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Disclosure Day: il passo falso di Steven Spielberg

Uno specialista in sicurezza informatica (Josh O'Connor), una meteorologa (Emily Blunt), una ex novizia (Eve Hewson) e il capo di un’organizzazione governativa segretissima (Colin Firth). L’intreccio delle storie di questi quattro personaggi è il perimetro narrativo di Disclosure Day, terza opera di Steven Spielberg, dopo Incontri ravvicinati del 3° tipo ed E.T. sul tema del contatto con civiltà aliene. A dire il vero, i titoli sarebbero quattro, perché nella sua cinematografia figura anche La Guerra dei mondi che però è un adattamento del celeberrimo romanzo di H. G. Wells, mentre gli altri appartengono in tutto e per tutto all’estetica narrativa del regista de Lo Squalo.

 

Senza dilungarsi sulla trama, va subito chiarito che il cuore della visione è lo sguardo verso l’alto. Uno sguardo che nella sua prospettiva include anche l’Altissimo. Lo sguardo si perde nello spazio profondo, quello da cui arrivano esseri spaziali che fin dal caso Roswell in poi, anima e agita i sonni, sogni e desideri di miliardi di essere umani fin dalla famigerata vicenda. Ma non tutti guardano con ottimismo alla verità rivelata, e altri, come la Wardex Corporation, esistono per impedire che l’umanità sappia.


Andando subito al sodo, il film è forse il peggior passo falso di Steven Spielberg. La pagina più dolente di un trittico altrimenti ineguagliabile. Brutto. Insipido, a tratti didascalico.  Confusionario. Scritto male, interpretato peggio. Il cast, ancorché traboccante di autentiche celebrità, mette in campo interpretazioni senza empatia. Monocordi se non persino caricaturali. La tensione drammaturgica va di pari passo al piatto svolgimento, e questo perché i personaggi sono bidimensionali come disegni infantili ma irrimediabilmente privi di spessore umano e caratteriale. Non ti affezioni, non li disprezzi, non li esalti. I volti si smarriscono in un dedalo di battutine scialbe da sit-com decontestualizzata ed espressioni che sottolineano forzatamente qualsiasi stato d’animo.


Disclosure Day

Se le interpretazioni tradiscono quel tono da farsa che domina l’ultimo decennio cinematografico, coi dialoghi va anche peggio. Un vortice di allusioni dove tutto è rimandato con regolarità svizzera. Qualsiasi argomento è una eco senza riverbero. È accennato in modo vago, di una vaghezza insistita, ostentata, irritante. Alla ventesima battuta in cui si dice “Capirai quando sarà il momento”, viene da pensare “sì, d’accordo ma taglia che si è fatta una certa…” mentre nel buio della sala si butta un occhio all’orologio del cellulare. Quel fastidio che progressivamente si fa strada negli spettatori si reitera ogniqualvolta e capita sovente, si faccia riferimento ad avvenimenti che ristagnano nella fitta nebbia dell’incompiutezza.


Ma non tutto in questo film è da buttare, …per quanto siano ridotte a didascalia, sono degne di nota le speculazioni teologiche tra la ex novizia e la madre superiora.  Un confronto che avrebbe meritato maggior sviluppo ma che comunque pur ridotto all’osso riesce a cogliere il punto. Il resto dei dialoghi sono dei quiz. Lo spettatore più che udire, immagina. E mentre immagina, cerca di interpretare quel flusso di allusioni come vicoli ciechi. Quei rimandi che conducono al nulla. A ogni domanda, il guru risponde enigmaticamente "ne parliamo domani". A cadenza regolare dice "…sei tu, sei sempre stato tu! Siete voi due. Siete sempre stati solo voi due!" Una frase che deve piacere tanto agli sceneggiatori moderni o ai doppiatori anch’essi moderni, perché non manca mai. È una battuta alla moda. Prima andava Quale parte di "tu, non puoi, non hai capito?", ora va questa.

 

Il motivo per il quale un film che nasce fin dal soggetto dalla mente di Spielberg sia tanto sbagliato, è forse un mistero più impenetrabile di quello che l’opera tenta ostinatamente di svelare, senza però riuscirvi.

Nel lungo elenco di ciò che non va, i dialoghi e la direzione attori sono solo la punta dell’iceberg; subito sotto la superficie langue un impianto narrativo che non sbaglia nel puntare a essere una sfilza di cose, ma sbaglia nell’esserlo con scarsa convinzione.


