E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare…

Aggiornato il: mag 19


La notizia che non vorresti sentire mai, ti coglie invariabilmente impreparato. Lo avevo citato giusto due giorni fa, intervistando Max Gazzé, come riferimento indispensabile per chiunque, in musica, voglia accostarsi all’esoterismo, alle radici e all’identità. Per chi scrive (ed è particolarmente faticoso, farlo), Franco Battiato è stato molto di più di un sublime intellettuale prestato alla composizione e alla stesura di capolavori. Molto di più anche dell’essere stato un geniale inventore. Le sue costruzioni grammaticali, allo steso tempo sintetiche e ricche, hanno fatto scuola assieme a quell’inarrivabile stile immaginifico e a quella capacità unica di evocare. Preziose lezioni tanto per tre generazioni di cantautori, quanto per me, che ho cercato di recuperarne il respiro (il più delle volte senza riuscirvi), sia nella narrativa che nella saggistica. Il genio che veniva da quella Sicilia tante volte raccontata nei suoi capolavori, ha rappresentato molto più di tutto ciò, a cominciare dal fatto che è stato una presenza immancabile praticamente da sempre.


Up patriots to arms! Engagez-Vous!”

Sono quarant’anni quest’anno. Era il 1981 quando sulla scia de L’Era del Cinghiale Bianco, album rivelatore e del successivo, Patriots, consegnava alle stampe, La Voce del Padrone. La Voce è l’album. Così come La Gioconda è il quadro, la Divina Commedia è il poema, L’Aida è l’opera, Apocalypse Now è il film. Un concentrato perfetto di tutto quanto appartiene al suo immaginario. Ma non solo a quello. Una combinazione di rara eleganza stilistica e precisione chirurgica. Testi che fluttuano senza soluzione di continuità tra particolare e universale. Tra quotidiano e immensità cosmiche, tra amori adolescenziali ed echi di lontane esistenze. La vertigine dell’identità che nei due album precedenti (la stessa L’Era del Cinghiale bianco e la dolente e nostalgica Prospettiva Nevski) fa breccia nella struttura dei testi, qui trova forma definitiva.


"L'ombra della mia identità

Mentre sedevo al cinema oppure in un bar"


Si pensi ai due cavalli di battaglia come le gettonatissime Cuccuruccucù e Centro di gravità permanente. La prima sublima ricordi, la seconda, è un frullatore di momentanee perdite di controllo. E così tutti gli altri stilemi che diverranno le sue chiavi narrative. Architrave su cui costruire una discografia irripetibile che a cavallo di mezzo secolo ha saputo reinventarsi pur rimanendo sempre uguale a sé stessa. La ricerca delle radici e la denuncia del cattivo gusto, delle mode effimere per cui tutto è transitorio, privo di significato, la nostalgia per altre epoche meno inquinate dal materialismo fine a se stesso, e per contro, quella capacità unica di ricreare frammenti di mondi lontanissimi, al di là dei confini fisici come tempo e spazio (Pechino, Tokio, Tirana, la Berlino orientale dall’altra parte del muro, Tunisi e Bengasi, gli USA, la Russia, l’Afganistan prendono forma in frame e sequenze quasi cinematografiche, pennellate, racconti in pillole, che per suggestione rimandano a Pratt e Hemingway) attraversano parimenti e filologicamente gran parte dei testi, filo conduttore da un album all’altro è l’amore incondizionato per il suo Paese. Emblematico è Povera Patria. Brano dolente e solenne che trasuda dignità e fierezza nel riconoscersi come italiano. Una canzone che andrebbe fatta ascoltare e studiata nelle scuole


"Cerco un centro di gravità permanente Che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente Avrei bisogno di…"


Battiato anticipa di quarant’anni tutte le idiosincrasie e le nevrosi dell’attuale società a partire dal rapporto insano e deviato col denaro, la fama, la vanagloria. Si rapporta col trascendente, da cristiano, ( E ti vengo a cercare), guarda con attenzione alla filosofia Sufi, come pure è attratto dall’esoterismo di René Guénon e Gurdjieff . Nel 1989 si esibì nella sala Nervi in presenza di Papa Giovanni Paolo II e nella stessa sala, dieci anni dopo eseguì una serie di splendidi concerti in occasione di Fleurs . Disegna voli della fantasia, sospesa tra rimandi letterari e bagliori di no sense. Celebra la natura, con versi di pura poesia e nel tracciare il volo degli uccelli ci spalanca rotte che conducono alla filosofia, così come è impossibile non ritrovarsi improvvisamente su spiagge, isolatissimi in un’armonia di sensi, cullati dall’ipnotico, ritmico sciabordio delle onde. Omaggia la musica, il Maestro, a cominciare dal titolo.


La Voce del Padrone è stato l’album della consacrazione. Più di un anno in classifica, quando il successo e i dischi d’oro erano determinati dalle copie vendute e non dai like. Certamente il più famoso e completo ma non è detto che sia il più bello. Perle sono disseminate un po’ ovunque lungo tutta la sua carriera. Andando a memoria, oltre a tutte e sette le tracce del capolavoro del 1981 ( Bandiera bianca, Sentimiento nuevo, Segnali di vita, Gli uccelli, Cuccuruccucù, Centro di gravità permanente, Summer in a solitary beach), impossibile non citare Il Re del mondo; La Cura, che assieme a La Stagione dell’amore e L’animale formano un meraviglioso tris di canzoni d’amore; Radio Varsavia, Voglio vederti danzare; Lode all’inviolato; Luna indiana; Un’altra vita; L’ombra della luce; Mesopotamia; L’oceano di silenzio; Strade dell’est. Basterebbe anche solo una di queste per entrare di diritto nella cerchia dei più grandi.


"…Le serenate all'istituto magistrale Nell'ora di ginnastica o di religione Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera Avevo già la Luna e Urano nel leone…"

Giuni Russo e Franco Battiato

Franco Battiato, che non si limitò alla sola composizione, diresse infatti tre film, Perdutoamor, scritto assieme a Manlio Sgalambro, Musikanten dedicato Beethoven e Niente è come sembra, aveva un debole per le voci femminili potenti. Ha scritto pagine di assoluta bellezza assieme ad Alice con cui diede vita a I treni di Tozeur, a Milva, scomparsa recentemente, affidò "Alexander Platz" scritta a quattro mani con Giusto Pio, e per la compianta Giuni Russo scrisse e produsse la hit "Un’estate al mare" nonché la superba e adattissima per le sue corde "Good Good bye". E chissà che da oggi, di nuovo insieme non diano vita a terzetti ultraterreni. Franco Battiato si è spento ma per lui rimane un lascito musicale inestimabile, Quanto a me, conservo gelosamente i biglietti dei quattro concerti in cui ebbi l’ immensa gioia di ammirarne il genio. PalaEur 1997; Sala Nervi 1999; Capannelle, 2000; Stadio Comunale di Anzio, 2001.


Alice e Franco Battiato

"…Ma l'animale che mi porto dentro Non mi fa vivere felice mai Si prende tutto anche il caffè Mi rende schiavo delle mie passioni E non si arrende mai e non sa attendere E l'animale che mi porto dentro vuole te…"





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