oltralpe, che affronta il tema della disabilità senza buonismi.

Gianni è uno yuppie romano di mezza età proprietario di un’azienda di prodotti sportivi. Ricco, atletico, brillante soffre della sindrome di Peter Pan, “Ho 49 anni e tutti i capelli in testa” è il mantra che ripete a tutti in continuazione, e come tale è un donnaiolo impenitente. Ama crearsi identità alternative per sedurre ogni tipo di donna e non si fa scrupoli ad intessere relazioni adulterine con le mogli dei suoi compagni del Club canottieri.


Da cliché lui proviene da una famiglia disastrata con i genitori divisi, padre anch’egli marpione, un gemello eterozigoto sfigatello e una madre disabile che lo detesta. Un giorno, però, riceve una telefonata che gli comunica il decesso della madre. Rientrato nella casa materna in periferia ha un incontro casuale con la giovane, avvenente e alternativa vicina di casa Alessia. Il destino bizzarro vuole che lei lo creda paralitico e gli offre i suoi servigi in quanto assistente domiciliari agli handicappati.


Ovviamente scatta in lui lo spirito da tombeur de femme, e quindi decide di crearsi l’identità dell’invalido per portarsi a letto la procace fanciulla. Solo che quest’ultima gli organizza un incontro al buio con sua sorella più grande Chiara, violoncellista e tennista, ma sulla sedia a rotelle. Gianni, un po’ stizzito per questa situazione, decide di chiudere i giochi ma… una bieca scommessa con gli amici del Club lo porta a cercar di sedurre Chiara.

Quindi si avvicina al mondo di lei scoprendo una vastità di storie e situazioni a lui fino a quel momento avulse. E piano piano se ne ritrova innamorato ma ogni bel gioco dura poco e alla fine dovrà fare i conti con le sue bugie e con sé stesso.

Il film di Riccardo Milani è il rifacimento nostrano della splendida pellicola francese diretta e interpretata da Franck Dubosc Tout le monde debout, a triste dimostrazione che per fare una commedia toccante dobbiamo ricopiare i nostri cugini d’oltralpe. In questo caso abbiamo una copia meglio riuscita rispetto a quelle con Brignano e Gassman[1].


La grande nota positiva di questo film è il saper toccare un tema sociale, come la disabilità, senza dover scendere in buonismi infantili e tentativi di scatenare inutili e stupidi sensi di colpa nello spettatore. Era dai tempi di Perdiamoci di vista, la sola ed unica interpretazione decente della Argento, che non si rideva e rifletteva a fondo su un tema profondo come l’handicap.

Ed è proprio il personaggio di Chiara a rompere il muro del buonismo ipocrita quando dice “non siamo come gli altri, non più” e, parlando dell’amore, “per lei l’ottimismo è che l’amore duri per me che arrivi” o quando riferendosi al suo ex, che l’aveva lasciata dopo l’incidente invalidante, “lo capisco perché era tutto cambiato”.


La forza di questo film è soprattutto il cast. In primis un magistrale Pierfrancesco Favino che, come sempre, ci fa ridere e commuovere in un batter di ciglia. Un plauso anche alla bella e talentuosa Miriam Leone nella parte di Chiara un ruolo che per un’infinità di ragioni era assai impegnativo.


Piacevole sorpresa è Pietro Sermonti che, finalmente, si affranca dal suo essere caratterista, non possiamo dimenticarci il suo penoso esordio in Un medico in famiglia, come aveva già parzialmente dimostrato in Amore, bugie e calcetto e in Smetto quando voglio.

Brava anche Vanessa Scalera nei panni di Luciana la segretaria tuttofare di Gianni anche se, talvolta, emergono quelle espressioni e atteggiamenti pregni di sicumera del suo odioso personaggio televisivo Imma Tataranni.


Menzioni speciali per i divertentissimi, ma toccanti, camei di Piera Degli Esposti e Michele Placido rispettivamente la nonna di Chiara e il papà di Gianni.

[1] Rispettivamente Stai lontana da me e Il nome del figlio scopiazzature di La Chance de ma vie e Le Prénom.

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