Gli splendidi quarant’anni de "La Voce del Padrone"

Aggiornamento: 7 gen

Se è vero che esistono le ottime annate del vino, è altrettanto vero che nella storia della musica prendono forma stagioni eccezionali. A dirla tutta sono sempre più rare e allora vale la pena fare un salto indietro di quarant’anni, perché il 1981 fu appunto uno di quelle annate quasi irripetibili. Forse fu l’allineamento particolarmente favorevole dei pianeti, forse più semplicemente, si aveva gusto e tecnica superiori, fatto sta che tra il gennaio e il dicembre di quell’anno ascoltammo quel colpo di genio che fu Ghost in the machine dei The Police, apripista di Sincronicity e preludio all’epilogo del trio. Making Movies, capolavoro e album della maturità dei Dire Straits, Double Fantasy, testamento musicale di John Lennon; l’ennesima pietra miliare dei Rolling Stones: Tatto you; Duran Duran, visionario e futuribile album d’esordio dei cinque di Birmingham; Movement, dei New Order, sulle ceneri dei Joy Division; Mistaken Identity di Kim Carnes. Un’autentica pioggia di gemme straniere ma non più dei grossi calibri della discografia italiana, da Fabrizio De Andre’, decimo album del Faber, a Artide Antartide capolavoro moltiplicato per due di Renato Zero. È in questa messe di inusitata creatività che il 21 settembre 1981, sulla scia di Bandiera bianca, superbo brano-denuncia, esce La Voce del Padrone di Franco Battiato.

La Voce, diciamolo subito, non è unicamente un album grandioso, è una rivelazione. Ciò che si era intuito ne L’Era del Cinghiale Bianco, prende forma in un concentrato di genialità come forse non si sentiva dalle composizioni più ispirate di Battisti-Mogol. Questo album che viaggia in vetta alla classifica per un intero anno fu un successo commerciale a dir poco titanico eppure rimane intimamente un lavoro autoriale, quasi fotografico per quella capacità di evocare. Quel richiamare alla mente immagini che poi prendono forma davanti ai nostri occhi. Una capacità più vicina alla letteratura che non alla canzone, quasi micro romanzi per immagini. L’album ha in sé un gran numero di elementi di novità a cominciare dal fatto che da un brano all’altro è tutto splendidamente duale. Il siderale movimento delle galassie e l’eco di un cinema all’aperto. Come già in Patriot e ne L’Era, la canzone è un’opportunità per interrogarsi sull’esistenza e sull’identità, e così lo spazio e il tempo vengono inevitabilmente scandagliati da Battitato spostando continuamente i piani di realtà “Il tempo cambia molte cose nella vita. Il senso, le amicizie, le opinioni. Che voglia di cambiare che c'è in me. Una parata solo apparentemente inconciliabile di umanità varia, sfila come su un’immensa passarella che è poi l’esistenza, ecco quindi i figli delle stelle, una vecchia bretone con un cappello, un ombrello di carta di riso e canna di bambù, i profughi afgani, monaci presso le dinastie Ming, contrabbandieri macedoni e prostitute libiche. E la minima moralia di Adorno incontra Fusinato e il suo ponte su cui sventola bandiera bianca. Nel gioco di allusioni, infedeltà (moralia diventa un ben più severo immoralia) e di prestiti, quel Cantami o Diva, proemio dell’Iliade omerica consegnato all’antologia dal Monti si combina magistralmente con le lascive evoluzioni di Pelle di luna, che forse rimanda al revisionismo western o forse a certi filmetti soft eros dei primi anni 70 (La ragazza dalla pelle di Luna), L'ira funesta non appartiene più al pelide Achille, è invece dei profughi afghani. In questo passaggio, per quanto apparentemente scanzonato, torna il tema bellico, particolarmente presente nei suoi brani. La voce del padrone è probabilmente il più grande album della musica italiana o almeno il secondo, a detta della rivista Rolling Stone, dovendo sceglierne un brano come emblema della sua grandezza, ci soffermiamo su Cuccurucucu, una sorta di Juke box nel quale rilancia canzoni che poi unite come in un collage, compongono qualcosa di altro che poi sarebbe il brano più celebrato e cantato del genio siciliano venuto a mancare lo scorso maggio.

Questo carosello di citazioni è avviato da quel ritornello: Cuccurucucu Paloma. Canzone famosissima in tutto il Sud America e in Spagna del cantautore messicano Tomas Mendez del 1954, che richiama, con un’onomatopea, il verso delle colombe, in quella che è una metafora sull’amore che vola via: ed ecco il perché dell’Ahia-ia-ia-iai cantava. Il 54 ha a che fare con la sua infanzia, prendendo il via, ripercorre gli anni della gioventù e del liceo (Le serenate all’istituto magistrale), le prime cotte (da quando sei andata via non esisto più) incastonando ricordi personali e strofe a titoli di brani della sua generazione. Al “Once upon the time you dressed so fine”,di Dylan, aggiunge “Mary”. Yn’intera compilation si snoda verso dopo verso: Il mare nel cassetto, di Milva, Lady Madonna dei Beatles Le mille bolle blu, di Mina, Il mondo è grigio il mondo è blu, canzone di Eric Charden, riproposta in italiano da Nicola di Bari, Ruby Tuesday dei Rolling Stones.


La Voce non è stato unicamente un album grandioso in cui la scrittura a quattro mani degli spartiti assieme a Giusto Pio, spazia ad ampio respiro dal rock’n’roll alla sinfonica fino all’insopportabile new wave italiana (Centro di gravità permanente), è stato anche la palestra di un’intera generazione. Nell’immediato influenzò i Mattia Bazar che ne seguirono le impronte sia nelle composizioni che nei testi, ma a questa opera immortale e al suo creatore sono debitori tra gli altri, Bluvertigo, Max Gazzé, Giovanni Lindo Ferretti, Subsonica. Praticamente tutto il pop di ricerca, alternativo, sperimentale, che circola in Italia da una trentina d’anni.

La Voce non è stato unicamente un album grandioso, è stato anche un’intuizione intramontabile. Un colpo d’ala (di quelli descritti meravigliosamente ne Gli uccelli) sempre nuovo e attualissimo. Auguri per i tuoi primi quarant’anni, album degli album, tra altri quaranta molti di noi non ci saranno ma tu, sì.


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