Il compleanno del Re

Aggiornamento: 7 feb

È da poco trascorso quello che sarebbe stato il 116 compleanno di Robert Ervin Howard. Chi è? Vergogna, non saperlo: si tratta niente meno che del papà letterario di una delle più grandi icone del Fantastico e dell’Avventura, Conan il Cimmero, e di un intero genere letterario, l’Heroic Fantasy o Sword&Sorcery che dir si voglia.

In realtà, però, sono poche le dita da bacchettare. Oggi il nome di Howard ha travalicato, e di parecchio, i confini della cerchia di devoti ai suoi tantissimi antieroi (non solo barbari, ma puritani erranti, pugili senza paura, detectives implacabili… insomma figure per tutti i gusti), comparendo sui media più vari: dai libri ai fumetti, ai film e non solo, finendo così per raccogliere post mortem i tanti meriti di una vita troppo breve, eppure trascorsa buona parte in una febbrile attività letteraria, la cui portata quantitativa e qualitativa non cessa di stupire.

A fronte però di questa giusta e planetaria fama postuma, qualcuno potrebbe domandarsi quanto e se Howard abbia fatto scuola. Perché, al di là di pure importanti discepoli come Lin Carter - che del maestro texano è stato critico notevole ed epigono letterario con il suo Thongor di Lemuria - di autori che hanno giocato con lo stereotipo del personaggio barbaro (Gardner Fox, per esempio, e ovviamente Fritz Leiber, con il suo giustamente celebre Fafhrd), si potrebbe dire che di veri eredi Howard non ne abbia avuti. Certamente, dopo questa affermazione, qualcuno dirà: “Ma come! E allora il cliché dell’avventuriero selvaggio? Del vagabondo a petto nudo armato di spada a due mani che sconfigge mostri e stregoni?”. Vero, quello c’è (c’era: sono decenni che è passato di moda) ma per lo più come gemmazione nata in contesti extralibrari, grazie anche al successo mondiale del Conan di Milius.

E inoltre, ridurre l’eredità howardiana solo ai bicipiti ben oliati di qualche barbaro, sarebbe davvero un insulto. Il lascito di cui si deve cercare la trasmissione, infatti, va oltre la mera riproposizione di questo o quel tema, o suggestione estetica, e andrebbe indagato in altra sede, e cioè quella attitudine al meraviglioso e al sublime che travalica qualunque maquillage stilistico.

Proprio perché pervasa da una filosofia di fondo vitalistica e malinconica, la narrativa howardiana proponeva un anelito al fantastico, al grandioso e al potente, che possiamo ben descrivere con la famosa citazione di Jünger: “Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni”.

Nei racconti di Howard, anche se magari per pochi istanti, il meraviglioso e il reale si incontrano. Magia che può realizzarsi nelle vesti di una fantasmagorica città perduta nella giungla, nell’accendersi effimero di bagliori soprannaturali che giungono da un lontano passato, nel compiersi di un’impresa impossibile, la cui gloria sarà pure subito dimenticata. È qui che pulsa il nucleo ideale del Fantastico, ed è sempre in questa direzione che il maestro di Cross Plains ha tracciato la via per una letteratura dell’Immaginario che coniughi “alto sentire” e scrittura popolare.

Tutto il contrario, ahinoi, di quello che si vede spopolare nei ranghi del fantasy da libreria, dove in preda ad una suicida ricerca di presunto realismo, al Fantastico sono tarpate le ali, annichilendo ogni ombra residua del Mito fra le sue pagine, giudicata infantile e molesta. Aggiungiamoci, per di più, una desolante aridità stilistica, che trae da altri generi i suoi modelli, ed ecco che le ricche praterie della fantasia eroica si disseccano, immemori come sono delle loro radici. Si fa il monumento ad Howard, si depongono corone alla sua memoria, e nel contempo la sua lezione è giudicata vecchia, stantia, gli autori prendono in mano la penna fieri di rinnegare il fondatore del loro genere. Questo non significa, ovviamente, che nel corso del tempo non vi sia stata un’evoluzione (naturale e doverosa) dello Sword&Sorcery. Non si tratta di rimasticare in perpetuo le stesse cose, fossilizzandosi in un culto che renderebbe odiosi anche i presupposti migliori, ma di abbandonare l’idolatria opposta, quella del presunto “realismo”. Non solo perché essa è stata fino a non pochi anni fa l’arma prediletta dei critici del Fantastico, ottusi a ogni possibilità di sguardo oltre un Reale che credevano di poter definire pienamente, ma perché la stessa overdose di violenza, triste fatalismo, e melanconica constatazione che il mondo è purtroppo un luogo orribile, tipica del fantasy di cui parliamo, non è certo realistica, né tantomeno letterariamente fruttuosa. È Grand Guignol aggiornato, quando va bene, psicologismo da rivista, che si prende assai sul serio pur millantando ironia, e che quando funziona lo fa solo perché concede – sottobanco – alla propria ricetta, quello che dice di snobbare: il mistero, l’indefinibile, il mitico, ovvero la materia che rende indimenticabili le avventure degli eroi del grande “Two Guns” Bob.

E dunque la domanda iniziale ritorna: ha senso accendere ceri ossequiosi alla memoria di Robert Howard, se poi se ne disconosce il lascito? Forse il modo migliore per onorarlo, a ben guardare, è non dimenticare la sua lezione.

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