Elvis, un film da vedere. Malgrado Baz Luhrmann

Aggiornamento: 12 lug

Se il titolo è spiazzante è perché vuole esserlo. Difficilmente un film può essere in contraddizione con sé stesso, come e quanto in questo caso. Una pellicola che ha mille difetti, ma che alla fine, malgrado tutto si può vedere, anzi, va visto. Eh, già! Perché tanto la visione e la forma del regista è ridondante, pacchiana, prolissa, voyeuristica, incomprensibilmente onirica, fastidiosamente soap operistica, tanto è calibrata, assolutamente perfetta e nella parte, l’interpretazione di Austin Butler, quasi che si fosse diretto da solo.

Il problema di questo film come spesso capita nei biopic e in particolare quelli che trattano il Re, è che sceneggiatura e regia, calcano la mano. Il che secondo noi è un erroraccio, in fondo se un personaggio realmente esistito diventa l’oggetto-soggetto di un film è perché la sua storia contiene in sé elementi talmente validi che vale la pena di raccontare. Quella di Elvis Presley è una storia sempre grandiosa, indipendentemente dal numero di volte in cui è stata messa in scena, ma se lo è di per sé, che bisogno c’è di sovraccaricarla? In linea generale, sono esempi di barocchismo visionario i vari, The Doors, Io sono qui, Surviving Picasso, sono invece più lineari, ancorché romanzati, forse persino sinceri e “storiografici” ma comunque avvincenti, Rush, Bohemian Rapsody, Borg-Mc Enroe, il film tv The Linda Mc Cartney story, The Dirt e senza dubbio alcuno, Il Re del Rock di John Carpenter, per tornare al tema.

Comunque non tutte le idee circensi e chiassose di Luhrmann sono a danno del film, estremamente suggestiva è la sequenza in cui un tredicenne e biondiccio Elvis, scopre il gospel e ne viene rapito. La scena è forte, suggestiva, carica di pathos trascendente. Lui parla allo spirito, si dice. Può darsi ma di certo Elvis parlò a una generazione che fece dei jeans un’uniforme e aveva trovato in James Dean un’identità. A quella identità mancava però la voce, ce la mise il Re.

Il regista spende meno di un accenno sulla combinazione del country dei bianchi con rithm’n blues dei neri. Ed è un peccato perché quell’aspetto avrebbe affermato un elemento di assoluto valore, Elvis non fu solo un sublime interprete e un performer strepitoso, fu un inventore. Tra i più rilevanti del secolo scorso, il suo genio compositivo fu in grado d’influenzare, più di ogni altro, la musica dei decenni a venire. Non solo, Elvis fu il primo vero promotore di un’integrazione non retorica ma fattiva, suoi amici erano B.B.King e Little Richard che stimava come colleghi. Il regista preferisce di gran lunga indugiare sul pube di Elvis. Che si dimena, affonda in vagine immaginarie e conduce a orgasmi reali tutte le fanciulle timorate degli Stati Uniti del Sud. Lo inquadra in campi strettissimi e insistiti, come non fa neppure Russ Mayer con le curve delle sue vixen.

Ciò che invece il film fa benissimo è la ricostruzione del sottobosco che si aggira intorno alla stella. Una storia di raggiri orchestrata dal famigerato colonnello Parker, un sontuoso e luciferino Tom Hanks, che nel suo caso è quasi archetipica.

Per la musica, Elvis Presley si consumò fisicamente, fino a sparire. Oppure, no. Il Re ha cambiato nome e vive su un atollo del pacifico e se la ride. In fondo Elvis ha unto sulla fronte Bobby Solo e Little Tony, rivive in Hiroshi Shiba, nel remix di Junkie XL, nelle note di Calling Elvis, nel fantasma di True Romance, i Clash lo hanno “scippato” amorevolmente della copertina del suo primo album, Elvis Presley, appunto.

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