Dalla peste del Decamerone al Covid di Aria. Oltre settecento anni di narrazione virulenta

Aggiornato il: feb 7

Più o meno un anno fa scrivevo questo pezzo. Catturato dalla drammaticità di quei giorni, tutto avrei pensato tranne che dodici mesi dopo potesse essere ancora attuale.


Guardandolo sotto la lente d’ingrandimento, questo anno vissuto pericolosamente sembra essersi frammentato in molte differenti direzioni. In principio s’è condensato un clima solidale con accenti da vistoso volemose bene, incastonato in slogan ormai superati per eccesso d’abuso che trovò sponda in una nuova forma di social network, quella dei canti sui balconi. Evaporati anche questi coi primi caldi. Dai Balconi però, s’insultavano anche padroni e cani, bambini, podisti e vecchietti, tutti untori per vox popoli. E non mancava giorno senza un tutorial. Nella realtà parallela, quella digitale, fioriva un’altra esperienza di vita collettiva, cadenzata da tutorial di ogni sorta. E cadenzata soprattutto dai dpcm. Dai messaggi alla Nazione, inseriti stabilmente nei palinsesti televisivi. Dalle zone rosse, gialle, arancioni, dai coprifuoco e dalle multe salatissime a quegli esercizi che scegliendo di non morire di stenti, hanno tirato su le serrande. Non sono però diminuiti i decessi, balzati a livello da primato mondiale ma inversamente proporzionali alle terapie intensive, che, stando alle informazioni diffuse sarebbero costantemente in calo. Un mistero, nel mistero della diffusione. In mezzo, i tanti misteri buffi, dall’incauto acquisto di forniture stratosferiche, pari a quattordici milioni di euro, di mascherine da parte della Regione Lazio, inspiegabilmente graziato dall’Anac, salvo poi arrivare alle ammissioni dell’assessore al bilancio, alla frode di FCA, ai banchi con rotelle che non hanno minimamente ridotto i contagi. Perciò, cronaca e finzione sono ancora legate a filo doppio in un film tragico di cui ancora non si leggono i titoli di coda. Da qui l’idea di rivederlo e aggiornalo, questo campionario di pestilenze, pandemie, orrori metaforici e visionari che da centinaia d’anni ci accompagnano. Un orrore, quello del contagio che è insieme spauracchio e deterrente. Catarsi e seduzione. Fino al prossimo. Perché se questa vicenda globale ci ha insegnato qualcosa, è che la realtà supera di gran lunga la fantasia.


Tutto cominciò col “Decameron”, con quei dieci giovani che rifugiandosi fuori città per sfuggire alla peste, diventarono l’archetipo della narrazione fantastica: quello della pandemia su scala globale e del manipolo di uomini che tentano di sopravvivere. Da lì è nato un filone inesauribile che ancora oggi dalla letteratura al cinema, passando per il fumetto e il videogioco, viene costantemente alimentato attraverso ogni sorta di medium. Diventando virale ….

In principio fu la peste di Boccaccio. Come Dante prima di lui e Ariosto, dopo, attingendo alla tragica realtà del suo tempo, Giovanni Boccaccio creò per il suo Decameron un archetipo della narrazione fantastica: quello della pandemia su scala globale e del manipolo di uomini che tentano disperatamente di sopravvivere.

La peste che spazzò via come un vento fetido e mefitico intere città e popolazioni europee, nel 1348, fece da innesco e da sfondo alla celebre vicenda delle cento novelle che i dieci giovani tra fanciulle e ragazzi inventarono per ingannare il tempo all’interno della villa nella campagna fiorentina in cui avevano trovato rifugio.

Ma l’immortale componimento di questo peso massimo dell’Umanesimo che avrebbe segnato la strada del Rinascimento, andò oltre le intenzioni del suo creatore, generando un filone inesauribile che ancora oggi dalla letteratura al cinema, passando per il fumetto, viene costantemente alimentato attraverso ogni sorta di medium.

Ogni società ha le infezioni che si porta dentro. Specchio tanto insano quanto deforme delle fragilità insite nelle stesse fondamenta su cui si eleva. E la peste, come fatto o come metafora ha tenuto banco per secoli. Come ci racconta mirabilmente Edgar Allan Poe ne La maschera della morte rossa, inquietante fiaba gotica del 1842. Anche qui ci troviamo in una fortificazione. E per esorcizzare l’angoscia del contagio ci si abbandona al divertimento: un gigantesco, trascinante, sfarzosissimo ballo in maschera. Ma si è mai veramente al sicuro?

