Il successo del Partito Repubblicano

Un esempio che ribalta i luoghi comuni


Il 3 novembre scorso l’elezione del nuovo presidente degli States, ha visto la vittoria di Joe Biden e la sconfitta di Donald Trump, ma non quella del partito repubblicano, che è oggi un partito più radicato sul territorio di quanto non fosse mai stato prima.

La tornata elettorale ha infatti anche visto l’elezione di 11 governatori ed è finita 8 a 3 per il Grand Old Party che hanno strappato ai democratici il Montana. Oggi gli States che compongono l’unione vedono 27 governatori repubblicani contro 23 democratici.

Lo scorso 3 novembre si votava anche per 86 su 99 assemblee legislative. I democratici, i sondagisti e gran parte dei media, puntavano sull’onda blu per sottrarre almeno alcune di queste Camere ai repubblicani. Il risultato del partito di Biden è stato però deludente.

Nessuna delle Camere controllate dai repubblicani è passata ai democratici mentre quest’ultimi hanno perso le due assemblee del New Hampshire. Oggi 23 Stati hanno governatore e congresso repubblicani contro i 15 sotto controllo totale dei democratici.

L’elettorato statunitense ha svoltato a destra. Basti pensare che ai repubblicani sono andati 11 deputati in più tra quelli in palio alla Camera, mentre basterà uno dei due seggi in palio il prossimo 5 gennaio in Georgia, per confermare la maggioranza al Senato.

Elementi che indicano anche le immense difficoltà che l’amministrazione Biden incontrerà per governare, di qui alle elezioni di mezzo termine, nel 2022, quando potrebbe ritrovarsi a governare senza maggioranza parlamentare.

Quanto alla presidenza Trump, è stata quella di un repubblicano ortodosso. Nel solco della reaganomics, basata su tagli alle tasse, deregulation e incremento del deficit, con qualche eccentricità rappresentata dal protezionismo e dal rigetto del globalismo.

I tagli alle tasse sui redditi, ma soprattutto sull’impresa (la riforma più importante dell’era Trump, ha visto passare dal 35 al 21% la corporate tax), hanno offerto importanti stimoli che si sono riflessi nell’economia statunitense.

Con Trump gli Usa hanno avuto alta crescita, bassa disoccupazione e aumento dei redditi medi. Frutto dei molteplici stimoli dell’amministrazione uscente ma, anche, del dinamismo dell’economia statunitense.

Con Trump, il PIL è cresciuto alla stessa media dell’ultimo triennio obamiano: il 2.5% annuo. In un sistema che già sembrava agire a pieno regime, l’impatto si è però fatto sentire su occupazione e redditi.

La disoccupazione è scesa al minimo del 3.5% del dicembre 2019 (prima della pandemia), con un impatto sui redditi cresciuti mediatamente da 63.761 a 68.703 dollari annui per nucleo familiare.

Anche durante gli ultimi tre anni di Obama, i redditi da lavoro erano aumentati, ma non in favore di quelli bassi. Quelli del decile più alto del 20%, mentre tutti gli altri erano cresciuti debolmente.

Recentemente il mensile The New Republic, non certo in odore di simpatie trumpiane, ha scritto che Trump ha realizzato il primo boom egualitario degli ultimi decenni ed ha invitato i democratici a rivedere le loro politiche.

Biden ha vinto al termine della prima campagna elettorale costata un miliardo di dollari, finanziata per lo più dai magnati dell’economia globale, il 60 per cento in meno di quanto speso da Trump.

Il risultato più eclatante del 3 novembre, è stato il voto popolare che ha fatto di Biden il presidente più votato di sempre, ma le “brutte cose” incarnate da Trump lo collocano al secondo posto, con dieci milioni di voti in più rispetto al bottino con cui vinse nel 2016.

Nove dei dieci Stati più ricchi dell’Unione hanno votato per Biden e 14 dei 15 più poveri per Trump. L’analisi del voto e la distribuzione dei consensi consente di scoprire tendenze sulle quali nessun campione della sinistra mondiale sembra voler riflettere.

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