Per dire, è un thriller, ma non troppo, nella sua quasi assoluta assenza di colpi di scena. È una commedia? Sì ma solo a tratti. È un film di fantascienza? Più o meno. È un’indagine sull’identità? Ci prova. E se vogliamo è fantapolitica. Tanto sforzo non produce la straniante quanto intrigante sensazione di essere di fronte a un mosaico, un caleidoscopico prodotto, il risultato di un mirabile processo di plasmazione della materia cinematografica nel quale ricaviamo la sintesi di più generi, genera piuttosto la deprimente constatazione di non aver assistito a un’opera di senso computo e questo nonostante la matassa si dipani lungo ben due ore e venticinque minuti. Partendo da uno dei molteplici registri, c’è una guerra mondiale di sfondo. Talmente di sfondo che non te ne accorgi e seppure hai colto quel singolo accenno, te ne dimentichi.  Poi improvvisamente c’è gente che assalta supermercati perché “sono presi dal panico” ma lo fa con educazione, addirittura dando indicazioni stradali. E qui ci si deve dilungar per qualche rigo sulla impossibilità di essere energici, muscolari, vitali. Ogni reazione è anestetizzata, ovattata in un’aurea di bontà impalpabile, il campione di questa esistenza soporifera è il fidanzato di Emily Blunt. Un uomo inutile.


La parte thriller dura circa venti minuti poi diventa inconsapevolmente demenziale. C’è "l’eroe" suo malgrado che percorre cinquanta metri al riparo, si fa per dire, di una staccionata composta da tre travi orizzontali fissate a dei paletti ma con supremo sforzo della sospensione della incredulità, non lo vede nessuno. Nessuno di quella cinquantina di agenti. Perché i vigili tutori della legge sono INTENTI a guadare una casa. Non avanzano. Non controllano il retro, non scrutano la zona. GUARDANO davanti. Gli stessi agenti che poi irrompono nel deposito-covo dei rivoluzionari e non vendendoli perché sono stati resi invisibili da uno dei tre manufatti alieni, guardano imbambolati l’apparente vuoto. Non esaminano il locale. Non cercano indizi. Anche stavolta, guardano. Un film di guardoni! Ma la parte più riuscita (anche qui si fa per dire), sta nella consegna dell’altro manufatto alla donna che il cattivo controlla mentalmente, perché lo nasconda. Si dirà, ma lei ferendosi alla mano si sciolta dal legame psionico. Vero. Ma nessuno spiega se tale legame sia ricostituibile.



I personaggi.  Il guru è nero perché per i cast fatti col manuale Cencelli lui è allegoricamente la guida morale. Un Morfeo in chiave minore che non preconizza e non ha una reale strategia se non quella di ricostruire la vecchia casa di Margaret Fairchild (Emily Blunt), meteorologa soubrette con meteoscossa, che parla lingue sconosciute e legge nella mente ma non ne è cosciente. La casa-Lego dovrebbe ridestarne i ricordi ma l’effetto si dissolve nel mare di momenti appena abbozzati che costituiscono questo lavoro "minore".  L’eroe è bianco ma solo se è un po’ maldestro o mentalmente disturbato, l’eroina è inizialmente irrisolta poi prende in mano la situazione e si gonfia il petto (oltre alle labbra, nel caso di Emily Blunt), trasformandosi nella paladina del girl power.


Il giudizio che se ne ricava è essenzialmente questo: tanta carne al fuoco per non andare oltre quel didascalico così vistosamente evidente nelle schiere di persone con gli occhi inchiodati sugli schermi dei cellulari, pressate una contro l’altra perché si veda che non sono tante: sono tutte.


In buona sostanza il film mette da parte le figure retoriche classiche a favore di nuove concezioni, compreso il "nemico" governativo dagli abiti ricercati e la parlantina tagliente macerato da un lutto mai superato che lo ha reso spietato e ossessionato. E questo è il difetto maggiore di un’opera senza infamia e senza lode: il non aver trovato un punto di vista personale. È solo un film estetizzante nelle sue bellissime inquadrature e nella sua elegante fotografia, ma è senza anima. I messaggi di pace e fratellanza che sottende tanto la magnificenza di Incontri ravvicinati del terzo tipo, quanto la poetica intimista, casalinga di E.T. rimangono sottotraccia, a un livello embrionale, con una conclusione che lascia di stucco ma senza barbatrucco.

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