Per Alessandro Manzoni che fu assieme a Giacomo Leopardi la penna più luminosa di tutto il Risorgimento italiano, la peste è concepita come una punizione della Provvidenza che si abbatte, in quello straordinario affresco allegorico (Manzoni ambientò prudentemente la vicenda nel ‘600) dei moti rivoluzionari che è I promessi sposi, sui nemici del futuro Regno d’Italia.

Il Novecento, il secolo breve in cui l’uomo addomesticando la fisica e la chimica affina l’arte del genocidio, si apre con uno straordinario caso di letteratura distopica e per certi versi, d’anticipazione. A firmarlo è Jack London, universalmente noto per grandi classici dell’avventura western come Zanna Bianca e Il Richiamo della foresta.


Eppure del carattere romantico ed intrepido di questi capolavori ne La peste scarlatta (1912) non v’è alcuna traccia. L’azione si svolge nel 2013 e una pandemia su scala planetaria ha prodotto montagne di cadaveri e ha fatto sprofondare gli Stati Uniti in una sorta di nuovo Medioevo.


Sul piano storiografico questo racconto è l’anno zero della letteratura di fantascienza post apocalittica. Quando la causa della fine del mondo non è un conflitto termonucleare o un meteorite o un altro cataclisma, l’uomo viene sistematicamente estinto da un virus. O dai mostruosi effetti da esso generati. Come gli zombie.

Il caso più emblematico è Io sono Leggenda, romanzo paradigma di Richard Matheson dalle molteplici esistenze – il che visto il tema ha del miracoloso –, nel quale la fantascienza, canonico territorio d’elezione ibridato con l’horror, si sviluppa in un riuscitissimo crescendo di paranoia, suspance e tensione.


Molteplici esistenze, si diceva, e già, perché dal 1962 in avanti, Io sono leggenda avrebbe conosciuto ben tre adattamenti cinematografici oltre ad un numero imprecisato di epigoni, copie e imitazioni più o meno riuscite. Superlative le prime due, scarsamente convincente la terza.

Nel 1963 è Ubaldo B. Ragona a dirigerne la versione per il grande schermo. Il film, grazie anche allo stesso Matheson che ne firma la sceneggiatura con lo pseudonimo di Logan Swanson è un gioiello di distopica e allucinata bellezza. Gli esterni all’E.U.R. enfatizzano l’effetto straniante e l’interpretazione di Vincent Price nel ruolo del dott. Bob Morgan, l’ultimo umano afflitto dalla sindrome d’accerchiamento a cui orde di vampiri-zombie danno la caccia, è struggente.


Seguirà 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, con Charlton Heston. Ineguagliabile dandy con foulard, spider e carabina assediato da mutanti fotofobici.

Al passo coi tempi, gli anni Duemila ne propongono una rilettura minimal, cupa ma non angosciante, drammatica ma non tragica con mutanti tanto agguerriti quanto insignificanti, privi come sono di quel lirismo di cui trasudavano nei precedenti adattamenti.

L’ Ultimo uomo sulla Terra di Ragona uscì in America – per l’edizione a stelle e strisce il regista adottò lo pseudonimo di Sidney Salkow – e verosimilmente fu visto, ammirato e metabolizzato da George Romero. Come appare plasticamente nel recupero delle sequenze dell’assalto alla casa di Morgan con le braccia degli assalitori che strappano via assi protettive, paramenti, imposte serrate.


Al di là delle riletture ed etichette politiche affibbiate al padre degli zombie moderni, il film si distingue per l’espressionismo feroce delle creature antropofaghe e per l’introduzione del virus a sfavore del folcloristico voodoo. Sono gli anni della contestazione giovanile, del Vietnam e del successivo scandalo Watergate, la fiducia nelle istituzioni americane è ai minimi storici, Romero intuendo che quella della cospirazione governativa è una buona carta, rilancia con La città verrà distrutta all’alba. Una violenza inaudita si fa largo tra gli abitanti di una tranquilla cittadina di provincia mano a mano che il contagio si diffonde. Mentre l’esercito presidia tutta l’area, l’escalation deflagra…

La fantapolitica, l’action, il thriller e il genere catastrofico sono altri ingredienti cinematograficamente vincenti da miscelare con la pandemia. Nel 1976 Carlo Ponti chiama George Pan Cosmatos (Rambo 2; Tombstone) a dirigere Cassandra Crossing. Due terroristi irrompono in una base segreta Usa dove si sperimenta un virus.


Ne rimangono contagiati. Prendendo in ostaggio un intero treno si danno alla fuga ma le autorità sono disposte a tutto pur di scongiurare una catastrofe e insabbiare cose c’è sotto. Una corsa mozzafiato contro il tempo per un film solido con cast stellare che include Richard Harris, Sophia Loren, Burt Lancaster, Martin Sheen.

