Inossidabili, immarcescibili, cari vecchi Litfiba. Il racconto della tappa a Capannelle

Aggiornamento: 8 ago

Il biglietto per fare un giro nell’Ultimo girone costa 35€ più altri cinque di prevendita. Non è molto. Anzi, il costo dei concerti subisce variazioni minime da almeno una trentina d’anni, cambio in euro, compreso.

Tanto hanno chiesto i Litfiba ai fedelissimi dello Stato Libero di Litfiba, tornati nell’Urbe a distanza di appena due mesi dalle date all’Atlantico. Piero Pelù è in forma strepitosa. La voce è quella dei bei tempi.

Vale a dire dei due primi album, quando ancora non gorgogliava né ululava per risultare più simpatico. Anzi, quasi inaspettatamente sono proprio Desaparecido e 17 Re, gli album dal respiro mitico e dalle sonorità cupe che caratterizzarono il periodo new wave, a fornire il grosso dello show. Sfilano quindi quasi senza soluzione di continuità: La Preda, la nostalgica Lulù e Marlen, Eroi nel vento, psicadelica dagli echi epici, e poi Istambul. Struggente e meravigliosa, capolavoro dalla forza evocativa inalterata a cominciare dall’intro di tastiera che rimanda ineluttabilmente alla Save a Prayer dei Duran Duran. Pelù la canta con tutta la solennità che la sua bellezza richiede, dedicandola al Kurdistan, che come ci ricorda, ci ha liberati dell’ISIS e che come attestato di riconoscenza abbiamo venduto a Erdogan.

Il cantante e front man adotta un gran numero di registri. Passa con felina disinvoltura dalle pose da seduttore che ammicca alla folla femminile adorante, a quelle di imbonitore con passaggi sulla politica e l’economia. Alcuni centrati (Erdogan, il disboscamento), altri, meno “Inginocchiamoci tutti! È un rito che facciamo sempre e funziona! Ogni volta che lo abbiamo fatto abbiamo mandato fuori rotta i missili di Putin”. E per incanto, s’inginocchiano. Non tutti ma parecchi. Per gioco, ma lo fanno. Il fatto merita una digressione di stampo sociologico. Per chi, come lo scrivente, la genuflessione è esclusa da qualsiasi altro contesto che non sia quello ecclesiastico o quello sul tatami, questa consuetudine all’inginocchiarsi in qualche modo ne annulla anche il simbolismo. A breve ci inginocchieremo anche per la fila in banca, e tuttavia se l’atto in sé può sembrare di un’enfasi pacchiana, è possibile riconoscerlo in quella che è la più pura essenza di un concerto rock: che altri non è che una liturgia. La folla pende dalle labbra del suo officiante che dirige gli umori nelle direzioni che solo lui conosce. E questo è il bello del rock. Il resto sono passaggi.

Ma Pelù evidentemente si ricorda che non ha sempre fatto parte del partito di Jovanotti quindi sputtana un po’ tutti. Ed elenca, Cina, Birmania, Kurdistan, Yemen, il Popolo Saharawi, Afghanistan e naturalmente l’Ucraina. Un elenco assai più lungo e dolente di quanto non si percepisca attraverso ciò che viene restituito da tv e social. E come sappiamo, se una cosa non è detta, non esiste. E anche sui social network, Pelù non manca di dire la sua. “Siamo in piena pandemia da social. Dove l’opinione è verità”. Non essere d’accordo è un esercizio sterile. Ma varrà pure quando indugia un tantino pure lui?

Comunque, messa così sembra più uno show di Adriano Celentano che non un consesso rockettaro e invece si suona di brutto. Gira nel mio cerchio, carica di lirismo nichilista in cui Piero Pelù conta da uno a otto come Roy Batty e la sempre splendida ed evocativa Apapaia sono lì a ricordarci come i brani dai testi più complessi e strutturalmente mirabili siano concentrati nei primi due titoli, realizzati col compianto Ringo De Palma a cui è dedicata Amigo, Antonio Aiazzi alle tastiere e Gianni Marrocolo al basso che poi volerà a fare dissacrante poesia, arabeschi filosofici e luminosa contestazione con Lindo Ferretti nei CCCP. Marrocolo e Aiazzi tessevano assieme a Ghigo Renzulli, autentica leggenda del virtuosismo chitarristico, l’intreccio di suoni su cui incardinare la timbrica potente del front man fiorentino. Il risultato era un sound che seppure debitore di certe influenze come i Simple Minds, Duran Duran, Billy Idol, The Cult, rappresentava qualcosa di assoluto inedito a queste latitudini. Ma non solo, il gruppo fa confluire il post punk di matrice britannica con registri più mediterranei, si pensi a Paname, che li collegano a La Union, e Les Négresses Vertes.

Messi insieme i cinque valgono formazioni come quella degli U2 con la quale condividono un percorso musicale non dissimile. Partite entrambe dal rock alternativo si sono via via spostate su ambiti rock e pop dal consenso più ampio. Il cambio di rotta, per i Litfiba è coinciso con Terremoto, ancorché 3 può essere visto come una fase embrionale prefigurante con blandi cenni, ciò che con maggior decisione avrebbe costituito il nucleo sonoro e testuale di El Diablo. Album che se da un lato consegna la band fiorentina alle masse, dall’altra fissa i punti cardinali della nuova rotta da seguire. Una rotta in cui permane evidente l’impronta mediterranea ma che va via, via verso un alleggerimento stilistico e contenutistico. E siamo a brani di facile presa come Spirito, Terremoto e Regina di Cuori, in cui Pelù invita le ragazze emancipate e “scapezzolarsi” e i fidanzati non emancipati ad accomodarsi al bar e a non rompere i coglioni. Questo secondo esperimento ha meno effetto. Stando a Pelù, e alla visuale privilegiata offerta dal palco, solo una si lascia andare al rito. Dipenderà dal fatto che in fondo solo la fetta minoritaria del pubblico femminile ha la stessa età di El Diablo, mentre il grosso è intorno alla cinquantina. Rockettare, sì, ma non si ha sempre la disinvoltura dei venti anni.

Tex, ballad western di denuncia che rimanda alla vicina Cinecittà è uno dei molti passaggi a stelle e strisce. Come Lacio Drom, blues piacevole che è un unicum nella discografia della ditta. Infine e in ordine sparso, Bambino e Gangaceiro, Proibito, mai tanto attuale, e El Diablo. Ghigo Renzulli, suona placido e altero brani asciugati dai tanti orpelli e barocchismi. Ha un palco e una chitarra e tanto basta. Piero Pelù salta come un grillo, addomestica il pubblico e canta splendidamente. La notizia è che non indugia in assurdi gargarismi. Non ulula. Non latra. Canta. Alla Grande.


“Ho viaggiato nel freddo Faccia a faccia con la mia Ombra che si gettava Nel bianco velo del tempo Istambul Istambul “



(Foto e video di Corrado Pierdominici)

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