Una pandemia fa da sfondo a Todo modo. Film grottesco del 1976 girato da Elio Petri incentrato su un vertice dei dirigenti della DC.

Un anno prima, è il 1975, in Inghilterra viene varata la serie I sopravvissuti. Una pandemia ha polverizzato quasi quattro miliardi di esseri umani, solo l’uno per cento si è salvato. I sopravvissuti riuniti in sparute comunità dovranno imparare a sopravvivere.

A partire dagli anni Novanta, il genere trova ulteriore propellente creativo nei videogiochi, in particolare in Resident Evil, fortunatissimo survival horror della Capcom che al di là di uno sforzo di fantasia non particolarmente vistoso, si afferma come un successo planetario.

La trama è la seguente: nel sottosuolo di Raccoon City, un’immaginaria metropoli americana, è dislocato l'”Alveare”: un complesso sotterraneo segretissimo di laboratori, che fa capo alla tentacolare Umbrella Corporation – multinazionale del settore farmaceutico -. Gestito dalla “Regina Rossa”, un super computer dotato di un’alta intelligenza artificiale, il centro è impiegato per ricerche sull’ ingegneria genetica, armi chimiche e batteriologiche. Resident Evil sarà crossmediaticamente declinato anche in una serie di film interpretati da Milla Jovovich.

E sempre in quel decennio siamo nel 1995, Terry Gilliam dà con L’esercito delle 12 scimmie, nuovamente prova del suo genio visionario. In un prossimo futuro la popolazione terrestre, decimata da un virus deflagrato a Philadelphia nel 1996 vive nel sottosuolo: James Cole, un galeotto, viene inviato dall’autorità che governa i pochi sopravvissuti indietro nel tempo con la speranza di trovare un antidoto alla malattia. Opera superba in cui il pandemico si combina col viaggio nel tempo, l’ex Monthy Pyton rimescola generi e topos, il risultato è un’opera dolente che trasuda malessere e insania. La stessa Philadelphia, divenuta famosa per essere la città di Rocky Balboa è disperatamente livida, imputridita, ripiegata su sé stessa. Una corrente di follia attraversa gli abitanti della città precipitata in una nera decadenza. La società del futuro da cui proviene non è meno oscura. Un futuro costituito da materiali di riciclaggio riassemblati, non dissimile dal contesto architettonico dal respiro retrò di Brazil.

Bruce Willis, più contuso e ammaccato che mai giganteggia sorreggendo sulle spalle l’intero film, ben assistito da una Madeline Stowe all’apice della carriera e da un Brad Pitt che da nuovo super bello e dannato, fa le prove generali per trasformarsi definitivamente nella stella che poi sarebbe divenuto.

Nel 2003 fa invece il suo esordio nelle edicole americane il fumetto, The Walking Dead. L’ambientazione è, neppure a farlo apposta, la sterminata provincia americana, dove lo sceriffo Rick Grimes, appena uscito dal coma, scoprirà che la vita è un incubo antropofago ad occhi aperti, proliferato dal solito immancabile virus sfuggito al controllo. Inevitabile la trasposizione in una serie tv altamente virale.

Sull’asse letteratura-cinema si sviluppa invece la fortuna di World War Z. All’origine vi è infatti il romanzo del 2008 scritto da Max Brooks, a cui Marc Foster ha attinto per il bel film con Brad Pitt come protagonista. La pandemia colpisce la popolazione dell’intera Terra, i pochi sopravvissuti vivono in fortificazioni ma nulla è impenetrabile… i contagiati diventano zombie super veloci, non dissimili da quelli messi in scena da Danny Boyle in 28 giorni dopo. Tanto è il periodo d’incubazione…

Una misteriosa malattia letale si è propagata su tutto il pianeta, generando orde di morti viventi che stanno decimando la popolazione mondiale.


Questo è l’impianto non originalissimo di Highschool of the Dead ma attenzione perché lo sviluppo è invece di alto livello. La vicenda prende il via in Giappone e ruota intorno a Takashi Komur o e a un gruppo di studenti delle scuole superiori riunitosi per sopravvivere agli zombie.

Neppure Steven Soderbergh sembra immune alle catastrofi pandemiche. In Contagion raduna un gran numero di attori Marion Cotillard, Matt Damon, Laurence Fishburne, Jude Law, Gwyneth Paltrow, Kate Winslet per mettere in scena un contagio su scala planetaria visto dalla parte dei ricercatori.

il virus MEV-1 che nel film stermina senza scampo gli abitanti del pianeta Terra ha diverse analogie col più aderente alla realtà COVID-19, a partire dal luogo dove ha origine, la Cina, in un casinò di Hong Kong. E per la dinamica con cui si è diffuso: un pipistrello che entra in contatto con un maiale. Medesima anche la modalità di trasmissione del virus, che va a colpire, esattamente come il coronavirus, il sistema respiratorio, provocando sintomi identici a quelli manifestati dai ricoverati per COVID-19, quindi febbre alta e tosse. Contagion dà rappresentazione anche di un altro aspetto emerso in notevole entità: il complottismo dilagato attraverso le autostrade digitali.

Contagion era stato precedentemente anche il titolo di una saga di Batman del 1996 ispirata al racconto di Edgar Allan Poe La maschera della morte rossa.

Il sottotitolo è there is no cure. Il registro è quindi dei più cupi. Pubblicata sulle principali testate di Batman, e scritta e disegnata da Alan Grant, Dennis O’Neil, Doug Moench, Garth Ennis, Christopher Priest, Tommy Lee Edwards, Mike Wieringo, Dick Giordano, Barry Kitson. Nella saga, il Sacro Ordine di Saint Dumas, composto da cavalieri templari votati allo sterminio, sprigiona per tutta Gotham il virus Ebola-A, anche noto come “Virus dell’Apocalisse, altamente letale, in grado di corrodere la carne dell’ospite dall’interno. Una cerchia di facoltosi cittadini di Gotham, si rifugia nel complesso residenziale Babylon Towers, solo per scoprire l’atroce verità: uno di loro è il paziente zero.La piaga in breve si diffonde per la città. Batman aiutato da Azrael, Catwoman, Cacciatrice, Nightwing e Robin, si mette alla ricerca di una cura.


Mentre una transazione illegale tra trafficanti di agenti chimici e l’esercito degli Stati Uniti è l’innesco di Planet Terror: inguardabile ed insignificante fan movies splatter-catastrofico ad altissimo livello di pretenziosità ed autocompiacimento di Robert Rodriguez.

Sempre l’esercito è invece al centro della vicenda di ben altra pasta, raccontata in Virus Letale. Colossal che vede impegnati Dustin Hoffman, Irene Russo, Morgan Freeman nel disperato tentativo di contenere la diffusione di un virus più letale, appunto, dello stesso Ebola.


Del 2009 è invece Carriers. Mentre sul mondo si è scatenato un virus che ne sta decimando l’umanità. Brian, suo fratello Danny, Bobby e Kate attraversano gli USA in auto per Turtle Beach, località in cui due fratelli trascorrevano le vacanze nella speranza di sottrarsi al contagio. Ma il viaggio che li conduce verso la loro meta è irto di ostacoli. A conti fatti il film dei fratelli Pastor funziona ma non a sufficienza per restare indelebilmente. I personaggi poco incisivi seguono le orme dei cliché che incardinano i film catastrofici come insegnò John Carpenter magistralmente a suo tempo nell’allora sottovalutato La Cosa. Persone inizialmente molto unite manifestano mano, mano che la tensione sale, segnali di ostilità che invariabilmente sfocerà nella tragedia interna al gruppo. L’idea di lasciare la calamità sullo sfondo poteva essere una chiave ottima ma a patto che fosse sviluppata meglio.


Dalla fiction uno spaccato di realtà con "Aria", dal 29 dicembre su RaiPlay, la prima docu-serie sugli italiani dentro e oltre il lockdown, articolata in 6 puntate da 25 minuti. Aria segue le vicende di un gruppo di italiani che al momento dell'esplosione della prima ondata dell'epidemia da Coronavirus si trovano in diverse parti del mondo. Narra l'umanità, la capacità di reagire, le difficoltà, le speranze, la rassegnazione e i desideri di persone normali la cui esistenze sono state deviate nel loro corso. Un lavoro a più mani che ha visto coinvolti Andrea Porporati, Costanza Quadriglio e Daniele Vicari

Concludiamo tornando indietro, sia nel cinema che nella storia con, Il settimo sigillo, capolavoro di Ingmar Bergman datato1957. Mentre un’epidemia di peste nera fa strage degli abitanti di villaggi nel Nord Europa del 1300 ha luogo la partita a scacchi che ha fatto la storia del cinema. Il cavaliere Antonius Block di ritorno in patria dopo aver partecipato alla Crociata in Terra Santa, un monumentale Max von Sydow incontra uno spettrale uomo incappucciato che altri non è che la Morte. Anche Mario Monicelli nel suo film di culto, il geniale L’Armata Brancaleone non potrà non darne rappresentazione, seppure con un registro dissimile da quello de Il Settimo Sigillo che restituisce il senso d’angoscia di un male irreversibile e implacabile.

“Dico dunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogni altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata…”.


Dal Decamerone di Boccaccio, ma sembra una cronaca di questi giorni.


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